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Cresce il lavoro, ma si è perso il Mezzogiorno

Una discreta performance aggregata della crescita dei posti di lavoro, ma con una differenziazione regionale Se al Centro gli occupati salgono del 2,5 per cento, nel Mezzogiorno si riducono dello 0,4 per cento. Un divario impressionante e insostenibile, la cui soluzione deve necessariamente passare attraverso un decentramento della contrattazione. Il tasso di occupazione ha smesso di crescere, ma il fenomeno riflette un aumento della popolazione in età lavorativa, principalmente dovuto all’immigrazione. Come testimonia la distribuzione settoriale della crescita dell’occupazione.

Nel corso del 2004 il mercato del lavoro italiano ha creato 167mila posti di lavoro, con un tasso di crescita annuo pari allo 0,7 per cento, inferiore ai livelli degli anni precedenti (superiori all’1 per cento sia nel 2002 che nel 2003). Sempre nel 2004, il prodotto interno lordo (Pil) è cresciuto del 1,2 per cento. Ciò significa che, su base annua, la produttività del lavoro ha ripreso a crescere. Negli anni precedenti, la sostenuta crescita dell’occupazione avveniva in presenza di un prodotto stagnante, con una crescita negativa della produttività. Si trattava di un fenomeno paradossale e non sostenibile. In termini macroeconomici, è fondamentale che la produttività del lavoro cresca, anche perché rappresenta il canale naturale per avere crescita salariale. E l’Italia ha molto bisogno di crescita salariale. Tuttavia, quando ci si sofferma sul dato congiunturale de-stagionalizzato (confrontando così il quarto e terzo trimestre del 2004) si osserva una crescita dell’occupazione pari allo 0,2 per cento, parallelamente a una contrazione del Pil dello 0,3 per cento. Pare quindi che la normalizzazione della crescita della produttività è di là da venire.

La differenziazione regionale

Al di là della discreta performance aggregata, ciò che colpisce è la differenziazione regionale della crescita dei posti di lavoro. Nel Nord Ovest, gli occupati sono cresciuti del 1,2 per cento, mentre nel Centro addirittura del 2,5 per cento. Nel Mezzogiorno, viceversa, l’occupazione si è ridotta del 0,4 per cento. In termini assoluti, ciò significa che il Mezzogiorno ha perso circa 72mila posti di lavoro.  Per avere un’idea della dimensione del divario territoriale, è bene guardare al tasso di occupazione, il rapporto tra il numero di occupati e le persone in età lavorativa (ossia quelle comprese tra i 15 e i 64 anni). Mentre nel Nord del paese lavorano un po’ di più di 65 persone su cento (con un tasso di occupazione pari a 65,2), nel Mezzogiorno lavorano poco più di 46 persone (con un tasso di occupazione pari a 46,5 per cento). Ciò significa che su ogni cento persone, il Nord del paese è in grado di occuparne 20 in più del Mezzogiorno. Un divario impressionante, che purtroppo sta aumentando nel tempo. Insostenibile per il Mezzogiorno. È ormai certo che i buoni risultati del mercato del lavoro meridionale nel 2001 e 2002 erano legati al generoso (e molto oneroso per le casse dello Stato) bonus occupazionale. In queste condizioni (e con le casse dello Stato semi-vuote), la soluzione del problema occupazionale nel Mezzogiorno deve necessariamente passare attraverso un decentramento della contrattazione. Altrimenti, il divario continuerà ad aumentare.

Immigrati e lavoratori atipici

Su base nazionale, il tasso di occupazione ha raggiunto il 57,8 per cento, ma ha tuttavia smesso di crescere (era 57,9 nello stesso periodo del 2003). Il fenomeno (già analizzato in precedenza), riflette necessariamente un aumento della popolazione in età lavorativa. Il mercato del lavoro italiano sta sì creando lavoro, ma si sta anche espandendo in termini numerici. Il fenomeno è principalmente dovuto all’immigrazione. E che i nuovi lavori siano principalmente occupati da immigrati, è testimoniato dalla distribuzione settoriale della crescita dell’occupazione. I settori in maggior espansione sono l’agricoltura (+4,4 per cento) e le costruzioni (+ 3,7 per cento), entrambi ad alta intensità di lavoro immigrato. Viceversa, su base annua, l’industria in senso stretto registra una flessione pari allo 0,8 per cento, mentre la crescita del terziario è inferiore alla media nazionale (+0,5). Considerando che, nel lungo periodo, la crescita italiana è destinata ad essere quella dei servizi, il dato non è confortante. Più confortante è l’andamento del tasso di disoccupazione, che ha raggiunto l’8,2 per cento nel 2004, leggermente inferiore rispetto al quarto trimestre del 2003.
I nuovi lavori sono tipicamente a tempo pieno. Il lavoro part-time è infatti diminuito, rispetto al quarto trimestre dl 2004, del 1,4 per cento, e la sua incidenza si è cosi ridotta al 12,8 per cento (era 13,1 per cento dodici mesi fa). E tra i nuovi posti di lavoro dipendenti, si osserva un crollo dell’occupazione a termine (che si è ridotta dell’1,7 per cento), e una diminuzione della sua incidenza, che è ora pari al 8,7 per cento. Da questi dati, pari quindi che i contratti atipici più tradizionali (part-time e lavoro a tempo determinato) non rappresentino più il canale standard della crescita occupazionale.

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  1. barbara balboni

    I dati riportati dall’articolo suggeriscono molte riflessioni, soprattutto per quanto riguarda il sud. Lavorando in una Direzione Provinciale del Lavoro del Nord Italia, su pratiche che riguardano ispezioni effettuate in aziende sul territorio, mi è capitato spesso di trovare al lavoro, in situazioni più o meno regolari, squadre di giovani operai specializzati del Sud, che poi ci raccontavano, come se fosse la cosa più normale del mondo, di lavorare da quando avevano 14 – 15 anni ma senza avere, per lunghi periodi, una posizione contributiva
    (trovandosi cioè “in nero”, e quindi non computati come occupati ). Leggendo i dati dell’occupazione al sud, in calo, mi viene da pensare che ci sia stato sia un calo dell’occupazione in generale, sia un ritorno al sommerso rispetto agli anni precedenti, anche se non mi sembra che questa variabile sia stata presa in considerazione. Sommerso, da quello che mi raccontavano gli stessi operai specializzati del sud, significava, oltre alla mancanza di contribuzione per una futura pensione, un trattamento economico inferiore per quanto riguarda la retribuzione al netto e spesso meno garanzie sulla sicurezza del lavoro. Gli stessi lavoratori poi, avendo una posizione contributiva molto scarna ( cioè coperta per periodi molto brevi ) avevano rispetto ai loro colleghi di altre regioni un maggior propensione a lavorare in forme più irregolari anche quando, con grande sacrificio, si spostavano al nord per brevi periodi, perchè preferivano qualcosa in più al netto, rispetto a versamenti contributivi che alla fine non garantivano nulla per il futuro ( visto anche il sistema contributivo introdotto con la 335/95 ).
    Mi sembra che ogni analisi sull’occupazione al sud debba tenere conto di questa consolidata abitudine al sommerso e che vadano promosse, anche se costose nel breve periodo, politiche mirate a favorire, anche economicamente il lavoro regolare ( non solo in chiave repressiva ) perchè è l’unico modo per fornire qualche tutela in più a tante persone che lavorano saltuariamente e spesso sottocosto. Entro certi limiti questo dovrebbe anche stimolare le imprese a sviluppare una competitività basata su fattori diversi dal basso costo del lavoro. Senza contare che nel lungo periodo dovrebbe assicurare, oltre ad una maggiore sicurezza sul lavoro, anche una maggior copertura dei trattamenti previdenziali necessari ad assicurare anche a queste persone, che hanno lavorato per una vita intera, condizioni minime di vita quando non saranno più in grado di lavorare.
    Un saluto e buon lavoro.

  2. ARIES83

    Quì al sud una massiccia percentuale di lavoratori, soprattutto giovani, indipendentemente dalla qualifica o titolo di studio, ed in qualunque settore, sono costretti (dal datore disonesto) a lavorare del tutto a nero o parzialmente. Il massimo che mi è stato offerto è 400 euro al mese per un lavoro di 8 ore al giorno presso lo studio di un professionista. Ho fatto diversi lavori e sempre a nero. La situazione molto critica, ci costringe a ciò x sfamarci ma i nostri diritti dobbiamo farli rispettare a chi si crede di essere “il potente”.

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