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Quanto costa la competitività

E’ un luogo comune che le risorse per il rilancio della competitività siano limitate. Perché la competitività si crea attraverso il mercato, con un insieme combinato di riforme strutturali a costo quasi zero. Vale anche per l’Italia, che deve passare a un modello di sviluppo basato sull’innovazione. Punto di partenza è promuovere la concorrenza in tutti i settori e costruire un contesto economico che agevoli cambiamento. Invece di insistere sul sostegno generalizzato alla domanda, sarebbe più utile impiegare le risorse per far fronte ai costi sociali di breve periodo.

Il tema della competitività e della crescita è oggi al centro dell’agenda politica. Lo scorso 4 febbraio la nuova Commissione europea ha rimodulato la sua “strategia di Lisbona” volta a promuovere le riforme strutturali nei paesi dell’Unione Europea. Nei prossimi giorni, il Consiglio europeo di primavera, tradizionalmente dedicato ai temi delle riforme economiche, dovrà pronunciarsi sulla stessa strategia, mentre sono appena state approvate le misure per il rilancio della competitività da parte del Governo italiano, come documentato da lavoce.info.

Poche risorse per la competitività?

È allora opportuno fare chiarezza su un errato luogo comune che, soprattutto nel dibattito nazionale, rischia di far perdere di vista le questioni essenziali del problema: l’asserzione è che “le risorse da destinare al rilancio della competitività sono limitate”. Il ritornello è tirato fuori un po’ da tutti: l’opposizione sostiene l’inutilità della riforma fiscale varata dal Governo, oltre a polemizzare sul suo finanziamento, a danno di interventi concentrati sulle imprese o sul costo del lavoro. (1)
La maggioranza lamenta invece i vincoli di finanza pubblica imposti dal Patto di crescita e stabilità, e ne chiede a gran voce la riforma, per poter “dare di più” alle imprese e al sistema-paese in generale. Si tratta di dibattiti inutili, in quanto la competitività non la si compra sul mercato, ma la si crea attraverso il mercato, mediante un insieme combinato di riforme a carattere strutturale, a costo zero o quasi. I documenti preparatori del prossimo Consiglio europeo danno ormai ampia evidenza al fatto che i ritardi maggiori sulla strada della competitività nell’Unione derivano dal mancato funzionamento dei mercati, non dalla assenza di risorse pubbliche. (2)

La situazione in Italia

Partiamo dal contesto italiano. Sulla base dei dati forniti dal nostro paese ai servizi comunitari per la valutazione dell’agenda di Lisbona, si evince che l’Italia ha visto crescere il tasso di partecipazione alla forza lavoro negli ultimi anni di oltre l’1,5 per cento l’anno, superando la media europea. (3) Ma è stato il paese che più di tutti in Europa, ha sperimentato un calo della produttività per occupato, con perdite vicine all’1 per cento annuo, a fronte di una crescita della produttività europea. Le cause del problema sono in parte note: in Italia si investe troppo poco in innovazione. Ma basta spendere di più per innovare di più? Abbiamo un tasso di laureati tra i più bassi dell’Unione europea (il 10 per cento della popolazione attiva, contro una media europea di circa il 25 per cento). Eppure, la spesa pubblica per l’istruzione in Italia è in linea con quella degli altri paesi europei, ossia il 5 per cento del Pil. Il problema non è dunque quello di dare più soldi al sistema scolastico-universitario, quanto piuttosto quello di garantire che il sistema-paese agevoli la “produzione” di laureati nei settori scientifici e tecnologici. Anche ammesso che i laureati ci fossero, tutto ciò non servirebbe comunque a niente se, dal punto di vista della domanda, il sistema produttivo non è incentivato ad acquisire forza lavoro qualificata.
L’Italia spende in ricerca e sviluppo circa l’1 per cento del Pil, la metà della media europea. Eppure, la spesa pubblica in ricerca e sviluppo (circa lo 0,5 per cento del Pil) è in linea con la media continentale. In altri termini, le imprese private italiane destinano a ricerca e sviluppo un terzo (0,5 per cento contro 1,5 per cento) di quello che spendono in media i concorrenti europei. Di conseguenza, la nostra quota di esportazioni “high tech” è pari al 7 per cento, mentre la media europea è del 17, e ogni anno depositiamo circa 100 brevetti per milione di abitanti contro una media europea di 230 (combinando i dati europei e americani di patents). Siamo sicuri che spendere di più in ricerca pubblica, per esempio bandire mille nuovi posti di ricercatore universitario in biotecnologie, sia il punto di partenza migliore per invertire questa tendenza? O basterebbe ridurre l’Irap alle imprese per risolvere i nostri problemi?

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Un nuovo modello di specializzazione

Il problema è più generale, e riguarda l’orientamento complessivo del modello di specializzazione del sistema paese. Deve passare da una crescita basata sull’utilizzo di tecnologie mature, in cui ciò che conta è l’efficienza dei processi produttivi (il modello distretti, ad esempio) o la scala della produzione, ad una crescita basata sull’innovazione, in cui le dinamiche di entrata e di uscita dal mercato sono molto più rapide, e la scala di impresa è meno rilevante nella determinazione dei vantaggi competitivi. In generale, sono queste le tendenze delle economie più avanzate, dove la componente di “servizi” risulta sempre più ampia (ormai abbondantemente oltre il 70 per cento del Pil), e dove dunque è fondamentale la capacità del sistema di innovare e garantire prodotti “costruiti” su esigenze identificate quasi a livello individuale.  Punto di partenza per questa svolta è quello di promuovere la concorrenza in tutti i settori: questo stimola le imprese alla ricerca di maggiore efficienza attraverso l’innovazione. Ma tutto ciò da solo non basta: molte imprese italiane già oggi vivono drammaticamente la concorrenza internazionale, eppure non sembrano in grado di reagire. Il contesto economico di fondo deve essere in grado di agevolare tale cambiamento, con un sistema di riforme organico e coordinato. Occorre dire una volta per tutte che l’efficienza non si guadagna spendendo di più, ma, ad esempio, facilitando l’uscita dal mercato delle imprese meno attrezzate a sopravvivere, attraverso una buona legge sui fallimenti e la rimozione delle licenze nei settori protetti (vi siete mai chiesti perché la pizza costa il doppio con l’euro, ma non aprono altre pizzerie?). Facilitando l’ingresso delle imprese più efficienti, ad esempio snellendo e semplificando le procedure amministrative e diminuendo i costi delle stesse attraverso una riforma in senso competitivo degli ordini professionali (abbiamo un numero di procedure quattro volte superiore alla media Ocse per avviare un’impresa, con relativi costi). Eliminando gli oligopoli nel sistema bancario italiano, che finanzia il venture capital solo per un terzo della media europea, in quanto la protezione di cui gode gli consente di non dovere affrontare certi rischi imprenditoriali. Garantendo alle imprese incentivi e sinergie con un sistema universitario e di ricerca di base che abbia al suo interno elementi di vera concorrenza tra atenei, con meccanismi di reclutamento maggiormente legati alla produttività scientifica e alla qualità didattica; e potremmo continuare a lungo.
Il Governo ha mosso i primi passi su molti di questi punti, ma con segnali timidi e a volte ambigui (vedi le nomine antitrust e l’occasione perduta della legge di riforma sul risparmio). Si deve dunque accelerare su questo fronte, e darsi una chiara agenda di priorità.  Occorre in altri termini chiedersi se sia socialmente più utile impegnare le scarse risorse oggi disponibili per insistere con una sorta di accanimento terapeutico sul sostegno generalizzato alla domanda, riformando poco. Oppure utilizzare le stesse risorse per far fronte ai costi sociali di breve periodo che riforme pervasive inevitabilmente generano, ma a fronte di crescita economica duratura e sostenibile.

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(1) Anche se la manovra di riduzione della tassazione fosse finanziata con l’aumento di altri prelievi indiretti e non con tagli alla spesa, gli effetti redistributivi della stessa, peraltro ancora da valutare, sarebbero comunque non-neutrali.

(2) Rapporto Sapir, luglio 2003; Rapporto Kok, novembre 2004; European Economy 2004 Review della Commissione europea del dicembre 2004; Rapporto annuale 2005 del Comitato di politica economica sulle riforme strutturali.

(3) Il tasso di partecipazione alla forza lavoro misura le persone che, da inattive, entrano sul mondo del lavoro, e lo trovano (occupati) o no (disoccupati). Si tratta dunque di un dato solo parzialmente legato alle dinamiche occupazionali.

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  1. Marco La Marca

    Il professor Altomonte ha semplicemente elencato, con il supporto dei dati, una serie di implicazioni dell’applicazione del buon senso al caso dell’Italia. E’ possibile che in un Paese “avanzato” sia necessario che queste cose non siano ancora comunemente accettate? Questo dovrebbe farci riflettere sulla capacità di reazione del Paese a certe riforme e a certe idee!

  2. rosario nicoletti

    Concordando in pieno con la frase: “in quanto la competitività non la si compra…….” , desidero congratularmi con la acutezza dell’analisi, libera dai paraocchi ideologici. Anche le considerazioni sull’aumento del numero dei ricercatori mi trova completamente d’accordo. E se mi è permessa una aggiunta, vorrei commentare gli alti prezzi della pizza, determinati da scarsa concorrenza. Questa è resa difficile dalle regole igienico-sanitarie, le più restrittive del mondo, che sono a mio avviso, un aspetto significativo del sistema Italia. Più in generale, sicurezza, ecologia e regole diventano da noi – attraverso la loro furbesca applicazione – occasioni per lucrare in modo più o meno lecito.
    Il sistema Italia soffre anche di questo: si “rottamano” automobili efficientissime e poco inquinanti mentre si lasciano in esercizio riscaldamenti a carbone ed a gasolio che riempiono le città di “particolato”. Così come si lasciano circolare mezzi pubblici e privati sgangherati con motori diesel esausti che fanno altrettanto. Si scatena una assurda caccia all’amianto, che viene rimosso da dove non può fare alcun danno, come dai serbatoi dell’acqua condominiali o dalle tegole delle case di campagna. Nell’edificio (pubblico) dove lavoro le porte sono state “girate” due volte, per ragioni di sicurezza. Potrei continuare il triste elenco della distruzione di ricchezza che avviene quotidianamente.

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