I dati continuano a dipingere un quadro sconsolante dello stato dell’economia italiana. Nel 2004, uno degli anni migliori per l’economia mondiale, la crescita si è fermata all’1,2 per cento. E non per carenza di domanda. La politica economica dovrebbe concentrarsi sugli stimoli all’offerta, in crisi di competitività sui mercati nazionali, europei e mondiali. Difficile pensare che nel 2005 si riesca a fare meglio. E’ auspicabile che con la prossima Relazione di cassa, il Governo fornisca un quadro realistico della situazione economica e di quella dei conti pubblici.

I dati che continuano giungere sullo stato dell’economia italiana dipingono un quadro sconsolante. L’unico elemento rassicurante, il calo dell’inflazione, finalmente allineata sui livelli europei, è più il riflesso della debolezza della domanda che non di comportamenti virtuosi.

IL CONSUNTIVO DEL 2004

I dati dell’Istat pubblicati venerdì 11 marzo confermano, se ce ne fosse bisogno, che l’economia italiana non gode di buona salute. Nel 2004, la crescita si è fermata all’1,2 per cento, un valore certo superiore a quello dell’anno precedente (0,3 per cento), ma ancora inferiore al potenziale della nostra economia. Né è possibile cercare di attribuire, la crescita anemica alle difficoltà dell’economia mondiale, come troppo spesso si è fatto negli ultimi anni. Il 2004 infatti passerà alla storia come uno degli anni migliori per l’economia mondiale che, nelle stime del Fondo monetario internazionale dovrebbe essere cresciuta del 5 per cento, il valore più alto degli ultimi venti anni. Anche restringendo il nostro orizzonte all’Europa, l’Italia non brilla: la crescita ha raggiunto il 3 per cento nel Regno Unito, il 2,5 per cento in Francia e persino nel malato cronico del continente, la Germania, ha superato di un terzo quella italiana.
Non è alla carenza di domanda che si può imputare la mediocre performance della nostra economia. Il commercio mondiale è cresciuto a tassi a due cifre, mentre le nostre esportazioni hanno segnato in termini nominali una crescita assai contenuta (il 7,1 per cento contro il 10,6 per cento della Germania) che si è tradotta in un’ulteriore erosione delle quote di mercato a livello mondiale. La politica economica dovrebbe concentrarsi sugli stimoli all’offerta, in crisi di competitività sui mercati nazionali, europei e mondiali.

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LE PROSPETTIVE PER IL 2005

L’economia italiana chiude l’anno in grave affanno. Il Pil è infatti diminuito nell’ultimo trimestre dello 0,3 per cento. Le scorte, pur non avendo fornito su base annua un contributo positivo alla crescita, sono nondimeno cresciute di altri 5 miliardi (quasi lo stesso dato del 2003) e l’indagine Isae mette in luce come le imprese considerino eccessivo il livello delle proprie scorte. Preoccupa poi la stagnazione della domanda di consumi, confermata dai dati di contabilità nazionale, da quelli della produzione industriale per destinazione d’uso, dalle informazioni relative a ordinativi e fatturato delle imprese industriali e dall’indice di fiducia delle famiglie. Il quadro è preoccupante: l’economia italiana, dopo avere mancato nel 2004 l’aggancio con il treno dell’economia mondiale, si presenta alle soglie del 2005 senza slancio (il trascinamento rispetto al 2004 è inferiore allo 0,1 per cento), con i magazzini appesantiti da un eccesso di scorte, con una domanda di consumi anemica proprio nel momento in cui lo stimolo di quella mondiale rischia di diminuire marcatamente. Il numero di giorni lavorativi, che aveva gonfiato la crescita nel 2004, giocherà in senso opposto nell’anno in corso.
È difficile pensare quindi che nel 2005 l’economia italiana riuscirà a fare meglio rispetto al modesto 1,2 per cento registrato nel 2004. Al contrario. Gli indicatori disponibili mettono in luce come nel primo trimestre la crescita non dovrebbe superare, su base congiunturale, lo 0,2-03 per cento. Ne consegue che, se anche l’economia crescesse a tassi prossimi al suo potenziale (lo 0,4 per cento) per i restanti tre trimestri, la crescita su base annuale si fermerebbe al di sotto dell’1 per cento. Non a caso il Fondo monetario internazionale ha rivisto al ribasso le sue previsioni all’1,2 per cento, mentre diversi istituti privati si attestano su livelli ancora più bassi.
Le stime del Governo invece ci accreditano di una crescita pari al 2,1 per cento. Un punto di crescita, come è noto, vale circa sette miliardi in termini di saldo del bilancio pubblico. È auspicabile che con la prossima Relazione di cassa l’esecutivo riesca a fornire un quadro realistico sia della situazione economica che di quella dei conti pubblici.

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