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  1. Nicola Tosini Rispondi
    Questo articolo mi rende felice 2 volte. Si scrive di musica per un pubblico non necessariamente di musicofili (spesso tragicamente più inclini al culto della personalità che non alla passione per l'arte). Della musica si affrontano aspetti poco eterei e molto terreni: la musica, fatta di persone e di cose, è molto costosa. Un dettaglio dell'articolo non mi è chiaro però: comprendo il rinnovato interesse per le opzioni suscitato da FIAT, ma quale aspetto di discrezionalità si vuole metter in luce nel rapporto della Scala con lo Stato? Grazie Nicola
  2. Adolfo Laurenti Rispondi
    La riflessione sul mondo dell'opera dal punto di vista degli economisti offre una boccata di aria fresca su un tema in cui un certo sclerotismo e' a lungo prevalso. Tre rapide riflessioni sullo stimolante articolo di Pennisi: 1. Capisco l'aspirazione della Scala ad essere teatro di cartellone, non di repertorio. Capisco molto meno l'ambizione a voler essere teatro di cartellone su ENTRAMBI i palcoscenici milanesi, quando la logica mi suggerirebbe di mantenere la sala del Piermarini come vetrina, ma di allestire agli Arcimboldi le produzioni di repertorio. Che, essendo pur sempre repertorio scaligero, potrebbero comunque godere di una certa attenzione (penso all'attrazione che i capolavori verdiani o del belcanto eserciterebbero per i tanti turisti ed ospiti stranieri.) 2. Non capisco affatto, se non alla luce di un protagonismo ed ambizione sproporzionati ai mezzi disponibili, l'aspirazione di ogni teatro italiano ad essere teatro di cartellone. Passi per Roma, Torino, Bologna, Genova, Napoli, la Fenice, forse Parma e Pesaro - la lista gia' si allunga. Ma come giustificare i costi enormi di tale intrapresa in citta' di provincia medie e piccole, talvolta piccolissime? Non ho mai visto seriamente messo in discussione il "modello italiano", mentre l'esperienza tedesca e' sempre stata liquidata con sufficienza. Mi pare, se non sbaglio, che in Germania sopravvivano numerosi teatri d'opera, che allestiscono spettacoli di repertorio con dignita', senza creare voragini nelle finanze pubbliche, spesso con cantanti giovani o sperimentati (che vengono poi "riscoperti" in Italia con grande ritardo e grande enfasi.) 3. Un vantaggio della programmazione "di repertorio" sarebbe il potersi affidare a compagnie di canto stabili o semi-stabili. I giovani cantanti sarebbero estremamente felici di poter avere una simile opportunita': sia in termini di stabilita' di occupazione, sia per la possibilita' di approfondire ruoli, guadagnare esperienza, e maturare vocalmente. Purtroppo, in Italia non sembrano esistere opportunita' di "fare gavetta." Non ho dubbi che la logica di "public choice" e "rent seeking" da parte di sindacati, amministratori ed operatori del settore sia estremamente potente nello spiegare il perche' il sistema italiano si sia evoluto nel modo in cui e' evoluto. Ma forse cio' e' accaduto perche', a dispetto di tradizione e popolarita', la gestione del mondo dell'opera e' sempre rimasta dominio esclusivo di pochi addetti ai lavori. Spero che il dibattito continui, e che la provocazione di Pennisi non rimanga isolata. Adolfo Laurenti Chicago, IL USA