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La Chiesa e il lavoro

La dottrina sociale della Chiesa non interessa solo i credenti, ma offre una visione d’insieme dei problemi che rinvia a una dimensione fondativa di carattere teologico e antropologico-etico. I suoi cardini possono essere identificati nei principi della dignità della persona e della destinazione universale dei beni. Il “diritto del lavoro” non è riducibile al diritto della concorrenza e nemmeno al “diritto sociale”: è il diritto che tutela la dignità delle persone che lavorano, e solo in quanto tale promuove la giustizia sociale e l’eguaglianza nel mondo del lavoro.

Due idee assai diffuse sulla dottrina sociale della Chiesa cattolica (Dsc) meritano di essere corrette.
La prima è che la Dsc avrebbe subito una sorta di subalternità culturale in passato rispetto al liberismo economico e negli ultimi decenni rispetto alle dottrine economico-politiche socialiste e marxiste (ma Vilfredo Pareto taccia di socialismo già la Rerum Novarum di Leone XIII, del 1891). Quest’idea è sbagliata perché colloca la Dsc sul piano economico-politico proprio di quelle dottrine, invece che sul piano teologico-etico, che le compete. Ciò non significa, ed è questa la seconda idea meritevole di critica, che la dottrina sociale della Chiesa interessi soltanto i credenti: uno sguardo appena più attento rivela che ha da dire qualcosa di assai peculiare e per nulla scontato a tutti, credenti e non.


I punti fermi del magistero pontificio in materia sociale


Con una buona dose di semplificazione, i cardini etico-teologici del magistero sociale cattolico possono essere identificati nei principi della dignità della persona e della destinazione universale dei beni.
La dignità della persona non è il concetto vago e buono per tutte le necessità dialettiche, di cui si fa talvolta abuso nel dibattito politico e sindacale. Implica, molto precisamente, che “l’ordine delle cose dev’essere adeguato all’ordine delle persone e non viceversa”, e che bisogna “considerare il prossimo come un altro sé stesso, tenendo conto prima di tutto della sua vita e dei mezzi necessari per viverla degnamente”. (1)
La dignità del lavoro, in particolare, implica, nel concreto svolgimento dei processi produttivi, la prevalenza della “dimensione soggettiva del lavoro” (l’uomo che lavora) rispetto a quella “oggettiva” (il ruolo svolto dal lavoro umano nelle specifiche contingenze storico-sociali): “il lavoro umano ha un suo valore etico, il quale (…) rimane legato al fatto che colui che lo compie è una persona”. Laddove “persona”, nell’accezione propria della dottrina cattolica, non è semplicemente un essere sensibile, intelligente e cosciente, ma è l’”essere unico e irripetibile” che sta dietro tali capacità, sicché “non sono l’intelligenza, la coscienza e la libertà a definire la persona, ma è la persona che sta alla base degli atti di intelligenza, di coscienza e di libertà”.  Ciò non significa che la Dsc accrediti l’idea che i diritti dei lavoratori – in primis, quelli a contenuto economico – costituiscano una sorta di variabile indipendente rispetto al resto della società.
La “giustizia sociale” cattolica, infatti, non è una forma di giustizia “alternativa” a quella commutativa-individuale, ma è la declinazione sul piano delle strutture sociali dell’unica nozione di giustizia, che si fonda sulla “volontà di riconoscere l’altro come persona”, consiste nel “dare a ciascuno ciò che gli è dovuto” e implica la finalizzazione del sistema sociale al “bene comune”, sì da permettere “alle collettività e ai singoli membri di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più celermente”. Si spiega così, per fare due esempi significativi, come, senza contraddizione, da un lato la giustizia sociale esiga che “per quanto possibile, il salario venga temperato in maniera che a quanti più è possibile sia dato di prestare l’opera loro”. Dall’altro, che il diritto al riposo festivo debba essere riconosciuto senza concessioni al produttivismo, giacché il lavoro non assorbe l’intera esistenza, e lasciare uno spazio franco per la dimensione spirituale è precetto la cui saggezza oggi non sfugge nemmeno alla cultura laica.
Il principio del bene comune rimanda, poi, all’altro fondamentale principio della “destinazione universale dei beni“: il lavoro è una forma di attività umana attraverso cui ciascuno svolge il compito di amministrare con diligenza e rettitudine i beni materiali che gli sono stati donati “per essere partecipati a tutti, secondo la regola della giustizia che è inseparabile dalla carità”. Si tratta di un principio che ricomprende ogni forma di lavoro (quello dell’imprenditore come quello dei suoi collaboratori; quello “di mercato” con quello “fuori mercato”) sotto il segno della diligenza e del bene comune; e che integra la “libertà d’impresa” con la “carità sociale”. Ma anche la carità è un valore che va interpretato in chiave teologica e non pauperistico-pietistica. Poiché è un riflesso della pari dignità delle persone e della destinazione universale dei beni, trascende la stessa giustizia: “non si possono regolare i rapporti umani unicamente con la misura della giustizia”. La carità è indispensabile per dare alla giustizia quella concretezza umana inattingibile non meno dalle concezioni socialiste che da quelle utilitariste o contrattualiste.
Collocata su questo sfondo teologico, la liberazione dal “lavoro alienato”, che è stato il problema socio-politico dominante nel secolo scorso, appare come inessenziale. Il vero problema della modernità è , semmai, quello di superare la concezione del lavoro come “totalità antropologica”, mercé la sua riconduzione a una dimensione che non copra l’intero essere.  Ciò non toglie che, nella dimensione della produzione, vada riconosciuta la “priorità intrinseca del lavoro rispetto al capitale”. Tuttavia, tale priorità presuppone il riconoscimento del “diritto naturale alla proprietà privata”, della “libertà d’impresa” e della “giusta funzione del profitto, “come primo indicatore del buon andamento dell’azienda”.
La piena legittimazione della libertà d’impresa si proietta, peraltro, ben oltre la polemica ormai datata con le ideologie socialiste, mostrando assonanze con le moderne teorie della concorrenza: è ancora dal principio della destinazione universale dei beni che discende l’illegittimità della proprietà quando essa serva “a impedire il lavoro di altri, per ottenere un guadagno che non nasce dall’espansione globale del lavoro e della ricchezza sociale, ma piuttosto dalla loro compressione”. Del resto, è sempre dal principio di universale destinazione dei beni che deriva un importante corollario “produttivistico”: “la proprietà di un bene fa di colui che lo possiede un amministratore della provvidenza; deve perciò farlo fruttificare e spartirne i frutti con gli altri”.


La Dsc nel conflitto tra “valori” ed “economia”


La dottrina sociale della Chiesa presenta per i laici un aspetto particolarmente interessante: la capacità di offrire una visione d’insieme dei problemi sociali che, proprio in quanto rinvia a una dimensione fondativa di carattere, insieme, teologico e antropologico-etico, si rivela aperta, sul piano storico, a forme di contemperamento tra efficienza economica e giustizia sociale più ampie e meno polarizzate di quanto non consentano le coordinate teoriche in cui è attualmente imprigionato il dibattito su questa materia tra gli studiosi di scienze sociali.
Offre pure un solido fondamento etico alla responsabilità sociale delle imprese : i capisaldi concettuali della Rsi (centralità dell’impresa nell’economia; centralità della persona umana, e non del capitale, nell’impresa; funzione etica del profitto) vi si ritrovano, infatti, chiaramente affermati, col guadagno, però, di un ancoraggio etico che rende possibile attribuire alla Rsi una dimensione autonoma rispetto a quella giuridica.
Per venire a un tema molto attuale, poi, la Dsc offre un’ottima giustificazione della distinzione concettuale e regolativa tra lavoro subordinato, autonomo-dipendente, e autonomo indipendente. L’unificazione delle tre aree, infatti, potrebbe giustificarsi solo in nome di un’istanza assorbente di tutela socio-economica. Ma se viene in rilievo il beninteso rispetto della dignità umana, si rende necessario differenziare le situazioni in cui essa è esposta direttamente al rischio dell’offesa da parte di un soggetto che sia titolare di un potere gerarchico (subordinazione), da quelle in cui l’esigenza è essenzialmente quella di riequilibrare uno squilibrio economico-sociale. Per concludere, il “diritto del lavoro”, come non è riducibile al diritto della concorrenza, nemmeno è riducibile al “diritto sociale”: è il diritto che tutela la dignità delle persone che lavorano, e solo in quanto tale promuove la giustizia sociale e l’eguaglianza nel mondo del lavoro.


(1) Le citazioni sono tratte da encicliche papali di Leone XIII (Rerum Novarum, 1891), Pio XI (Quadragesimo anno, 1931), Giovanni Paolo II (Dives in misericordia, 1980; Laborem exercens, 1981; Centesimus Annus, 1991); dalla Costituzione Gaudium et spes del Concilio Vaticano II, 1966; e dal “Catechismo della Chiesa cattolica“.

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Sommario 2 marzo 2005

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  1. Valentino Necco

    Nell’articolo di Tursi vi è una continua giustapposizione tra una lettura etico-teologica e una politico-sociale della dottrina sociale della chiesa. Ora, a parte il fatto che il piano etico e quello teologico sono cose molto diverse che non per forza debbono andare assieme, una dottrina che si definisce “sociale” qualche pretesa di indicare alla società una pur vaga direzione ce l’avrà pure.
    Fosse vero che la lettura più adeguata è quella etico-teologica, si tratterebbe di materia di esclusivo interesse dei credenti.
    Paradossalmente, tuttavia, quando la Chiesa scende sul piano concreto delle scelte alternative (su politiche fiscali, mercato del lavoro, pensioni) non può fare altro che limitarsi a indicazioni di una genericità imbarazzante. Teoricamente (e la realtà storica lo dimostra) il messaggio evangelico si presta alle giustificazioni più varie: dalle corporazioni fasciste alla teologia della liberazione, dal neoliberismo anglosassone allo socialdemocrazia del welfare state.
    Eppure, a parte qualche monito (tanto condivisibile quanto scontato) contro gli “eccessi” del sistema liberista, cosa ci dice di originale e utile la dsc?
    Certo, la Chiesa nella sua infinita saggezza ragiona sui tempi lunghi della salvezza ultraterrena delle nostre anime (e sulla sua personale sopravvivenza terrena) e giustamente sfugge alla trappola del contingente sociopolitico. Ma una dottrina sociale che sfugge al contingente sociale e politico non può essere che astratta e generica. O vogliamo davvero credere che gli accenni alla responsabilità sociale dell’impresa siano un contributo utile?

    • La redazione

      Quella che al lettore pare una giustapposizione idonea a privare la DSC di ogni rilevanza pratica, è ciò che rende la DSC incomparabile con qualunque altra dottrina o teoria sociale, politica, economica: la DSC è una branca della teologia cattolica. Questo però, lungi dall’escludere, implica che essa abbia ricadute pratiche. La DSC è infatti l’esplicitazione del punto di vista della dottrina cattolica sui problemi sociali, nelle diverse contingenze storiche. Vengo al pratico, con tre esempi del tutto eterogenei, ma provocatoriamente attuali, in tema di RSI, protezionismo economico, lavori atipici.

      1) Solo dalla prossimità esistenziale tra le persone (il nome laico della carità), può scaturire una giustizia concreta e non astratta: le dice qualcosa questo sull’impalpabilità concettuale delle cdd. “etiche pubbliche”, e sulla assurdità dell’assunto secondo cui la RSI si dovrebbe imporre o regolamentare per legge ?

      2) La finalizzazione della libertà d’impresa al bene comune implica che uno dei migliori indicatori della sua eticità sia l’incremento del reddito complessivo, e quindi la sua apertura all’esterno: con tanti saluti al protezionismo economico.

      3) Non è lecito introdurre più vincoli di quanto richiesto dall’esigenza di tutelare la dignità e i giusti diritti dei lavoratori: quindi il lavoro interinale andrebbe liberalizzato, ma nel contempo andrebbe vietato l’utilizzo fisso e stabile di un determinato lavoratore presso una determinata impresa cliente. Lo hanno capito le corti USA che cominciano a condannare non già lo staff leasing, ma il ricorso ai cdd. “permatemp workers”.

      Le assicuro, caro Necco, che su ciascuno dei temi socio-economici all’ordine del giorno la DSC avrebbe da dire cose non solo assolutamente precise, ma originali e spesso sorprendenti, quasi mai allineate al comune sentire buonista cui essa è accomunata nella percezione generale.

  2. domenico airoma

    Considero di grande utilità, scientifica e pratica, le riflessioni svolte in materia di principi forniti dalla dottrina sociale della Chiesa. Si tratta, infatti, di andare -finalmente!- ai fondamenti del rapporto fra impresa e lavoro e, più in generale, fra libertà ed economia.
    E’ un tema su cui, soprattutto negli Stati Uniti, si sta discutendo da tempo ed intorno al quale si è svolta la stessa campagna elettorale per le recenti presidenziali. Molti in quel Paese hanno votato contro l’assistenzialismo di Stato, a favore della diminuzione della pressione fiscale, anche e soprattutto per vedere accresciuti i propri spazi di libertà concreta ( per fare in modo che le famiglie e gli altri gruppi sociali potessero concorrere, effettivamente, alle scelte in tema di sicurezza sociale).
    L’individuo economicamente responsabile sembra per molti aspetti l’altro lato della persona eticamente responsabile descritta nella dottrina sociale della Chiesa. La riespansione della società -a scapito di uno Stato onnipervasivo- può essere considerata l’applicazione, più o meno consapevole, del principio di sussidiarietà pure presente nella dottrina sociale della Chiesa. Sono tutte questioni di grande fascino culturale ma anche di indiscutibile impatto politico.
    Certo, si può anche liquidare il tutto facendo prevalere l’insofferenza per la fonte (il magistero pontificio); ma un approccio “laico” non può non condurre ad una riflessione sui principi cui ancorare ogni riforma che voglia coniugare libertà e sviluppo socio-economico.
    A voler tacere di un altro enorme aspetto: l’indispensabilità, soprattutto per chi (come me!) è chiamato da giudice spesso a riempire di contenuto nozioni “metagiuridiche” (quali, ad esempio, la dignità del lavoratore), di avere dei punti di riferimento culturalmente omonogenei e non frutto di mutilazioni ideologiche. Anche per questo, mi auguro che la riflessione aperta dal prof. Tursi proceda e si arricchisca di ulteriori riflessioni.

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