logo


  1. andrea de martini Rispondi
    Mi fa piacere constatare che in Italia esista almeno un sito informativo libero come il vostro, che si occupa di fatti senza vederli con occhiali di parte. Quando si dice che la scuola italiana va male si dice una verità assolutamente parziale come dimostramno i dati di PISA (e Salvemini diceva che se di due verità una si tace è evidente che quella sola detta diventa una bugia!): i licei tengono a livelli di eccellenza mondiale. Ma perché tutto questo non si dice? Perché (per una questione di malinteso "politically correct"?) nei Media non si parla di questi diversi livelli d'istruzione in relazione alla geografia del Paese? Chi scrive non è antimeridionalista ed è lontanissimo e avverso alle posizioni leghiste, ma il non affrontare questi problemi (il diverso livello di preparazione al SUd, i concorsi più facili, le votazioni scolastiche e universitarie spaventosamente alte senza un oggettivo riscontro nella pratica, ecc.) partendo dalla realtà offre al Paese un'analisi distorta cui non possono che seguire scelte sbagliate. Un saluto cordiale
  2. Pietro Valeri Rispondi
    C'è da chiedersi come mai i nostri politici così come pure gli Enti preposti come il MIUR e i vari INDIRE e l'INVALSI non pubblicizzino adeguatamente i risultati del PISA 2003. Anche il testo che possiamo trovare sul sito internet dell'INVALSI è estremamente povero di contenuti e di dati. Basterebbe poco per tradurre in italiano i rapporti già diffusi dall'OCSE in inglese... Nessuno (nè Governo, nè Opposizioni) pone con forza la necessità di mettere in atto un sistematico e continuo processo di valutazione delle nostre scuole, a differenza di quanto avviene negli altri Paesi europei e di quanto avviene per una qualsiasi attività lavorativa. Mi sono fatto un'idea che spero sia errata. I dati ci dicono che negli ultimi quindici anni, la percentuale di diciannovenni diplomati in Italia è passata dal 50% al 75%. Probabilmente questo risultato è stato ottenuto con un abbassamento degli standard qualitativi. I dati di PISA 2003 lo confermerebbero ma lo conferma soprattutto il fatto che il 40% degli studenti presentano debiti formativi (Il sole 24 ore del 3.2.2005).
  3. Giuseppe Coco Rispondi
    Vorrei dissentire dall’opinione di Checchi, del quale peraltro condivido in gran parte le tesi, secondo la quale: ‘La diversa tipologia delle scuole secondarie disponibili in Italia permette alle famiglie di autoselezionarsi secondo la propria collocazione sociale, e questo è uno dei fattori principali che spiega il mantenimento di una bassa mobilità intergenerazionale’. Checchi assume implicitamente che l’accesso ad un liceo aumenta le prospettive degli individui a prescindere dalla loro posizione sociale. Manca cioè dal quadro una analisi delle cause della auto-selezione quasi perfetta che avviene al livello di scuola secondaria. Si trascura in particolare la possibilità che le scelte scolastiche siano ‘guidate’ dalla appartenenza sociale non per fattori di natura culturale, ma come semplice effetto collaterale. L’accesso alla maggior parte delle carriere in Italia avviene di fatto sulla base dell’appartenenza sociale (professioni e carriere pubbliche di elevato profilo certamente, ma anche imprenditoria ovviamente) oltre che per il possesso formale di un titolo di studio. In queste condizioni il ‘rendimento’ del titolo di studio è molto minore in assenza del primo requisito (l’appartenenza familiare). La auto–selezione avviene quindi per motivi perfettamente razionali (perché investire seriamente in un Liceo o in Università se poi mi manca il requisito fondamentale per mettere a frutto professionalmente il titolo: la posizione familiare). In questa prospettiva eliminare la differenziazione tipologica della scuola secondaria ha effetti modesti sulla mobilità intergenerazionale. Senza serie riforme dell’accesso alle carriere (si pensi alle professioni), della struttura finanziaria (accesso al credito), e/o improbabili cambiamenti di tenore culturale (in particolare nella gestione degli impieghi pubblici) mi sembra francancamente ingenuo ipotizzare effetti dirompenti. Si noti che questa analisi è a mio parere supportata dalla prima tabella (divari geografici). E’ infatti a meridione che l’accesso alle carriere è più strettamente legato alla posizione familiare ed i ‘rendimenti’ puri dell’istruzione sono ancora più scarsi. Infatti, e non a caso, è a meridione che la performance scolastica è peggiore across the board, e i divari sono maggiori. Il divario massimo si registra tra studenti di diverse scuole secondarie proprio nel meridione (circa 140 punti tra istituti professionali e licei a fronte di meno di 100 nel centro-nord). Perché infatti uno studente di scuola professionale dovrebbe investire in termini di impegno, quando il suo destino professionale è segnato. D’altro canto risulterebbe difficile, se questo canale di mobilità sociale fosse realmente disponibile, spiegare come mai a fronte di differenziali oggettivi così marcati non assistiamo a iscrizioni in massa ai licei.
  4. donatella accidenti Rispondi
    Mi fa piacere che ogni tanto si evidenzi come, nonostante tutti i "buchi" del nostro sistema scolastico, non siamo, a priori, quasi per definizione, più "somari" rispetto a popolazioni di altri paesi industrializzati. Merito di generazioni di insegnanti e di famiglie che hanno scommesso sull'istruzione dei ragazzi, ed a cui tutti dovremmo, ogni tanto, pensare con gratitudine. All'epoca dell'Unità di Italia eravamo uno dei popoli con il tasso di analfabetismo più alto in europa ( v. Gianantonio Stella, "L'orda" ), nel secolo scorso abbiamo vissuto 2 guerre, ed una è stata fatta in casa, sulla pelle dei civili; dopo, molti dei nostri genitori sono dovuti andare a lavorare prestissimo, con la quinta elementare in tasca. Per valutare con un po' di obiettività dove siamo arrivati, e cosa non va, bisogna ricordare anche da dove siamo partiti, e forse abbiamo fatto più strada di quello che pensiamo. Grazie dell'attenzione alle questioni che rigardano la scuola e buon lavoro.
  5. barbara balboni Rispondi
    I temi di cui parla l'articolo mi appassionano da sempre; sono di quelli che un po' ingenuamente hanno creduto, da studenti, nella scuola e nell'università come contesti dove si imparava tanto, dove ci si formava: i più capaci avrebbero poi rivestito le posizioni di maggior responsabilità e prestigio guidando per il meglio, ciascuno nel suo campo, una società sempre più complessa. Poi si esce, magari con un bel voto in tasca, e ci si rende conto che le magnifiche sorti e progressive sono una chimera e si deve ricominciare tutto da capo: occorre tanta fortuna, una buona dose di improvvisazione, tanta resistenza fisica, ma, spesso, specie per i ruoli di maggior responsabilità, la preselezione non viene fatta sull'intelligenza o la preparazione. Volevo solo evidenziare che una buona carriera scolastica ed universitaria finiscono per essere sempre meno correlate ad una carriera futura brillante. Conosco tanti giovani uomini e donne preparati e titolati che saltano da un lavoro precario all'altro, si adattano a fare sia cose prestigiose ( senza ricevere compensi tali da consentire di mantenersi) sia lavori più "umili" (bisogna pur mangiare), ma senza grandi prospettive. Non voglio dire che la scuola sia inadatta a preparare alle esigenze del mondo di oggi, penso che sia veramente un luogo di fomazione preziosissimo, con tutti i difetti del sistema e gli eventuali errori degli operatori. Vorrei solo dire all'articolista che la convinzione che la scuola formi e selezioni talenti che poi potranno esprimersi nella società, presente in tanta parte del mondo accademico, semplifica molto la realtà esterna. Data la velocità dei processi sociali ed economici una laurea vantaggiosa oggi, può produrre disoccupati fra 4 - 5 anni; ho sempre più l'impressione che il "mercato" non si ponga grossi problemi di selezione nel medio - lungo periodo: bisogna prendere ora gli operatori che servono, debbono rendere, quantitativamente, il più possibile, mantenendo una qualità media. Una scuola degna di questo nome non può inseguire esclusivamente o prioritariamente questi obiettivi, perchè finirebbe per distruggersi e distruggere delle potenzialità importanti delle persone. Detto questo poi vorrei aggiungere che fuori dalla scuola, o meglio dopo la scuola, molto più che dentro la scuola ( ed uso il termine in senso lato, comprendendo anche l'università), i giovani partono da posizioni molto dispari, il loro futuro dipendende dal caso ( essere al momento giusto nel posto giusto), dalla appartenenza a gruppi sociali che offrono opportunità di conoscere persone od occasioni di lavoro ( famiglia in senso lato, partiti, associazionismo), da un contesto familiare più o meno armonico e positivo, dove vengono dati strumenti per occasioni formative ( corsi extra all'estero, possibilità di coltivare interessi, capacità di relazionarsi agli altri in modo adeguato) oltre a modelli concreti per impostare l'apprendimento o la ricerca di lavoro. Questo nella mia esperienza sembra spiegare come mai la maggior parte dei ragazzi provenienti da famiglie con un basso livello di istruzione di base, pur essendo stati bravissimi in tutta la carriera scolastica, sono stati raggiunti e sorpassati da ragazzi che durante gli anni della scuola erano decisamente meno brillanti ( e per ragioni indipendenti dall'impegno profuso), ma provenivano da contesti più "istruiti", per cui avevano coltivato le lingue, le relazioni sociali e fatto sport. I primi, usciti dal sistema scolastico, erano "soli" quando si trattava di integrare la preparazione, cercare contatti, organizzare il lavoro e le attività extrascolastiche, gli altri avevano un bacino, una cassetta degli attrezzi, magari meno profonda ma più completa da cui attingere, per cui erano più "utilizzabili". In conclusione: la scuola secondo me ha fatto e fa tantissimo, è giusto e doverso fare tutto il possibile per alzare i livelli di conoscenza dei nostri ragazzi, ma forse sarebbe il caso di non dare troppo per scontato che basti una scuola "decorosa" per garantire in un paese una maggiore mobilità sociale ed in prospettiva una maggiore propensione alla innovazione tecnologica, alla riceca di una maggior qualità della vita ecc.. Lo si vede soprattutto dalle tante situazioni in cui il livello scolastico medio, come quello universitario, è buono, perfettamente in standard, ma tutte queste belle cose vengono realizzate in misura inferiore a quella che ci si potrebbe aspettare dai livelli scolastici. Ci sono dinamiche sociali, economiche ed anche psicologiche ( il legame di "appartenenza", dei giovani italiani al contesto familiare, ed alle subculture che questo adotta, è molto particolare) che condizionano questi "risultati" molto di più di una buona scuola, e forse sarebbe il caso di valutare in misura maggiore questi aspetti; sarebbe bello associare alle ricerche sulle conoscenze, come quelle citate nell'articolo, anche ricerche psicologiche, e seguire nel tempo, in maniera non episodica, carriere scolastiche, universitarie e lavorative di gruppi significativi di ragazzi. Un saluto
    • La redazione Rispondi
      Condivido molta dell'analisi riportata dalla commentatrice. Il mercato del lavoro italiano, molto popolato di micro imprese, lascia poco spazio alle competenze scolastiche, ed è per sua struttura poco meritocratico. Numerose analisi mostrano come la votazione universitaria sia poco influente sulle modalità d'ingresso dei laureati nel mondo del lavoro (reddito, tempo di attesa). Tuttavia una scuola meno "classista" andrebbe verso una maggior uguaglianza nelle opportunità d'accesso