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La prima banca non si scorda mai

L’Autorità garante della concorrenza avvia un’indagine sui costi che gli utenti devono affrontare se decidono di cambiare banca. La presenza di costi di cambiamento non implica di per sé un comportamento abusivo delle norme antitrust, però conferisce alle imprese potere di mercato e procura quindi maggiori profitti a scapito di clienti ed efficienza economica. La soluzione consiste nell’eliminare gli ostacoli alla mobilità dei consumatori. Ma il conflitto istituzionale tra Banca d’Italia e Agcm in materia di assetto del settore e di concorrenza rischia di complicare tutto.

Le banche tornano nuovamente nel mirino dell’antitrust: in recente bollettino, infatti, l’Autorità garante della concorrenza e del mercato ha deciso di avviare un’indagine per valutare costi, pecuniari e non, che gli utenti devono affrontare quando decidono di cambiare banca. (1)
Gli switching costs, o costi di cambiamento, assumono talora una dimensione rilevante e possono di conseguenza limitare la mobilità dei consumatori tra istituti di credito, restringendo significativamente la concorrenza.

Costi di cambiamento e strategie delle banche

La presenza di costi di cambiamento può essere strutturale, connessa ad alcune caratteristiche organiche al settore. Ma può essere anche strategica, determinata ad hoc dalle imprese per vincolare i consumatori nelle scelte e creare perciò uno spazio di monopolio.
In generale, l’effetto è quello di generare un’inerzia nelle scelte dei consumatori, anche tra alternative apparentemente identiche. Ora, sebbene la presenza di costi di cambiamento non implichi di per sé l’esistenza di un comportamento abusivo delle norme antitrust, essa nondimeno conferisce alle imprese potere di mercato, ovvero la possibilità di praticare prezzi più elevati di quelli concorrenziali, e procura quindi maggiori profitti. Tutto ciò, naturalmente, a scapito degli utenti e dell’efficienza del mercato nel suo complesso.
In ambito bancario, questa circostanza è talmente rilevante che in genere il cambiamento di istituto di credito avviene solo in concomitanza di eventi sufficientemente “traumatici” per il cliente, quale ad esempio il cambio di residenza. (2)
Inoltre, l’emergenza di costi di cambiamento è ulteriormente favorita dalla pratica dell’offerta multiprodotto che di fatto moltiplica la loro entità: l’apertura del conto corrente, la domiciliazione delle diverse utenze, la richiesta del bancomat e della carta di credito, la sottoscrizione di mutui, eccetera, sono tutte componenti dei costi finali che rendono maggiormente vincolante il rapporto cliente-banca. Ognuno dei servizi descritti, come è ben noto agli utenti, deve infatti essere estinto alla chiusura del conto corrente e richiede una nuova apertura, con relativi oneri – di tempo e denaro – presso il nuovo istituto di credito.

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Gli effetti sulla concorrenza

La letteratura economica, benché in modo non sistematico, conferma queste affermazioni. In uno studio sul mercato norvegese dei mutui, ad esempio, è stato riscontrato che il 25 per cento del profitto marginale delle banche (il profitto, cioè, per ogni mutuatario addizionale) deriva dall’effetto lock-in e si sostanzia in media con un rapporto banca-cliente della durata di 13,5 anni. (3)
Tale arco di tempo è in linea con i valori riscontrati sia nel mercato europeo, sia in quello statunitense. (4)
Sul mercato britannico, la Uk Competition Commission (2001) rileva egualmente che i consumatori tendono a vedere il cambiamento di banca come un processo difficile e non premiante, e ciò di contro permette di creare un sostanziale potere di mercato che procura un tasso di profittabilità più elevato rispetto agli altri settori industriali. (5)
Almeno parzialmente, tutto ciò sembra confermare che il potere di mercato attribuito dai costi di cambiamento viene sfruttato dalle banche e ha un peso sui meccanismi competitivi e sugli esiti di mercato.

Cosa accade in Italia

Anche in Italia numerosi indizi supportano l’ipotesi di una situazione analoga: l’esistenza ad esempio di una tasso di interesse sui depositi bancari decrescente, più elevato cioè quando il deposito viene attivato e via via ridotto nel tempo, sembra confortare l’idea che all’estendersi del rapporto (e quindi al crescere dei costi di cambiamento), la remunerazione necessaria per conservare un consumatore può essere abbassata.
La situazione descritta sembra dunque complessivamente penalizzare la concorrenza del mercato bancario, già mortificata dai consistenti limiti imposti dalla regolamentazione che mira a mantenere la stabilità finanziaria ed evitare pericolosi dissesti del sistema economico nel suo insieme.
Esiste tuttavia una via d’uscita che potrebbe soddisfare esigenze diverse e che è già stata adottata con parziale successo in altri mercati: eliminare gli ostacoli alla mobilità dei consumatori.
Ciò è quanto avvenuto ad esempio nel settore telefonico mobile con la portabilità del numero tra operatori diversi o nel settore assicurativo con la portabilità del certificato di rischio. Queste soluzioni hanno di fatto “liberato” i consumatori dalla dipendenza da un’unica impresa e li hanno trasformati nei protagonisti dei mercati, promotori più o meno consapevoli della concorrenza. Una soluzione analoga parrebbe auspicabile anche nel settore bancario.
Di fronte alla nuova sfida, però, non appare ancora totalmente risolto il conflitto istituzionale che vede contrapposte Banca d’Italia da un lato e Agcm dall’altro. Anche in questo caso infatti non è ben chiaro a chi spetta l’ultima parola in materia di assetto del settore e di concorrenza. Questo nodo, ancora una volta, rischia di complicare le scelte e, magari, di danneggiare soluzioni efficienti.

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(1) Apertura indagine conoscitiva n. 13771, 16/11/2004, Bollettino n. 47/2004, scaricabile da www.agcm.it

(2) Vedi Sharpe, S. A. (1997), “The Effect of Consumer on Prices: A Theory and its Aplication to the Bank Deposit Market”, in Review of Industrial Organisation, vol. 12, n. 1, pp. 79-94; Kiser, E.K. (2002), “Predicting Household Switching Behavior and Switching Costs at Depository Institutions”, in Review of Industrial Organisation, vol. 20, n. 4, pp. 349-365.

(3) Klim M., Kliger D. e Vale B. (2001), “Estimating Switching Costs: the Case of Banking”, Journal of Financial Intermediation, 12, pp. 25-56.

(4) Shy, O. (2001), The Economics of Network Industries, Cambridge University Press.

(5) Vedi Lloyds TSB Group plc and Abbey National plc, su www.Competition-Commission.org.uk


 

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Il gioco in Italia: dati e problemi

  1. Andrea Lucchesi

    Un piccolo intervento legislativo che favorirebbe il riequilibrio dei rapporti tra banche e clienti è l’abolizione dell’art. 118, in forza del quale le banche sono di fatto autorizzate a modificare unilateralmente le condizioni economiche dei rapporti con i clienti.
    Si tratta di un assurdo giuridico: in nessun altro settore un elemento essenziale del contratto (il corrispettivo monetario delle prestazioni) viene rimesso alla mera volontà di una delle parti, peraltro quella che già gode di una posizione negoziale di vantaggio.
    Alcune banche, infatti, hanno iniziato ad impegnarsi a mantenere le condizioni immutate per un certo lasso temporale. Azione meritoria, e grande intuito di marketing. Ma al settore serve un intervento più deciso.

  2. Matteo Barbero

    Se non ricordo male, qualche anno fa la Commissione europea formulò una proposta per l’istituzione del numero di conto corrente unico. Ciascun correntista avrebbe così potuto passare da un istituto di credito all’altro senza oneri eccessivi per la chiusura dei rapporti e mantenendo le proprie coordinate bancarie, un po’ come avviene negli Usa per la targa dell’automobile. Che fine ha fatto quella proposta?

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