Quale Autorità debba avere la competenza antitrust sulle banche non è l’unico punto in discussione. Altrettanto fondamentali sono i temi del mercato del controllo nel settore bancario e le modalità con cui l’Autorità stessa deve esercitare il proprio potere. Le norme attuali vanno riviste. Occorre semplificare le autorizzazioni relative alle partecipazioni bancarie. Ma anche renderne più trasparente il processo decisionale, con obbligo di motivazione e facoltà di impugnativa. Non meno urgenti sono i problemi relativi ai rapporti fra banca e impresa.

I presidenti di Camera e Senato hanno dato un importante contributo alla tesi cara alla Banca d’Italia secondo cui sarebbe un grave errore trasferire la competenza antitrust sulle banche all’Autorità garante. Sostituendo persone qualificate come Michele Grillo e Marco D’Alberti con persone di oscura competenza e dubbia indipendenza (come hanno efficacemente dimostrato Sabino Cassese e Mario Monti su “Il Corriere della Sera”), anche ai più ottimisti viene il sospetto che tutto sommato sia meglio lasciare le cose come stanno. La Banca d’Italia vincerebbe la gara non per la superiorità della propria posizione, ma perché qualcuno ha azzoppato il cavallo dell’avversario. Bella soddisfazione.

I timori del passato

Ma è bene ricordare che il dibattito non riguarda solo chi deve essere l’autorità competente, ma anche due temi fondamentali come il mercato del controllo nel settore bancario e le modalità (in particolare la trasparenza) con cui l’autorità stessa deve esercitare il proprio potere.
Il primo tema, cioè quello del mercato del controllo bancario, è talmente importante da aver indotto il legislatore del 1990 a fare una eccezione così vistosa alle competenze della neonata Autorità garante. Era chiaro a tutti che chi vigila sulla stabilità delle banche tende a tutelare i profitti, anche a scapito della concorrenza. La stessa Banca d’Italia, sia pure in epoche ormai lontane, gli anni Sessanta di Guido Carli, aveva prima mostrato un benign neglect nei confronti del cartello bancario e poi addirittura aveva dichiarato che esso agiva nel pubblico interesse. Va bene che i tempi di Carli erano lontani, ma non si trattava proprio di una referenza incoraggiante.
Eppure la scelta del legislatore aveva una sua ragione di fondo: le banche italiane avevano cominciato la lunga strada verso la privatizzazione (non a caso la legge antitrust è coetanea della legge Amato) e il loro futuro era gravato da incognite pesanti: chi sarebbero stati gli azionisti delle banche, una volta superata la proprietà pubblica? Sarebbero state consentite le fusioni necessarie per arrivare a dimensioni comparabili con gli altri paesi europei? Ma vi è di più: vi era il pericolo che il controllo cadesse nelle mani di imprenditori intenzionati a sfruttare le risorse finanziarie delle banche, anziché massimizzarne il valore, come era accaduto nell’Italia del periodo compreso fra le due guerre mondiali.
Furono questi fondati timori (che alla fine evocavano gravi problemi di stabilità) a suggerire al legislatore la scelta in materia di competenza, come è dimostrato dal fatto che nella legge antitrust vennero incluse le norme che dovevano garantire la separatezza fra banca e impresa e che da un lato prevedevano autorizzazioni della Banca d’Italia per partecipazioni superiori al 5 per cento (e per il superamento di ben sette soglie successive) e dall’altro vietavano comunque alle imprese di detenere partecipazioni superiori al 15 per cento.

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E le norme da rivedere

Quelle norme richiedono una revisione per adeguarle alle esigenze odierne.
Da un lato, occorre che le autorizzazioni relative alle partecipazioni bancarie siano semplificate (tante soglie autorizzative appaiono francamente eccessive) e soprattutto siano soggette a trasparenza del processo decisionale, obbligo di motivazione e facoltà di impugnativa che non appartengono al modus operandi odierno della Banca d’Italia.
È questo un punto fondamentale della riforma necessaria che, come si vede, non ha nulla a che fare con la questione della competenza.
Non meno urgenti sono i problemi relativi ai rapporti fra banca e impresa. La lista di imprenditori italiani che amano giocare al risiko bancario è assai lunga. In molti casi, coalizioni di imprenditori (spesso pesantemente indebitati) risultano decisive ai fini del controllo. Talvolta, come dimostrato dal caso Bipop, tra management della banca e imprenditori esterni si stabilisce un pactum sceleris che porta a sfiorare il dissesto.
Tutto questo dovrebbe quanto meno sollevare qualche dubbio sull’adeguatezza delle norme attuali e suggerire regole più severe. Ad esempio, chi possiede partecipazioni superiori al 2 per cento dovrebbe essere soggetto a severi limiti di indebitamento nei confronti della banca stessa; potrebbero essere posti limiti o addirittura divieti alla possibilità di partecipare a patti di sindacato, e via elencando.
Insomma, la partita dell’antitrust in campo bancario non si esaurisce con la questione della competenza. Vi sono almeno altri due temi fondamentali su cui occorre tener vivo il dibattito e incalzare coloro che hanno a cuore l’efficienza del sistema normativo. E poi, per quanto riguarda la competenza, che vinca il migliore come nelle partite di calcio. E qualcuno può dire, come Nereo Rocco ai tempi del Padova: “Ciò, speremo de no”.

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