La necessità di aumentare i contributi allo sviluppo ha aperto il dibattito sulle cosiddette fonti innovative di finanziamento. Accanto alle tradizionali “tasse globali”, la proposta più interessante è quella britannica della International Finance Facility, basata su un meccanismo di cartolarizzazione dei flussi futuri di aiuto. Ma non mancano i dubbi. Soprattutto, perché i paesi industrializzati dovrebbero impegnarsi di più, se le difficoltà politiche non sono poi molto diverse da quelle che frenano gli aiuti diretti?

La comunità internazionale si è impegnata negli ultimi anni in uno sforzo collettivo per aiutare i paesi in via di sviluppo a raggiungere gli obiettivi di sviluppo del Millennio (Millennium Development Goals) entro il 2015 attraverso una serie di eventi e azioni di alto profilo, come la conferenza di Monterrey. L’aumento degli aiuti pubblici allo sviluppo dovrebbe costituire una componente essenziale dell’impegno internazionale: due studi della Banca mondiale (1) stimano che per raggiungere gli Osm, i paesi in via di sviluppo avrebbero bisogno di risorse addizionali che oscillano tra i 30 e i 60 miliardi di dollari all’anno.

Tra promesse e fonti innovative

Tuttavia, le promesse di aiuto da Monterrey in poi lasciano ancora molto a desiderare: secondo le stime più ottimistiche l’incremento degli aiuti, in valore nominale, arriverà a regime a non più di 15-20 miliardi di dollari annuali, che si sommerebbero agli attuali 60 miliardi di dollari annuali, all’incirca lo 0,23 per cento del Pil dei paesi donatori. L’uscita da questa impasse non è ovvia. Nei paesi ricchi, le decisioni politiche di aumentare gli aiuti sono rese difficili dai problemi di bilancio, una generale sfiducia nella loro gestione e la lontananza psicologica dei bisogni dei paesi in via di sviluppo. Questa situazione ha contribuito all’avvio di una riflessione sulle cosiddette fonti innovative di finanziamenti per i paesi in via di sviluppo, molte delle quali non sono nuove: si pensi per esempio all’imposta globale, spesso in forma di tassazione dell’inquinamento; alla cosiddetta “Tobin tax”; o alle lotterie organizzate su base internazionale. Nuova è invece la proposta del governo laburista britannico, uno dei principali promotori di questo dibattito: nel gennaio del 2003 ha lanciato un’iniziativa chiamata International Finance Facility. (2)
L’idea di base consiste nell’utilizzare nel periodo precedente alla data critica del 2015 i flussi di aiuto previsti per gli anni successivi al 2015 attraverso un meccanismo di cartolarizzazione (“securitisation”). I paesi donatori partecipanti alla Iff dovrebbero impegnarsi legalmente a vincolare alla Iff i flussi di aiuto previsti dal 2015 al 2030. Negli anni fino al 2015, sulla base di questi impegni, uno speciale veicolo finanziario emetterebbe titoli sui mercati finanziari internazionali. I proventi di queste emissioni verrebbero distribuiti ai paesi in via di sviluppo sotto forma di doni. Dopo il 2015, i titoli emessi dal veicolo finanziario verrebbero ripagati dai flussi di aiuto precedentemente ipotecati dai paesi donatori. Si noti che la proposta riguarderebbe solo gli aiuti addizionali che i paesi donatori hanno promesso da Monterrey in poi. La Iff sarebbe smantellata alla fine dell’operazione, nel 2030.

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Alcuni interrogativi sulla Iff

La proposta non manca di sollevare interrogativi, e ha infatti raccolto un sostegno internazionale limitato: oltre alla Gran Bretagna, solo la Francia si è pronunciata in suo favore. Una prima debolezza è rappresentata dal trattamento fiscale degli impegni finanziari dei paesi donatori. Il meccanismo della Iff prevede che gli impegni di spesa (legalmente vincolanti) restino fuori dai bilanci statali, una condizione indispensabile per attrarre la partecipazione soprattutto degli Stati europei, soggetti a vincoli del Patto di stabilità e crescita. Tuttavia, è dubbio che Eurostat e le procedure nazionali esistenti (non solo in Europa, ma anche negli Stati Uniti) permetterebbero in pratica questo trattamento. Ci si chiede inoltre se la caduta dei flussi di aiuto post-2015 possa avere effetti negativi sui paesi in via di sviluppo, che si troverebbero a non poter fare conto su importanti finanziamenti anche qualora non fossero ancora riusciti a emergere dalla trappola della povertà.
Infine, ed è il punto forse più delicato, non è chiaro se i paesi industrializzati sarebbero meno restii a impegnarsi in un meccanismo come la Iff di quanto lo siano ad aumentare direttamente gli aiuti, visto che le difficoltà politiche non sarebbero molto diverse. Un rischio aggiuntivo è che le risorse supplementari rese possibili dalla Iff non siano addizionali, nel senso che i governi dei paesi donatori potrebbero diminuire i finanziamenti in bilancio pur mantenendo invariati i flussi totali ai paesi in via di sviluppo. La proposta britannica, anche se sarà difficilmente realizzabile, ha avuto comunque il merito di promuovere il dibattito sul finanziamento degli Osm. Sull’onda della Iff, il presidente francese Jacques Chirac ha lanciato la cosiddetta commissione Landau per lo studio di metodi innovativi di finanziamento dello sviluppo, mentre la Banca mondiale e il Fondo monetario hanno preparato un rapporto sugli stessi temi da sottoporre i ministri delle Finanze e dai governatori delle banche centrali.

(1) “Goals for development: history, prospects, and costs” di S. Devarajan, M. J. Miller e E.V. Swanson, mimeo, Banca mondiale, aprile 2002, e “Supporting sound policies with adequate and appropriate financing”, preparato nel 2003 dallo staff della Banca mondiale per le riunioni annuali del Fondo monetario e della Banca mondiale.

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(2) Si vedano “International Finance Facility” e “International Finance Facility: a technical note”, HM Treasury e Department for International Development, gennaio 2003.

Le opinioni sono espresse dall’ autore a titolo personale e non riflettono necessariamente la posizione del Fondo Monetario Internazionale.

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