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  1. Andrea De Marco Rispondi
    Sono dell’opinione che, allo scopo di fare paragoni riguardo le eventuali tendenze o “infiltrazioni” politiche presenti, possa risultare fuorviante accostare due realta’ dei mass media cosi’ differenti come quelle statunitense e italiana. Si tratta, principalmente, di due culture giornalistiche piuttosto diverse da un punto di vista di rapporti con il potere politico. Nella cultura dei media di massa negli Stati Uniti, infatti, ai giornalisti e’ tradizionalmente attribuito un ruolo di “cani da guardia” (watchdogs) a protezione delle liberta’ civili nei confronti del potere politico. E’ per questa ragione che, relativamente alle testate di stampa USA, le medesime tendenze politiche che pare sia stato possibile riscontrare tramite il metodo “ADA” citato nell’articolo di Panunzi, si trasformano – sempre per tradizione consolidata – in “endorsement” alla vigilia delle elezioni presidenziali. Il termine endorsement indica l’uso delle testate statunitensi di schierarsi esplicitamente con uno dei due concorrenti alla Casa Bianca, sostenendo che sia la migliore scelta per il popolo americano nei quattro anni successivi. E, come ricordava Vittorio Zucconi in un articolo sull’argomento comparso su Repubblica il 18 ottobre scorso, “l´investitura di un candidato è responsabilità esclusiva del desk degli editorialisti in autonomia dalla direzione del giornale e dalla proprietà”. Nello specifico delle ultime elezioni presidenziali negli USA dunque, secondo la rivista specializzata Editor & Publisher, 125 giornali hanno sostenuto il candidato democratico Kerry e 96 il repubblicano George W. Bush. Editor & Publisher sottolineava poi come tra le 125 testate pro-Kerry ce ne fossero almeno 35 che avevano sostenuto Bush nel 2000, mentre le testate passate dal supportare Gore nel 2000 a indicare Bush quale candidato ideale nel 2004 sarebbero state solo due. L’”inclinazione” della stampa americana per il candidato democratico nel 2004 appare dunque essere un dato “esplicito”, riscontrabile cioe’ anche senza la necessita’ d’innovativi metodi di indagine accademica, in quanto per sua natura “pubblico”. E’ allora corretto affiancare un modello siffatto a quello nostrano? Si ricordi che, fenomeno assolutamente assente negli Stati Uniti, le testate a stampa in Italia sono spesso organi di partito o comunque sostenute economicamente in quanto affiancate a diverse realta’ parlamentari. Per esempio, in quanti sanno che “Libero” non sembrerebbe essere il titolo piu’ indovinato per il giornale di Vittorio Feltri che, a seguito di un accordo di natura commerciale siglato nel 2000 con il M.M.I, Movimento Monarchico Italiano, si e’ impegnato a sostenerne pubblicamente la linea politica? (Per i piu’ scettici, un giro virtuale sul sito www.monarchici.org puo’ dissipare dubbi residui). Come confrontare dunque il caso statunitense di uno schieramento politico “a posteriori”, libero ed esplicito, con quello italiano spesso “congenito”, vincolante e sottointeso quando non taciuto? N.B.: Chiedo scusa per gli apostrofi inseriti al posto degli accenti, ma scrivo questo messaggio da una tastiera americana senza lettere accentate.
    • La redazione Rispondi
      Il mio articolo diceva esplicitamente che è difficile pensare di applicare il metodo di Groseclose e Milyo all'Italia (anche se per ragioni diverse da quelle segnalate dal lettore). Vorrei solo puntualizzare le informazioni sugli endorsement dei giornali sono ortogonali alla metodologia di Groseclose e Milyo che li escludono esplicitamente dal loro data set perchè sono interessati al modo in cui i media riportano le notizie e non ai commenti. FP
  2. Emanuele Baldacci Rispondi
    I risultati della ricerca riportati nell'articolo sono abbastanza sconcertanti se si e' vissuti negli ultimi anni negli USA seguendo le informazioni diffuse dai network televisivi e dai giornali. Infatti, se si prende come esempio il trattamento dei media della guerra in Iraq si puo' in tutta onesta' e senza troppi complicazioni metodologiche dedurre che i media USA hanno supportato la tesi (poi scopertasi non veritiera) dell'amministrazione Bush sulla presenza delle armi di distruzione di massa in Iraq. La competizione tra networks in questo caso, lungi dal diffondere interpretazioni diverse sui fatti come vorrebbe la teoria ha portato ad una rincorsa tra i network a chi era piu' patriottico. I media USA saranno pure liberal se misurati secondo i parametri dello studio, ma di fatto invece di fare informazione plurale sono stati canali di "propaganda". Forse qualche riflessione in piu' sulla regolamentazione del settore e sulla necessita' di una presenza pubblica andrebbe fatta: in USA e in Italia.