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  1. Mario daccò Rispondi
    non mi sembrano cifre così esagerate, per un artista che da la vita alla musica. Senza contare che più della metà lo si spende in tasse e alberghi. Un tempo il cantante lirico era un divo ormai non più. Sinceramente credo che sia giusto pagare 150 € per uno spettacolo alla Scala, credo valga 100 volte più di 4 versi di DJ Francesco per il quale la gente paga 35-40 €.
  2. Mario Daccò Rispondi
    Forse non lo sa........ Il Met ha più posti della Scala, in America la Lirica è osannata, qui.... quasi disprezzata e un cantante lirico deve essere molto ben pagato, cosa che in America non avviene, è dura la vita del cantante, e il reddito molto tassato. Non abbiamo la 14° e nemmeno le ferie pagate, inoltre a parte rari casi non si fanno più di 30-40 serate all'anno.... e la media del compenso di un ottimo artista è di 10-15.000 €
  3. Andrea Asoni Rispondi
    Gentile professor Perotti, infinite sono le vie per migliorare la gestione del patrimonio culturale italiano, e sicuramente lei fa bene a indicare i costi e i benefici, gli eventuali usi alternativi delle risorse dedicate ad un progetto. Solo una cosa non capisco: lei dice "a teatro ci vanno i ricchi, che paghino i ricchi i costi della ristrutturazione". Allora mi viene da pensare "gli autobus li prendono gli studenti e i pensionati, che paghino loro le ristrutturazioni dell'ATM". Ecco la cosa non mi sembra giusta (soprattutto dato il fatto che sono uno studente!). Vorrei capire un'altra cosa: dato che le tasse sono progressive non e' gia' questo un modo per far pagare i costi della nuova Scala in misura maggiore ai ricchi? Credo che la bottom line del suo ragionamento ci porterebbe troppo in la': che la ricostruzione del Petruzzelli sia pagata dai baresi, e quella della strada crollata in Ogliastra dagli ogliastrini (mia terra). Insomma la domanda e': quanto e' pubblica la Scala? quanto e' un bene nazionale? La ringrazio per la sua attenzione.
    • La redazione Rispondi
      Caro Andrea, lei ha messo il dito sui due problemi principali in questo campo. Quale e' il grado ottimale di progressivita' nel finanziare i beni pubblici? E, collegato a questo, quanto del costo del bene pubblico bisogna far pagare all' utente? Come ho cercato di spiegare, non ho una risposta precisa a queste domande. E sono ben cosciente che i teatri, come tutti i beni pubblici, hanno delle esternalita' (anche se difficilmente misurabili), quindi farli pagare solo dagli sarebbe inefficiente, oltre che ingiusto. Il punto che volevo fare era molto meno ambizioso che rispondere a queste domande: nel caso della Scala, mi sembra che si sia adottato uno schema in cui praticamente TUTTO il costo e' stato sopportato dalla comunita'. A mio avviso, cio' strideva molto con la roboante retorica sul' "amore dei milanesi per la loro lirica e il loro teatro". In piu', ci sono state chiaramente delle inefficienze nel processo, a partire dagli enormi costi per una vera cattedrale nel deserto come il teatro degli Arcimboldi; e ci sono state degli aspetti poco edificanti, come i grossi benefici per un' azienda, come la Pirelli, il cui presidente siede nel consiglio della Fondazione la Scala, che a sua volta riceve gran parte dei suoi fondi dal settore pubblico. Piu' in generale, il mio articolo voleva sollevare il problema del costo della cultura. Tutti siamo d' accordo che sarebbe bello poter avere dieci volte le mostre, i concerti, le opere, i films ed gli altri eventi culturali che abbiamo adesso. Ma la cultura, come tutto il resto, costa, e trovo ipocrita e molto pericolosa la posizione di molti nostri intellettuali che non si pongono mai il problema, e riescono solo a protestare ogni volta che il governo si permette di non aumentare i fondi per questo o quell' evento. Come se i finanziamenti alla cultura fossero un loro diritto divino su cui il contribuente non ha il diritto di dire la sua. Cordialmente Roberto Perotti
  4. Andrea Morosini Rispondi
    Devo dire che i commenti sono imbarazzanti almeno quanto il suo contributo caro Perotti. La Scala almeno è una cosa di cui andar fieri nel mondo e devo dire che accetto senza problemi anche qualche inefficienza, anzi accetto anche inefficienze grandi. Accetto molto meno di trovarmi in un paese dove i miei connazionali, quando vanno a fare la spesa, pagano lo stipendio a Maria de Filippi. Viva la Scala (e il maestro Muti) anche con le sue inefficienze!!!
    • La redazione Rispondi
      Caro sig. Morosini se il confronto e' tra il finanziamento della Scala e quella gabella medievale che e' il canone RAI, non posso che essere d'accordo con lei. Roberto Perotti
  5. Massimiliano Mandia Rispondi
    Sono perfettamente in sintonia con la sua analisi. Quello della Scala, non è nè il primo nè l'ultimo caso di "mancanza di rispetto" verso i danari del contribuente. Soprattutto in passato, diverse aziende inefficienti, pur continuando a beneficiare di sussidi pubblici, rimanevano tali. Tornando alla Scala, il fatto che il Teatro milanese pratichi prezzi più elevati rispetto ad altri "teatri colleghi", immagino possa rispondere a due logiche: la prima è quella di rientrare più velocemente dall'investimento iniziale. La seconda ragione è opposta alla prima e può risiedere in alcune inefficienze gestionali dovute al contesto ambientale in cui opera il teatro. Cioè, essendo il teatro finanziato prevalentemente dal settore pubblico, è come se indirettamente fosse anch'esso un "soggetto pubblico", che non opera in un mercato concorrenziale, trovandosi, anche per il suo prestigio acquisito nel tempo, in una situazione di "monopolio culturale". E quindi la Scala non confrontandosi con altri teatri italiani di pari prestigio, fa "il bello e cattivo tempo". E' consapevole di stare dentro un guscio sicuro (creato anche dai nostri soldi) che non la espone alle regole della concorrenza. E non è dunque stimolata ad abbassare i prezzi. Buon natale e buon anno
    • La redazione Rispondi
      Caro sig. Mandia, grazie del messaggio e dell'apprezzamento. Sono d'accordo con la sua analisi. Se, come sembra, i compensi dei cantanti lirici in Italia sono piu' alti che negli altri paesi, questo sembrerebbe corroborare la sua idea che la natira praticamente pubblica degli enti lirici non induca certo a gestire oculatamente le risorse. Vi sono poi problemi di natura organizzativa - sindacale su cui mi riprometto di ritornare in futuro se riesco a raccogliere la documentazione necessaria (come puo' immaginare, le resistenze a fornire informazione al riguardo sono notevoli). Auguri (in ritardo) anche a lei Roberto Perotti
  6. Ludovico Miseso Rispondi
    Lei caro Perotti è il miglior autore di questo sito. Un suggerimento; dovrebbe inviare questo scritto a: - al Corriere della Sera, in prima fila nella retorica dicembrina, che forse dimentica che ha tantissimi lettori che non portano facilmente lo smoking ma pagano una enormità di tasse - al maestro Muti che spesso discetta di economia pubblica con la stessa disinvoltura e arroganza con la quale muove la sua bacchetta. Auguri e si faccia sentire di più, è ora di uscire allo scoperto. Ludovico
    • La redazione Rispondi
      Caro Ludovico, grazie per le tue parole di apprezzamento. L' articolo al Corriere della Sera l'abbiamo mandato...... Roberto
  7. oreste Rispondi
    Penso che la redistribuzione della ricchezza al contrario, cioè dalle classi meno abbienti e con meno potere alle classi privilegiate, sia presente in tutti i campi a cominciare dalla finanza alla grande indusrtia ecc. saluti oreste
    • La redazione Rispondi
      Caro Oreste, anche se non si deve generalizzare (il sistema della tassazione in Italia e' pur sempre nel suo complesso progressivo) , sono d' accordo che vi sono altri esempi di distribuzione all' incontrario. Un esempio di cui mi sono occupato su queste colonne e' quello del sistema universitario. Roberto
  8. Chiara Rubino Rispondi
    Perfettamente d'accordo! Credo che il discorso vada comunque allargato a tutte le rappresentazioni di opere liriche. E' noto che in Italia lo Stato sovvenziona ampiamente i Teatri; a vedere le opere liriche vanno per lo più i ceti più benestanti; ergo è in atto una redistribuzione regressiva delle risorse pubbliche. Cordialità Chiara Rubino
    • La redazione Rispondi
      Sono d' accordo, il discorso e' piu' generale, come dimostrano i dati sul Fondo Unico per lo Spettacolo citatinell' articolo.