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  1. Vario Rispondi
    Ho letto con molto interesse il vostro articolo. Tuttavia, in qualità di docente universitario impegnato in una ricerca ad alto contenuto tecnologico, e titolare di numerosi brevetti, non sono completamente d'accordo. La titolarità del brevetto, nella mia esperienza, non ha portato ad alcuna difficoltà nella stesura di accordi e contratti con aziende private: questo era vero prima della corrente legge, che non sarà perfetta ma ha eliminato la situazione precedente che era a dir poco disastrosa per confusione e indeterminatezza L'alternativa alla titolarità del brevetto per l'accademico, è la titolarità per l'Università, che però a questo punto dovrebbe sostenerne - naturalmente - i costi. Gli atenei più avanzati, nell'ambito dei regolamenti previsti dalla legge, si regolano già in questo senso, trattenendo la proprietà (a meno di un non interesse) sostenendo le spese. Tuttavia la situazione delle università è tale che pensare all'istituzione di una commissione che possa essere in grado di decidere cosa è brevettabile e cosa non lo è mi pare veramente molto ottimistico, senza contare che poi per stendere brevetti ben fatti è indispensabile la consulenza di studi legali che, a differenza dei docenti, si fanno pagare molto bene...
    • La redazione Rispondi
      Gentile professore, lungi da noi l’intenzione di descrivere la situazione precedente all’introduzione del privilegio accademico come ideale o desiderabile! Non si deve però fare confusione tra quello che era l’assetto normativo e le amministrazioni universitarie che quell’assetto dovevano gestire. Erano queste ultime (e non la norma di legge) ad essere inadeguate, sia per proprie inefficienze croniche, sia per l’assenza di risorse sufficienti a consentire agli atenei un ruolo pro-attivo nel trasferimento tecnologico (molti atenei faticano a gestire le attività primarie - insegnamento e ricerca - figurarsi come potrebbero mettersi a fare anche un terzo mestiere!). Ma l’introduzione del privilegio accademico richiede comunque un intervento di merito dell’amministrazione dell’ateneo, e quindi non rimuove il problema della sua inefficienza. Possibilmente lo aggrava, perché non premia quegli istituti che un guadagno di efficienza lo avevano perseguito, dandosi statuti e uffici dedicati (e sono le stesse che hanno rapidamente introdotto le modifiche statutarie cui lei accenna). Né risolve il problema dei costi di brevettazione, perché semplicemente sposta tali costi, in linea di principio, sul singolo ricercatore. D’altronde la norma precedente era la stessa che ancora oggi continua ad applicarsi al ricercatore privato e alla quale nessuno, dal fronte privato, ha mai eccepito difetti di confusione ed indeterminatezza: il datore di lavoro prende la titolarità delle invenzioni che il lavoratore ha sviluppato all’interno di una prestazione avente ad oggetto attività di ricerca. Può lo status (pubblico o privato) del ricercatore fare la differenza? La ricerca pubblica non costa meno di quella privata, ne è meno rischiosa perché possa derogarsi ad un principio lineare comune a quasi tutte le economie avanzate, molte delle quali hanno un record track brevettuale (accademico e non) ben superiore a quello italiano. MC, MG, FL, MS