Eccessiva durata dei processi: è questa la causa della crisi endemica della giustizia civile in Italia. Ma le riforme ipotizzate non risolvono la questione, anzi appaiono controproducenti. Per esempio quando delineano un modello nel quale il governo del procedimento resta molto a lungo nelle mani degli avvocati invece che in quelle del giudice. Criticabili anche gli aspetti di metodo. Le novità vengono introdotte a sorpresa, in modo disordinato e frammentario, senza il dibattito che sarebbe indispensabile in un sistema democratico.

L’amministrazione della giustizia civile in Italia è da tempo in una crisi endemica, soprattutto a causa dell’eccessiva durata dei processi. L’Italia occupa l’ultimo posto in Europa per quanto riguarda l’efficienza della giustizia civile, e per questa ragione subisce ogni anno centinaia di condanne dalla Corte europea dei diritti dell’uomo. L’attuale Governo afferma di voler risolvere alla radice il problema. Tuttavia, le riforme che vengono progettate, e in qualche misura attuate, appaiono del tutto insufficienti, e anzi addirittura controproducenti.

Il progetto Vaccarella

Emerge con sempre maggiore evidenza l’incapacità di identificare le cause reali del disastro, e di avviare di conseguenza riforme che siano davvero in grado di porvi rimedio. In Italia e all’estero non mancano analisi approfondite delle ragioni che portano a una durata abnorme del processo civile, ma di ciò il legislatore non sembra tener conto.
È da tempo in discussione in varie sedi un progetto di legge delega per la riforma del codice di procedura civile (“progetto Vaccarella”, dal nome di chi ha presieduto l’apposita commissione ministeriale). Contiene varie proposte sensate, che tuttavia non hanno nulla a che vedere con la riduzione dei tempi del processo. Contiene però anche la configurazione di un modello di procedimento ordinario destinato a incidere in modo negativo sulla situazione esistente.
Questo modello si fonda sull’idea che sia opportuno lasciare il più possibile il governo del procedimento nelle mani degli avvocati invece che in quelle del giudice. Gli avvocati delle parti sarebbero dunque liberi di scambiarsi un numero elevato di memorie scritte per un tempo assai lungo, fino a che uno di essi decida di interrompere il ping-pong. Tutto ciò avverrebbe all’insaputa del giudice, il quale verrebbe chiamato a intervenire solo quando una delle parti lo voglia. Allora il giudice dovrebbe risolvere di colpo tutte le questioni, assumere rapidamente le prove e pronunciare la sentenza. Non avrebbe però alcuna funzione di controllo e di gestione del procedimento, salvo che nella fase conclusiva, mentre il processo sarebbe soltanto una “cosa delle parti”.

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Le obiezioni che si possono rivolgere a questo modello sono molte. Basti richiamarne due: a) gli ordinamenti che hanno recentemente riformato con successo il processo civile (vale per tutti l’esempio dell’Inghilterra), hanno preso la strada esattamente opposta, ossia quella del rafforzamento dei poteri direttivi del giudice. b) È noto da sempre che il modo più sicuro per avere un processo lungo e complicato consiste nel lasciarlo liberamente gestire dagli avvocati. In ogni processo c’è sempre una parte che ha torto, e che si serve di tutti gli appigli per ritardare il momento della decisione finale: è ovvio che il suo difensore faccia di tutto per allungare il più possibile la durata del procedimento. D’altronde, la maggior parte degli avvocati lucra sui tempi lunghi, sul numero delle udienze e su quello delle memorie scritte (dum pendet rendet, si dice da secoli), sicché il difensore raramente ha un proprio interesse a che il processo sia rapido e semplice.
Non è facile capire se l’atteggiamento del patrio legislatore sia dovuto a ignoranza, a presunzione autarchica, a pregiudizi ideologici contro la magistratura, o a tutte queste cose insieme.
Certo è che questo atteggiamento rischia di portare non a una riforma, ma a una controriforma della giustizia civile, con il ritorno a modelli processuali che erano già obsoleti nella seconda metà dell’Ottocento.

Riforme semi-clandestine

Va tuttavia ricordato che la controriforma è già in atto: il modello delineato nel “progetto Vaccarella”, infatti, è stato applicato nel decreto legge n. 5 del 7 gennaio 2003, entrato in vigore all’inizio del 2004, che disciplina il “processo societario”.
Malgrado le molte reazioni negative che esso ha ricevuto, si delineano tentativi del Governo, più o meno surrettizi e finora rimasti senza esito, di estenderne l’applicazione anche ad altre controversie, come quelle relative alla proprietà intellettuale. In sostanza, mentre il “progetto Vaccarella” segue un iter lungo e di esito incerto, anche per le molte critiche che incontra, si tenta ugualmente di attuarlo in riforme di settore.
Nel frattempo, sono stati elaborati altri progetti governativi che paiono destinati a introdurre modifiche parziali a varie norme del codice di procedura civile. Questi progetti si susseguono, ma rimangono in uno stato di semi-clandestinità, al punto che spesso è difficile conoscerne il contenuto. Sembra quasi che chi li redige non abbia l’intenzione o il coraggio di sottoporli a un’aperta discussione preventiva. Di fatto, poche e secondarie novità vengono introdotte a sorpresa e in modo disordinato e frammentario, con decreti di cui nessuno, fuori delle stanze segrete del potere, sa in anticipo alcunché. Spesso, peraltro, si tratta soltanto di interventi correttivi di dettaglio.
Anche questo aspetto di metodo è significativo: non solo si progettano cattive riforme, ma lo si fa di nascosto, evitando il dibattito che sarebbe indispensabile in un sistema democratico.

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L’attenzione deviata

Non va poi dimenticato che tutto questo si inserisce in un quadro generale di confusione, di disordine e di mancanza di serie prospettive di riforma. Le vicende incerte e intricate della riforma della legge sull’ordinamento giudiziario fanno da sfondo a conati di riforma della giustizia civile di cui è difficile cogliere il senso. Ad esempio, mentre è noto che una razionalizzazione radicale delle circoscrizioni giudiziarie, dell’organizzazione degli uffici e dell’utilizzazione del personale è una condizione indispensabile per un miglior funzionamento della giustizia civile, di ciò non si parla. L’attenzione viene deviata su problemi che nulla hanno a che vedere con l’efficienza del processo, come quello della separazione delle carriere tra magistratura giudicante e magistratura requirente.
Molto rumore per nulla, o per pochissimo, dunque.

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