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Sull’outsourcing timori infondati

I risultati di studi su Stati Uniti e Gran Bretagna mostrano che la delocalizzazione non comporta una caduta nell’occupazione aggregata. Perché rende aziende e settori più efficienti e dunque contribuisce alla creazione di nuovi posti di lavoro che controbilanciano le eventuali perdite occupazionali dovute all’esternalizzazione di alcune fasi della produzione. Nell’industria manifatturiera americana infatti gli incrementi nell’outsourcing di servizi vanno di pari passo con una maggiore produttività del lavoro.

Media e circoli politi negli ultimi mesi hanno dedicato una grandissima attenzione all’outsourcing internazionale di servizi. Imprese localizzate in paesi industrializzati, ma che si procurano alcuni servizi all’estero sono state accusate di “esportare posti di lavoro” nei paesi in via di sviluppo: call center e servizi informatici all’estero sono gli esempi riportati più di frequente.
A ragione, molti potrebbero sostenere che l’outsourcing è stato un normale aspetto del commercio internazionale per decenni. Che cosa è commerciabile dipende dalla tecnologia e i passi in avanti, per esempio in tecnologia nella distribuzione di informazione e nella comunicazione, rendono oggi possibile commerciare servizi che precedentemente era troppo costoso scambiare. La nostra ricerca analizza appunto le tendenze nell’outsourcing e se comportano davvero una perdita di posti di lavoro.

I dati sull’outsourcing di servizi

Quanto è esteso l’outsourcing nei servizi? I titoli dei giornali fanno pensare che si tratta di un fenomeno in fase di esplosione. Ma i dati rivelano che sebbene sia globalmente in costante crescita, l’otsourcing nei servizi è ancora a livelli molto bassi in paesi industrializzati come gli Stati Uniti.
Nelle statistiche sulla bilancia dei pagamenti, il Fondo monetario riporta le importazioni di servizi che includono categorie correlate molto da vicino all’outsourcing – altri servizi alle imprese e servizi all’informatica e all’informazione. Secondo queste statistiche, le importazioni americane di servizi alle imprese come quota del Pil sono all’incirca raddoppiate in ognuno degli ultimi tre decenni: dallo 0,1 per cento del 1983 allo 0,2 per cento del 1993 allo 0,4 per cento del 2003. In Gran Bretagna la quota è circa l’1 per cento del Pil e in Italia l’1,7 per cento. L’India, che è ritenuta uno dei più significativi sbocchi di outsourcing, delocalizza essa stessa una gran quantità di servizi. Le sue importazioni di servizi all’impresa sono cresciute dallo 0,5 per cento del Pil nel 1983 a quasi il 2,5 per cento di il nel 2003.
Così come il commercio di beni, il commercio di servizi è una strada a due sensi. Oltre a essere grandi importatori, gli Stati Uniti sono anche grandi esportatori di servizi. Gli Stati Uniti hanno un surplus netto in tutti i servizi, al contrario di quanto accade con i beni, dove il deficit è netto. Gran Bretagna e Stati Uniti hanno il più grande surplus nei servizi all’impresa. Soffrirebbero quindi di più in termini di valore perduto in dollari se altri paesi tagliassero l’outsourcing di servizi. Ma questo non è vero per tutti i paesi industrializzati: per esempio, Italia, Germania e Irlanda hanno un deficit netto nei servizi all’impresa.

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Si perdono o si creano posti di lavoro?

Ma sono più i posti di lavoro persi o quelli creati dall’outsourcing? La nostra ricerca su Stati Uniti e Gran Bretagna mostra che in generale l’outsourcing non comporta una perdita di posti di lavoro. Piuttosto, i risultati indicano che quando si guarda ai settori in modo altamente disaggregato, si scopre che l’outsourcing è responsabile solo della perdita di un piccolo numero di posti di lavoro. Per esempio, se disaggreghiamo l’economia in 450 industrie, si nota un piccolo effetto negativo sull’occupazione dovuto all’outsourcing di servizi, ma quando queste industrie vengono riaggregate nei cento settori, l’effetto scompare. Questo significa che un lavoratore può perdere il suo lavoro a causa dell’outsourcing, ma che lui stesso o un altro disoccupato può trovare un nuovo lavoro in una diversa azienda dello stesso settore. I dati aggregati, quindi, non mostrano alcuna perdita di occupazione, se si creano sufficienti nuovi posti di lavoro: ed è per l’appunto quello che sembra accadere.
Probabilmente, questo si deve alla spinta positiva che l’outsourcing dà alla produttività. I nostri risultati mostrano che nell’industria manifatturiera americana gli incrementi nell’outsourcing di servizi vanno di pari passo con una maggiore produttività del lavoro. Perché ciò accade? Probabilmente perché le imprese delocalizzano in zone più economiche le fasi meno efficienti della loro produzione. E per le imprese manifatturiere, a essere esternalizzata di più è proprio la categoria dei servizi all’impresa. Anche se l’outsourcing di servizi portasse alla perdita di alcuni posti di lavoro, l’aumento di efficienza determinerebbe una produzione più alta e un’espansione dell’occupazione in altre linee di produzione. Per esempio, un’azienda potrebbe licenziare alcuni dipendenti perché importa servizi di tecnologia dell’informazione, ma dal momento che diviene così più efficiente, potrebbe decidere di espandere il suo dipartimento di ricerca&sviluppo, creando così nuovi posti di lavoro.
I risultati dei nostri studi su Stati Uniti e Gran Bretagna suggeriscono che non solo l’outsourcing non induce una caduta nell’occupazione aggregata, ma ha anche il potenziale di rendere aziende e settori sufficientemente più efficienti, così da portare in quei settori, definiti in senso lato, a una creazione di posti di lavoro sufficiente a controbilanciare le perdite occupazionali dovute all’outsourcing.

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Per saperne di più

Amiti, Mary e Shang-Jin Wei, “Fear of Ousourcing: Is it Justified?”, Imf Working Paper 04/186, e Nber Working Paper 10808. http://www.nber.org/papers/w10808.

Amiti, Mary e Shang-Jin Wei, “Service Outsourcing, Productivity and Employment Growth: Evidence from the Usa” Imf Working Paper, di prossima pubblicazione.

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  1. Fabio Cantoni

    Gli spunti offerti dagli autori nell’articolo sono apprezzabili, ma mi sembra che vengano trascurati gli aspetti qualitativi e gli impatti sociali dell’outsourcing.
    Per conoscenza personale, delimitiamo l’ambito ai processi di spin-off e delocalizzazione che stanno coinvolgendo in Italia le aziende del settore Telecomunicazioni/Informatico. Nella maggior parte dei casi il lavoro è stato trasferito comunque ad altre aziende italiane esistenti o appositamente create. L’ottimizzazione dei costi viene spesso raggiunta non solo grazie alla riduzione o precariarizzazione del lavoro (non certo secondaria per chi la subisce…), ma anche “banalizzando” l’attività esternalizzata, privandola di ogni componente di valore aggiuto. Un bravo sistemista informatico, inserito all’interno di un’azienda che ad esempio produce viti, spinge per inserire il suo know how nell’innovazione di ogni settore aziendale. Lo fa bene perchè conosce la SUA azienda, e al suo interno ha possibilità di crescita. Dall’esterno la sua attività si ridurrebbe a poco più della stanca manutenzione dell’installato, o peggio ancora “mal consigliare” l’azienda cliente per investimenti in progetti informatici costosi e non opportuni…
    Il massiccio calo degli investimenti ICT degli ultimi anni è dovuto anche a questo. Qualche volta le scelte finanziariamente vantaggiose nel breve periodo riservano poi brutte sorprese…

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