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Ma l’Europa resta miope

Prevale la convinzione che la delocalizzazione impoverisca le economie nazionali con perdita di posti di lavoro. Dunque, si adottano misure per contrastarla. Al contrario, può essere un processo virtuoso di rafforzamento della competitività anche in settori manifatturieri maturi come quelli in cui è specializzata l’Italia. I fondi strutturali dovrebbero essere utilizzati per integrare le attività ad alto valore aggiunto con quelle che vengono trasferite. E da noi va favorita la creazione di consorzi che forniscano servizi a chi vuole internazionalizzarsi.

I policy maker europei iniziano a interessarsi seriamente del problema della delocalizzazione: il trasferimento della produzione di beni e servizi in altri paesi, in genere in via di sviluppo o in transizione.
La loro preoccupazione, con in testa il ministro dell’Economia francese, Nicolas Sarkozy (ma la stessa ansia è al centro del dibattito delle presidenziali in America), è che questi processi impoveriscano le economie nazionali, con perdita di posti di lavoro e valore aggiunto. Questa visione domina su quella alternativa, che la delocalizzazione sia un processo virtuoso di rafforzamento della competitività delle imprese europee e porta all’adozione di misure cha la contrastano invece di incoraggiarla. Penso che questa sia una grave miopia su cui è utile riflettere.

Fondi di coesione “vincolati”

Partiamo dalle proposte di politica economica. Queste si innestano nel dibattito sull’utilizzo dei fondi di coesione della Commissione europea dopo l’allargamento dell’Unione a 25 paesi.
In luglio la Commissione europea ha presentato le linee guida della nuova politica di coesione per il periodo 2007-2013. Un’impresa che ottenga fondi di aiuto europei (immaginate un’impresa italiana in Sicilia) non potrà per i sette anni successivi spostare totalmente o parzialmente la propria attività in un’altra regione dell’Unione europea, compresi ovviamente i paesi di nuova accessione, dove il costo del lavoro è più basso e il regime fiscale meno esoso. In settembre Sarkozy ha alzato il tiro, proponendo che i fondi strutturali non vengano concessi ai nuovi membri, se questi non armonizzano la bassa tassazione delle imprese alla media europea.

Per capire perché queste misure siano miopi bisogna partire dalla questione centrale: la delocalizzazione impoverisce le economie che la praticano o è un importante strumento competitivo?
Gli studi che si pongono questa domanda in genere si concentrano sugli effetti sull’occupazione. Sia per quanto riguarda i servizi che il manifatturiero trovano che la perdita di posti di lavoro direttamente imputabili alla delocalizzazione è limitata, come emerge anche dagli articoli di Mary Amiti e Shang-Jin Wei e di Jane Little  in questo numero de lavoce.info.

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Questo risultato, però, non basta a rispondere alla nostra domanda, in quanto non identifica un controfattuale appropriato. Pensate a un’impresa tessile nel Nord Italia. Immaginate che quest’impresa trasferisca parte delle proprie attività in Polonia e, di conseguenza, elimini cento posti di lavoro in Italia. Possiamo dire che i cento posti si sono persi a causa della delocalizzazione? No, perché la perdita dei cento posti deve essere confrontata con quanto sarebbe successo all’impresa se non avesse investo in Polonia e avesse continuato a produrre in Italia. Forse, sotto la concorrenza di altre imprese europee che producono in Polonia o in Cina avrebbe dovuto chiudere del tutto e perdere ben più di cento posti di lavoro. Non solo, ma essendo diventata più competitiva nell’insieme delle proprie attività, la nostra impresa potrà crescere e aumentare anche la dimensione delle attività italiane.

La delocalizzazione virtuosa

Questo scenario positivo in genere prevale, come dimostra un recente studio condotto da chi scrive con Davide Castellani su un campione rappresentativo di imprese italiane tratto dalla banca dati Reprint del Politecnico di Milano e dell’ICE. Usando tecniche econometriche appropriate è possibile confrontare quanto è accaduto alle nostre imprese con quanto sarebbe accaduto se non avessero investito all’estero. Emerge che l’investimento all’estero ha permesso di aumentare il fatturato degli impianti italiani dell’8,8 per cento e la produttività (e dunque la creazione di valore aggiunto) del 4,9 per cento senza una perdita di posti di lavoro.
Questo risultato è particolarmente significativo, in quanto in Italia gli ostacoli a una delocalizzazione “virtuosa” sono particolarmente elevati. Le nostre imprese sono piccole e spesso non hanno le risorse e le capacità organizzative per riorganizzare le proprie attività su scala internazionale. Inoltre, la nostra forte specializzazione nel manifatturiero maturo rende spesso più difficili i processi di riorganizzazione e riconversione delle attività che rimangono in Italia.
Se la delocalizzazione è dunque un processo di rafforzamento competitivo anche in settori manifatturieri maturi come quelli in cui è specializzata l’Italia, aumentarne i costi è miope.
Invece di vincolare all’immobilità la concessione dei fondi strutturali, bisognerebbe utilizzarli per favorire una delocalizzazione virtuosa: rafforzando le attività ad alto valore aggiunto che è efficiente mantenere a casa e favorendo la loro integrazione con quelle che vengono trasferite.
Da questo punto di vista, mi sembra corretto quanto propone il nostro viceministro per il Commercio estero Adolfo Urso (si veda il Sole-24 Ore del 28 settembre 2004), tra l’altro in linea con una proposta di legge del 2003 dei deputati Ds: fondi di supporto alla delocalizzazione virtuosa, ad esempio per la creazione di consorzi di piccole imprese che forniscano servizi a chi vuole internazionalizzare le proprie attività.

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Penso che debba anche essere presa con estrema cautela la proposta di armonizzazione fiscale tra paesi europei. Le imprese italiane che investono in Slovacchia pagano globalmente meno tasse e ne traggono un beneficio. Immaginate di aumentare le tasse della Slovacchia al livello italiano o della media europea. Le nostre imprese dovrebbero allora spostarsi al di fuori dell’Unione, forse in Cina, con gravi problemi e costi logistici e organizzativi. Insomma, l’armonizzazione fiscale impoverirebbe l’Italia e l’Unione europea invece di rafforzarne la competitività. Avrebbe senso solo se adottata a livello globale e non regionale (così da non dare alla Cina un altro vantaggio competitivo), il che non è realizzabile. Oppure introducendo un’armonizzazione soft, che mantenga comunque un buon grado di differenziazione tra paesi dell’Unione. Del resto, Sarkozy dovrebbe essere d’accordo, visto che ha introdotto nella Finanziaria 2005 della Francia forti incentivi fiscali per chi crei posti di lavoro nelle zone a più forte disoccupazione del paese.
Infine, comunque per la delocalizzazione virtuosa gli incentivi finanziari e fiscali non bastano e possono essere distorsivi. Le rigidità del mercato del lavoro, le rigidità istituzionali, i costi della burocrazia sono tutti fattori che inducono le imprese ad andarsene, scoraggiano nuovi investimenti e rallentano i processi di ristrutturazione.
E questo lo sanno bene le imprese e i sindacati tedeschi e francesi – e anche Sarkozy – quando barattano l’aumento dei tempi di lavoro (e l’abolizione delle 35 ore) con l’impegno a non delocalizzare. 

Per saperne di più

Giorgio Barba Navaretti e Davide Castellani “Does investing abroad affect performance at home? Comparing Italian multinational and national enterprises”, Cepr Discussion Paper 4284, 2004.

Giorgio Barba Navaretti e Davide Castellani, “Investimenti diretti all’estero ed effetti nel paese di origine. Il caso dell’Italia”, in Rapporto Ice 2004


 

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  1. Vito Piepoli

    Premesso che non studio specificatamente microeconomia internazionale, vorrei comunque fare alcune osservazioni.
    La prima è che se nel breve periodo l’imprenditore tende a ridurre i costi visibili (mano d’opera e fisco), nel medio sfrutterà anche la cronica mancanza di organizzazione amministrativa, funzionalità giudiziaria e scarso interesse all’innovazione ed alla ricerca del paese d’origine (Italia) e trasferirà anche la restante produzione in quel paese se le classi dirigenti dei paesi di destinazione degli IDE sono intelligenti sfrutteranno la crescita indotta dagli IDE per perpretare e migliorare la pripria condizione, facendo proprio quello che noi non facciamo.
    Seconda considerazione, se il principio che muove l’economia è il profitto ed il “sistema Italia” non fa nulla è per ridurre il GAP competitivo e quindi di profitto, assisteremo ancora di più non alla semplice delocalizzazione, ma all’abbandono del Paese.
    Non si tratta di mero protezionismo, si tratta di vedere il perchè le attività produttive vanno all’estero, si tratta di determinare non solo i costi visibili, ma anche l’incertezza ed il grado di fiducia degl’industriali(ne esistono di veri ancora?).
    Credo invece che un elemento fondamentale è non perdere la conoscenza. Soltanto chi più sa e più investe in sapere può competere e non accontentarsi di veder lievitare il proprio conto in banca. Soltanto un’amministrazione efficente(che magari esternalizzi qualche servizio) può garantire miniri costi aggiuntivi, soltanto una giustizia che funziona(ci sono tribunali che non hanno neanche la carte per scrivere le sentenze) permette quel processo in tempi brevi necessari alla previsione imprenditoriale.
    Un saluto a tutte le persone che collaborano con questo straordinario strumento di scambio d’idee.

  2. Alberto Merolla

    Il suo articolo ben si inserisce nel dibattito in corso su questo sito sull’importanza per i ricercatori di disporre di dati statistici individuali e non solo aggregati.
    Pur concordando con lei sulla necessità di analizzare gli effetti concreti delle delocalizzazioni senza fermarsi alle “analisi emotive”, a maggior ragione ritengo che un’analisi completa non possa fermarsi al dato aggregato sull’occupazione, poiché senz’altro questo nasconde importanti effetti di sostituzione tra manodopera operaia specializzata e lavoro in fasi a più alto valore aggiunto. Se questo può apparire in termini generali un bene, occorre tener presente che difficilmente si sta parlando delle stesse persone, magari opportunamente riqualificate. Ciò significa che nella valutazione dell’effetto netto di una delocalizzazione occorre quantificare il costo della disoccupazione generata che non solo non viene azzerato dall’eventuale aumento di altra occupazione (chi perde il lavoro non riceve alcun sussidio da chi l’ha trovato) ma graverà nel lungo periodo sulla società, poiché qualcuno deve spiegarmi come e quando troveranno lavoro le operaie tessili più che quarantenni licenziate a migliaia nel Nord Est.
    Infine c’é un altro costo sociale che presto dovremmo affrontare, quello generato dalla pressione esercitata dalla competizione globale sulle tutele dei lavoratori europei. In un articolo apparso sul CorrierEconomia del 18 ottobre scorso (Sempre più imprenditori cinesi nel Nordest) Roberto Morelli ci racconta una nuova alternativa all’allungamento delle reti distrettuali e alla delocalizzazione: lo spiazzamento dell’imprenditoria locale nel campo della subfornitura. Come accade da anni a P.zza Vittorio a Roma, i cinesi acquistano in contante e al doppio del valore le imprese in crisi, con buona pace degli imprenditori locali che o intascano una inaspettata buona uscita o vedono ricomporsi la filiera distrettuale ottenendo forniture a prezzi più bassi senza doverle cercare in Romania o in Cina. La presenza cinese viene valutata da Bortolussi (Confartigianato CGIA Mestre) “salutare anche per la cultura imprenditoriale. Portano una lezione d’intuito, sacrificio, senso degli affari”. Riguardo al sacrificio, e per tornare al discorso iniziale sulla valutazione degli effetti, mi domando se qualcuno valuta quello degli operai che sono stati spiazzati – questa volta in casa loro – da cinesi che non solo lavorano al di fuori di ogni normativa sul lavoro, ma così facendo esercitano una pressione inimmaginabile sul tessuto sociale circostante. In conclusione, siamo sicuri che gli effetti redistributivi – ad esempio quelli intergenerazionali – delle delocalizzazioni e, in generale quelli provenienti dell’agire delle forze della competizione globale non generino dei costi aggiuntivi che nel suo modello non sono contemplati?

    La mia posizione non è ideologicamente contraria alle delocalizzazioni; al contrario, ritengo anacronistico e antistorico qualsiasi intervento distorsivo, come quello proposto dalla Commissione per vincolare la concessione dei fondi strutturali. Ritengo però che un policy maker non dovrebbe accontentarsi di sapere che l’occupazione aggregata cambia di poco ma dovrebbe essere messo in grado di valutare opportunamente anche altri costi e benefici indiretti. In fondo il suo compito dovrebbe essere quello di preoccuparsi dell’equità sociale, ovvero di quelle cose di cui tipicamente l’economista non si occupa.
    Grazie per l’attenzione.

    Alberto Merolla

  3. Almorò Rubin de Cervin

    Due commenti sulle delocalizzazioni, virtuose o meno. L’articolo sarebbe più completo se tenesse conto del fatto che il periodo – forse troppo lungo – previsto per impedire una delocalizzazione, è concepito per evitare che imprese facciano investimenti “mascherati” al solo fine di beneficiare dei fondi di sviluppo regionale. La lunga durata del vincolo ha lo scopo di garantire che l’investimento abbia un impatto duraturo sulla realtà locale. Si potrebbe immaginare un sistema più articolato, come già accade per i grandi investimenti, in cui le condizioni di investimento vengono esaminate caso per caso, quindi consentendo una presa in conto di delocalizzazioni produttive virtuose. Tuttavia, ciò rischierebbe di rendere il sistema più pesante da gestire e più complesso da mettere in pratica.
    Più in generale, la Commissione ha espresso una posizione assai equilibrata (specie se paragonata al dibattito politico nazionale in alcune paesi europei) nei confronti delle delocalizzazioni e del rischio di deindustrializzazione, con il documento sulla politica industriale adottato in aprile di quest’anno, cui rimando.
    http://europa.eu.int/comm/enterprise/enterprise_policy/industry/communication_structural_change.htm

    Almorò Rubin de Cervin

    NB Questo commento è a titolo personale e non coinvolge l’istituzione di cui faccio parte (la Commissione Europea).

  4. Anna Zilio

    Non sono un’esperta di economia, ma mi sembra che l’articolo sulla delocalizzazione tralasci un aspetto a mio vedere molto importante, vale a dire quello delle condizioni di lavoro e di retribuzione delle persone di quei paesi in via di sviluppo che lavoreranno (molti dei quali già lavorano) per le imprese italiane delocalizzate in quei territori. Va bene rafforzare la competitività e aumentare la produttività delle nostre imprese, ma a che prezzo?

  5. Enrico Marelli

    L’analisi di Barba Navaretti è interessante e provocatoria al tempo stesso, in quanto tende a sfatare un mito: quello secondo cui le delocalizzazioni sono sempre associate ad un declino industriale irreversibile ed a perdite ingenti di posti di lavoro nelle aree di antica industrializzazione, come quelle dei paesi europei; giustamente si è fatto osservare che la stessa preoccupazione è diffusa anche in America ed il dibattito si è particolarmente acceso nel corso dell’ultima campagna elettorale presidenziale.
    Un primo punto da sottolineare è che le delocalizzazioni sono spesso una via d’uscita quando i mercati del lavoro sono in tensione e presentano eccessi di domanda di lavoro. Questo è ad esempio il caso della provincia di Brescia, nella cui industria molti posti di lavoro sono stati occupati negli ultimi anni da forza lavoro immigrata, in mancanza di lavoratori nazionali, perlomeno di lavoratori nazionali disposti a svolgere gli stessi lavori (cfr. E. Marelli, “Quando l’immigrazione è una risorsa”, La Voce, 15.07.03).
    Una via d’uscita alternativa all’immigrazione concerne proprio il ricorso alla delocalizzazione produttiva (cfr. S. Albertini ed E. Marelli, “Esportazione di posti di lavoro ed importazione di lavoratori”, http://www.unibs.it/atp/page.1013.1020.1.433437183.link.atp) a cui hanno fatto ampio ricorso le imprese manifatturiere bresciane: si stima in oltre 30 mila il numero di addetti creati all’estero, pari a circa un terzo dell’occupazione manifatturiera delle imprese bresciane (con almeno 20 addetti). Non si è trattato però, almeno finora, di una “fuga all’estero” delle imprese industriali locali, se si considerano sia la perdurante situazione di sostanziale piena occupazione nell’area sia le continue assunzioni di lavoratori immigrati. Inoltre, secondo i risultati di un’indagine campionaria svolta lo scorso anno sulle imprese manifatturiere locali (Associazione industriale bresciana) che hanno delocalizzato, gli investimenti diretti all’estero di tipo market-seeking sembrano prevalere rispetto a quelli labour-saving.
    Le due soluzioni – delocalizzazioni ed impiego di manodopera immigrata – sono però dei sostituti solo nel breve periodo. Man mano che si riuscirà a cambiare il modello di specializzazione e che l’industria locale potrà conseguire un riposizionamento nella divisione internazionale del lavoro, allora le delocalizzazioni potrebbero davvero divenire virtuose, consentendo non solo un innalzamento della produttività e della competitività delle imprese locali, congiuntamente ad un mantenimento complessivo dei posti di lavoro nelle aree di origine (come mostrato da Barba Navaretti), ma anche una ristrutturazione e riqualificazione delle produzioni, con effetti positivi sulla domanda locale di lavoro di tipo non solo quantitativo ma anche qualitativo.
    In termini di policy, infine, occorre individuare degli strumenti che consentano di preservare in loco almeno le produzioni a più alto valore aggiunto e le funzioni superiori, evitando appunto che intere filiere e/o svariate funzioni produttive trasmigrino all’estero, come purtroppo pare stia cominciando a verificarsi anche nell’Italia settentrionale: delocalizzazioni non più soltanto delle produzioni tradizionali o mature maggiormente labour-intensive, ma anche delle produzioni intermedie e perfino dei settori ad alta tecnologia e delle attività di ricerca.
    Quindi, oltre ai necessari interventi sul fronte del capitale umano per facilitare nel breve periodo i processi di aggiustamento (alleviando contemporaneamente i costi di questi ultimi attraverso gli stabilizzatori automatici), riguardo alle politiche più specifiche, se da un lato l’idea di utilizzare i fondi strutturali dell’UE per facilitare i processi di internazionalizzazione delle imprese può essere vista con favore e, simmetricamente, è criticabile il disincentivo allo spostamento di qualunque attività produttiva in altre regioni dell’UE (come in alcune proposte della Commissione europea che peraltro sta cercando di ottenere anche su questo fronte un compromesso tra le diverse esigenze), dall’altro lato è certamente diverso il caso di uno spostamento totale delle attività di un’impresa. Allo stesso modo, le autorità comunitarie dovrebbero accompagnare il naturale processo di convergenza delle imposizioni fiscali tra le varie regioni europee (analogamente a quanto avverrà nel lungo andare anche per i livelli salariali, le condizioni di lavoro, ecc.), evitando sia che si instauri una sfrenata competizione fiscale conducente ad una deleteria “race to the bottom”, sia l’implementazione di una completa armonizzazione fiscale, da attuarsi in modo rigido e drastico.

    Enrico Marelli (Università di Brescia)

  6. Giorgio Barba Navaretti

    Ringrazio i lettori de la voce per i commenti utili e stimolanti che ho ricevuto e a cui rispondo in modo sintetico.
    E’ giusta la preoccupazione di Almorò Rubin de Cervin e della Commissione Europea che i fondi strutturali non vengano utilizzati per finanziare investimenti fantasmi. Mi pare però che il vincolo di sette anni alla delocalizzazione non vada al bersaglio. Il fatto che un’impresa delocalizzi parte delle proprie attività non significa che non abbia necessità di fare comunque investimenti nel paese di origine. Anzi, quella che chiamo ‘delocalizzazione virtuosa’ implica una riorganizzazione e un rafforzamento delle attività domestiche -e generalmente investimenti. Allora, invece di legare il finanziamento alla non delocalizzazione – il che non garantisce comunque che l’impresa lo utilizzi per finanziare attività produttive – sarebbe più efficace legarlo ad un impegno effettivo ad investire nel paese di origine, a prescindere dalla decisione dell’impresa di investire all’estero. Questa proposta eviterebbe anche – come suggerito nel commento di Enrico Marelli – di finanziare imprese che trasferiscono tutte le proprie attività. Rubin de Cervin si preoccupa che un approccio caso per caso sia di complessa gestione. Ma non sarà certo più difficile verificare che l’impresa abbia fatto gli investimenti promessi – applicando le dovute sanzioni – che controllare che abbia trasferito parte
    delle proprie attività.

    Il signor Alberto Merolla e la signora Anna Zilio mi ricordano che non è corretto parlare di lavoro in termini generici. I processi di aggiustamento sono costosi: chi perde il posto non è necessariamente la stessa persona che trova un nuovo lavoro grazie al processo di aggiustamento. Le operaie
    tessili del Nord-Est saranno forse sostituite da un tecnico informatico (magari un immigrato indiano o cinese), ma comunque perdono il posto. Il problema è che le operaie tessili del Nord -est perderebbero comunque il posto, delocalizzazione o meno. Perdiamo interi pezzi della nostra industria perché non è più competitiva nella divisione globale del lavoro, non perché le imprese delocalizzano. Anzi, è il mio punto centrale, la delocalizzazione può compensare in parte gli effetti di questo processo.
    Naturalmente, come in tutti i processi di aggiustamento, ci devono essere gli opportuni ammortizzatori sociali che ne limitino i costi sociali. Certo, ricordano entrambi i lettori, ma come la mettiamo con la concorrenza sleale di lavoratori costretti a condizioni per noi inaccettabili? Questo è un altro problema annoso, ma è bene ricordare che quanto è inaccettabile dal nostro punto di vista può essere la migliore opportunità possibile in paesi più poveri del nostro. Allora, invece di preoccuparci di concorrenza sleale, faremmo meglio a considerare che anche la povertà può dare dei vantaggi competitivi ed è bene che chi li ha li usi, proprio per diventare meno povero.

    Enrico Marelli solleva infine una questione importante: la relazione tra movimenti di imprese e migrazione. Ci ricorda Marelli che i due sono strettamente legati, in alcuni casi sostituti, in altri complementi. Se in aree di piena occupazione come Brescia l’immigrazione permette di ridurre le tensioni sul mercato del lavoro, ridurrà anche l’incentivo delle imprese bresciane a trasferirsi in aree dove il lavoro è disponibile e abbondante e forse aumenterà l’incentivo per le imprese straniere ad investire a Brescia. Penso che di queste relazioni bisognerebbe tenere conto anche quando si disegnano le politiche sull’immigrazione. Questa è comunque un’area di ricerca ancora poco esplorata – a parte qualche eccezione come il lavoro di Marelli – ma molto promettente.

    Giorgio Barba Navaretti

  7. carlo menon

    concordo con Barba Navaretti quando sostiene che gli investimenti esteri in paesi poveri si trasformano in opportunità di benessere per la popolazione locale, e nel lungo periodo possono essere anche un potente fattore di sviluppo, grazie alla movimentazione di un indotto, a spill-over di know-how, eccetera, tanto da essere interpretati da più parti come strumenti di cooperazione internazionale allo sviluppo. Ci sono però due problemi: il primo è che gli imprenditori italiani sono ancora molto sospettosi e restii nell’investire in capitale, e quindi molto di quello che noi chiamiamo delocalizzazione altro non è che sub-fornitura in conto terzi, il che limita molto il potenziale di indotto e formazione per la popolazione locale. Il secondo problema è che le strategie di marketing territoriale dei paesi di destinazione per attrarre gli IDE si svolgono in un’arena di concorrenza sfrenata (una nuova guerra dei poveri) nella quale un aumento minimo di diritti per i lavoratori porta ad una fuga di investimenti verso i paesi più convenienti (dal momento che la ridotta componente di capitale rende tali investimenti molto mobili). La soluzione in tal caso non può arrivare su iniziativa dei paesi di destinazione, ma da organismi sovranazionali a cui aderiscono i paesi di “partenza”.
    Riguardo agli effetti da noi, probabilmente riconvertendo le spese destinate a tenere in piedi industrie non più competitive solo per salvaguardarne i posti di lavoro in efficaci politiche di formazione continua e riqualificazione professionale vi sarebbe un miglioramento paretiano per tutti, operaie tessili in primis.

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