Della riforma dell’architettura dei poteri di vigilanza e del mandato del Governatore della Banca d’Italia non si parla più. Eppure i poteri di regolamentazione non sono coerenti né con la teoria economica, né con la prassi di altri paesi, né con la necessità di non duplicare i costi di regolamentazione. La giustificazione che così si tutela l’indipendenza di via Nazionale si presta a obiezioni storiche e istituzionali. E la strenua opposizione che le banche italiane hanno fatto ai vari progetti di riforma dei poteri delle autorità è un indizio su cui riflettere.

La pax bancaria, improvvisamente scoppiata fra Governo e via Nazionale con le dimissioni di Tremonti ha mandato in soffitta anche tutta la parte di riforma relativa all’architettura dei poteri di vigilanza e al mandato del Governatore. La riforma, se mai si farà, sarà realizzata a pezzi e bocconi, utilizzando i veicoli legislativi più improbabili: dalla legge comunitaria alla riforma degli ordini professionali. Del resto, meglio non parlare per non mettere in pericolo il faticoso compromesso raggiunto.

Quaeta non movere

Ma proprio la parte cui oggi si rinuncia aveva un senso economico profondo: i poteri di regolamentazione non sono coerenti né con la teoria economica, né con la prassi di altri paesi, né con la necessità (pure invocata dalla nostra legge) di non duplicare i costi di regolamentazione. Sono coerenti solo con il monito (non a caso scritto da sempre sotto la testata dell'”Osservatore Romano”) quaeta non movere. Analoghe considerazioni valgono per il vertice della Banca d’Italia, il cui Governatore è l’unico nel mondo occidentale a non avere un termine al suo mandato, né un limite per il pensionamento. Ed è anche l’unico ad avere potere assoluto in casa propria e a non doversi confrontare con nessuna struttura collegiale. E come non bastasse, la Banca d’Italia è l’unica ad avere un capitale in mano a soggetti privati (le fondazioni ex bancarie) che hanno interessi rilevanti nelle stesse banche controllate.

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La questione dell’indipendenza

Si è sostenuto che una soluzione così anomala si giustifica con il bene supremo dell’indipendenza della banca centrale dall’esecutivo, che è fondamento anche del Trattato europeo e dell’unione monetaria. Le obiezioni al riguardo sono sia di carattere storico, sia di carattere istituzionale.
L’obiezione storica è che, nonostante questa garanzia di indipendenza, il deficit pubblico italiano è dilagato ai livelli che tutti conosciamo e solo nel 1981, all’inizio del Governatorato Ciampi, avvenne il cosiddetto “divorzio” fra banca centrale e Tesoro che realizzava davvero l’indipendenza della politica monetaria.
L’obiezione istituzionale è che se siamo soddisfatti delle garanzie di indipendenza previste dal Trattato europeo, basta adottare per la Banca d’Italia le stesse soluzioni previste per la Bce e cioè un mandato non rinnovabile di otto anni per il Governatore.
Nessuno ha finora spinto la sua audacia a proporre anche la nomina di un comitato direttivo.
La semplice proposta di un mandato a termine ha fatto gridare allo scandalo, anche perché improvvidamente si era introdotta nel disegno di legge di riforma una norma transitoria in base alla quale, se la legge fosse stata approvata, si sarebbe dovuto procedere immediatamente alla nomina di un nuovo Governatore. La Bce, in un parere ufficialmente richiesto dal Governo, osservò che ciò non era conforme al Trattato in quanto appariva come  una revoca ex lege del mandato e bocciò sonoramente quella norma transitoria. Non andava neppure bene la soluzione di garantire all’attuale Governatore ulteriori otto anni di mandato (il che, va ricordato, gli avrebbe consentito di essere il Governatore più longevo dell’era moderna). Si arrivò così all’ulteriore faticoso compromesso politico secondo cui comunque la riforma non avrebbe dovuto avere effetto retroattivo e non avrebbe potuto toccare il Governatore in carica.
Il ginepraio giuridico è dunque tale da rendere “Comma 22” un gioco da ragazzi e questo spiega perché a un certo punto l’interesse generale sia scemato di colpo. Il tema dell’indipendenza della nostra banca centrale è però troppo importante per abbandonarlo ai ricordi di una stagione politica particolarmente turbolenta e anche per ridurlo alla questione, per quanto intricata, del mandato del Governatore.

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L’autogoverno non basta

La struttura della Banca d’Italia, al cui capitale partecipano soggetti che hanno interessi rilevanti in banche vigilate dalla Banca d’Italia, crea problemi affatto nuovi rispetto al passato che non possono essere affidati a istituzioni di autogoverno come il consiglio superiore della Banca d’Italia e le altre previste dall’attuale statuto della banca centrale. Il rischio che ne deriva è, nella definizione più soave, quello della regulatory capture, cioè di un organo di vigilanza troppo attento agli interessi, compresi quelli meno nobili, dei soggetti vigilati e che conferisce robustezza granitica a quelli che si usa chiamare “poteri forti”. La strenua opposizione che le banche italiane hanno fatto ai vari progetti di riforma dei poteri delle autorità è un indizio su cui Watson avrebbe meditato anche in assenza di Sherlock Holmes.
Tutto questo significa che con tutta probabilità in questa legislatura non si parlerà più né di mandato del Governatore, né di assetto complessivo della Banca d’Italia e tanto meno di architettura dei poteri di vigilanza. Ma il problema è solo rinviato e, se vorrà esercitare responsabilità di governo senza sudditanze nei confronti dei poteri forti, l’attuale opposizione dovrà affrontarlo per tempo.

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