Dopo l’ingresso ufficiale nella Ue, i tre grandi paesi dell’Europa centrale hanno iniziato a seguire politiche fiscali meno rigorose, anche per l’imminenza di elezioni nazionali. Il rischio è di una deriva populista che porti a una spirale deficit pubblico-inflazione-deprezzamento del cambio-servizio del debito sempre più alto. Impraticabile un’adesione rapida all’euro, saranno i mercati internazionali dei capitali a impedire l’adozione di politiche scellerate. Ricordando però che il mercato provoca aggiustamenti bruschi e spesso traumatici.

Negli ultimi quattro mesi, Repubblica Ceca, Polonia e Ungheria, i tre principali paesi ex-comunisti che sono entrati nell’Unione europea il 1 maggio scorso, hanno avuto una crisi di governo. Più che uno stimolo a continuare lungo la strada delle riforme e della prudenza monetaria e fiscale, sembra che in tutti e tre i paesi l’ingresso formale nell’Unione europea sia stato un “rompete le righe” (di seguire politiche volte a ottenere il consenso politico nel breve periodo lasciando perdere obiettivi di medio-lungo periodo). Paradossalmente, una volta venuta a mancare “la carota” (l’entrata nell’Unione), questi paesi non hanno trovato “il bastone” per continuare con le politiche seguite nel corso degli anni Novanta e nei primissimi anni Duemila. Il potenziale “bastone” potrebbe essere l’adozione dell’euro, ma questo obiettivo non ha la stessa valenza politica (all’interno dei nuovi membri) e comunque non si parla di entrata nell’Eurozona prima del 2009-10. È probabile, quindi, che “il bastone” sarà il comportamento dei mercati internazionali dei capitali, ma è un bastone volatile, impaziente, che non si fa problemi a “punire” i policy-maker imprudenti e che provoca aggiustamenti bruschi e spesso traumatici.

L’ancora della Unione europea

Non è un caso che le crisi di governo siano scoppiate quando l’entrata ufficiale nell’Unione europea è stata cosa fatta. Prima, tutte le energie dei politici e dei policy-maker erano concentrate su questo obiettivo, tra l’altro condiviso dalla popolazione. Un politico che avesse fatto campagna elettorale basandosi sul “No all’Unione europea” non sarebbe andato molto lontano. Ecco quindi che i governi dei paesi in attesa di divenire membri dell’Unione si sono comportati da bravi scolari e hanno non solo completato l’adozione di leggi e regolamenti comunitari, ma hanno anche tenuto sotto controllo le loro politiche fiscali e l’inflazione, sebbene non vi fossero criteri “economici” da soddisfare. L’atteggiamento prevalente nella regione era: “meglio non rischiare”, meglio non dare un qualsiasi pretesto per rinviare l’entrata nell’Unione europea. È una situazione che vediamo ancora in Bulgaria e Romania, che pur avendo praticamente terminato le negoziazioni per l’entrata nell’Unione continuano a seguire politiche prudenti. Oppure, basti pensare a quali cambiamenti sono avvenuti in Turchia negli ultimi due anni per poter solamente iniziare le trattative. Non solo è stata rinforzata l’economia di mercato, ma sono stati apportati anche cambiamenti significativi al codice penale, nel trattamento delle minoranze, è stata abolita la pena di morte e altro ancora.

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Un punto di svolta

Una volta divenuti membri a tutti gli effetti, è emerso chiaramente come l’Unione europea non fosse più il centro dell’attenzione della popolazione dell’Europa centrale: alle elezioni per il parlamento europeo dello scorso luglio, in Ungheria ha votato il 38,5 per cento degli aventi diritto, nella Repubblica Ceca il 28,3 per cento, in Polonia il 20,9 per cento e in Slovacchia il 17 per cento. La partecipazione è stata più alta (38,8 per cento) addirittura in un paese tipicamente euroscettico come il Regno Unito, mentre la media nell’intera Unione è stata del 45,7 per cento. Con l’approssimarsi delle elezioni nazionali (nel 2005 in Polonia, l’anno successivo in Repubblica Ceca e Ungheria), i politici locali hanno giustamente pensato a come vincerle e i partiti al governo, per frenare la caduta di consensi, non hanno inventato niente di meglio del vecchio “ciclo elettorale”, cioè l’aumento della spesa pubblica per invogliare gli elettori a rieleggerli. I tre grandi paesi della regione si trovano dunque a un punto di svolta cruciale: i sostenitori del rigore vengono rimpiazzati da politici meno inclini a seguire politiche fiscali virtuose. Qualcuno dirà: che male c’è? Anche il cancelliere Gordon Brown annuncia tagli alle accise sulla birra prima delle elezioni britanniche. In realtà, la faccenda non è così semplice.

I rischi e le prospettive

La prospettiva dell’entrata nell’Unione è stata una potente ancora per stabilizzare la barca di questi paesi nel loro processo di transizione politica ed economica. Il grosso è stato fatto e il progresso compiuto è stato impressionante: credo che nessuno quindici anni fa avrebbe scommesso sulla loro capacità di arrivare dove sono adesso in così breve tempo. La situazione, tuttavia, è ancora precaria, se si considerano questi paesi alla stessa stregua in cui vengono considerati i “vecchi” paesi membri, come Italia o Irlanda. Le istituzioni sono ancora fragili (soprattutto in campo giudiziario), l’inflazione è ancora elevata, i conti pubblici sono al limite dei criteri di Maastricht, se non oltre. Il rischio è quello di una deriva populista, cioè della vittoria elettorale di partiti che non avrebbero l’obiettivo di seguire politiche prudenti per garantire una crescita sostenibile nel tempo e l’entrata nell’Eurozona, ma che, al contrario, seguirebbero politiche che invariabilmente risulterebbero in una spirale deficit pubblico-inflazione-deprezzamento del cambio-servizio del debito sempre più alto.

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Ci pensa il mercato

Che fare quindi? L’esempio dovrebbe venire dai “fratelli maggiori”, ma l’atteggiamento dell’Unione europea nei confronti di quei paesi che non rispettano il Patto di stabilità non è certamente uno stimolo affinché i nuovi membri si comportino virtuosamente. Da dove può venire “il bastone”, quindi? Forse, da una entrata anticipata nell’Eurozona? Abbiamo già visto che tale strategia politicamente non è spendibile con l’elettorato e poi ci vuole del tempo per portarla a termine (è necessario raggiungere un accordo con l’Unione europea, la Commissione e la Bce per stabilire il tasso di conversione e prima bisogna rispettare i criteri di Maastricht e non dimentichiamoci che il Trattato prevede la partecipazione allo Sme-2 per due anni) mentre le prossime elezioni sono tra 18-24 mesi. Credo ci penserà il mercato, quindi, a controllare che questi paesi non deviino troppo dalla retta via, almeno nel medio periodo. Per fortuna, l’entrata nell’Unione ha liberalizzato i mercati finanziari che quindi daranno segnali importanti e decisivi sulla fiducia degli investitori (sia locali che stranieri) nelle politiche seguite dai governanti locali e non permetteranno l’adozione di politiche scellerate. Una forte variazione del tasso di cambio o un repentino aumento dei rendimenti dei titoli di Stato sono segnali importanti che permettono ai governanti di capire che qualcosa deve essere fatto per correggere la situazione. Il rischio è che ci sia qualcuno che si crede più furbo dei mercati. Se questo sarà il caso, il mercato lo punirà e la lezione verrà imparata nel modo più doloroso.

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