In Gran Bretagna si rafforzano i meccanismi competitivi che negli ultimi quindici-venti anni hanno portato grandi benefici al sistema universitario, permettendo alle risorse di essere allocate laddove sono più produttive. Anche in Italia, alle università dovrebbe essere concessa piena libertà sulle rette e sul modo di utilizzarle, con l’unico obbligo di pubblicizzare la destinazione dei fondi aggiuntivi. Si creerebbe così una benefica competizione non solo fra atenei, ma anche fra dipartimenti di una stessa sede.

Il governo di Tony Blair nei mesi scorsi ha subito la ribellione del suo partito: circa ottanta parlamentari laburisti si sono schierati, con voto palese, contro una proposta di legge che permette alle singole istituzioni di imporre tasse universitarie variabili, da un minimo di mille sterline (1.500 euro) a un massimo di 3mila sterline.

Meccanismi competitivi e uguaglianza formale

Questa legge, dice chi vi si oppone in un dibattito che ricorda molto quello italiano sul valore legale del titolo di studio, distrugge uno dei fondamenti del settore pubblico: la formale uguaglianza fra fornitori del servizio.
Per una generazione cresciuta con il welfare state, l’idea che tutti gli utenti del servizio pubblico abbiano diritto a ricevere la stessa qualità è difficile da eliminare. In realtà, la formale uguaglianza tra le università di Huddersfield e di Oxford è una finzione. Il principio di rette differenziate permetterà semplicemente alle università di competere esplicitamente in qualità, facendola pagare, invece che solo implicitamente, utilizzando i risultati della maturità come criterio di razionamento.
Per la verità, la legge potenzia meccanismi competitivi che nel sistema universitario inglese già esistono, e che hanno portato enormi benefici negli ultimi quindici-venti anni. Indicatori di qualità influenzano e informano le scelte dei potenziali studenti (inglesi e stranieri), e rinforzano il potere contrattuale di docenti, dipartimenti, e università capaci rispetto ai fannulloni, agli istituti improduttivi, agli atenei caotici. Le risorse sono allocate dove sono più produttive, la qualità aumenta, gli studenti hanno più scelta.

Come tradurre il sistema inglese

Come tradurre in italiano il meccanismo inglese? Ecco una proposta in due semplici punti:
· Agli atenei è concessa piena libertà di fissare le rette d’istruzione universitaria. Possono pertanto differenziarle da corso di laurea a corso di laurea, farle dipendere dal reddito e dall’abilità dello studente. Senza né massimo, né minimo.
· Gli atenei sono liberi di utilizzare come meglio credono i fondi aggiuntivi che così ottengono: possono regolarizzare precari, organizzare convegni e banchetti, creare borse di studio per studenti bravi e/o meno abbienti, costruire case dello studente per attrarre i fuori sede, offrire stipendi più alti a docenti in altre università italiane o a “cervelli fuggiti” all’estero che si vogliono attrarre, e così via. Unico vincolo: la completa dettagliata e tempestiva pubblicizzazione del modo in cui questi fondi aggiuntivi vengono spesi.
Rette “elevate” avrebbero in primo luogo un effetto incentivo diretto, notato dai docenti inglesi in seguito all’introduzione di una retta di mille sterline nel 1998. Gli studenti diventano più esigenti: pagano per un servizio, e non accettano di non riceverlo; un docente che cancellasse la lezione, o la preparasse male, creerebbe mugugni e lamentele, presumibilmente prima dal preside e dal rettore; poi su giornali, siti web, e così via, scoraggiando potenziali “clienti” futuri. Per salvaguardare i finanziamenti futuri, presidi e rettori dovranno tenere in riga docenti e dipartimenti.

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La libertà di fissare le rette e di allocare i fondi così generati riflette il principio economico secondo cui le decisioni vanno prese al livello dove vi sono le informazioni necessarie per prenderle, e, di converso, dove si subiscono le conseguenze di decisioni errate. Questa libertà degli atenei sarà tuttavia vincolata dall’obbligo di pubblicizzare la destinazione dei fondi: se un ateneo ritiene opportuno finanziare archeologia con le rette pagate dagli studenti d’informatica, potrà farlo, ma si esporrà al rischio che lo studente di informatica possa non solo lamentarsi, ma anche “votare con i piedi” e cambiare ateneo o corso di laurea.
In più, la concorrenza nascerebbe per fondi aggiuntivi, quindi da un lato un ateneo potrebbe non cambiare nulla, e continuare a sopravvivere, mentre un altro ateneo potrebbe fare inizialmente un piccolo passo e “vedere l’effetto che fa” prima di decidere di introdurre tasse più elevate. L’assenza di effetti catastrofici immediati su alcuni atenei, potrebbe rendere più accettabile la proposta, rispetto, ad esempio alla più completa e radicale proposta di Roberto Perotti
. Dall’altro lato, ciò che conta è la competizione per i fondi “marginali”, potenzialmente sostanziali (1), e quindi la competizione “al margine” sarebbe acuta, e perciò effettiva.

La competizione opererebbe a due livelli: fra atenei e all’interno di ciascun ateneo.
Gli atenei non dovrebbero più lamentarsi per la mancanza di finanziamento: chi vuole più fondi per crescere e ambire all’eccellenza li ottenga sul mercato, attraendo studenti disposti a pagare, non più cercando di convincere il governo e il pubblico con argomentazioni e discussioni (quali ad esempio quella se sia meglio l’Iit o sviluppare centri di eccellenza locali, che lavoce.info ha ospitato lo scorso inverno.). Forse per un po’ si potrà attrarre studenti con la promessa di esami facili, ma, nel medio periodo, le informazioni circolano tra studenti e nelle scuole superiori, e il prezzo della laurea dovrà tendere al suo valore.
All’interno di ciascun ateneo, i dipartimenti dovranno competere per i fondi aggiuntivi: non più con votazioni basate sul numero di docenti, ma con argomenti effettivi: il proprio corso di laurea porta molto reddito da rette, e gli studenti se ne andranno se i loro soldi vanno a sostenere rami secchi, per esempio. Oppure: il proprio dipartimento è tra i migliori del mondo e porta prestigio e visibilità all’ateneo, anche senza generare molto reddito direttamente.
Ci potrà essere molta asimmetria nella distribuzione delle risorse all’interno dell’ateneo, ma sarà un’asimmetria guidata da forze di mercato, non da funzionari amministrativi.

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(1) Difficile dire quanto sostanziale potrebbe essere la raccolta di fondi in questo modo. La mia impressione è che il pubblico italiano abbia una notevole propensione a pagare per l’istruzione universitaria, come evidenziato dal proliferare di enti privati quali il Cepu. Un’università tipica inglese ottiene circa un quarto del suo reddito da rette (http://www.le.ac.uk/press/profile/profile2004.pdf), quindi una liberalizzazione delle rette potrebbe costituire un incremento di risorse per il settore universitario davvero sostanziale.

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