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Bossi-Fini: quando il tagliando non basta

Il Governo appare intenzionato a mettere una “toppa” alla legge Bossi-Fini, in risposta alle obiezioni della Consulta.  Ma ci vuole ben altro per rendere applicabile una legge che,  a due anni e mezzo dalla sua approvazione, non è ancora stata messa in atto. I controlli sui permessi di soggiorno previsti dalla legge richiederebbero un apparato amministrativo da economia pianificata, con costi esorbitanti. Non servono a scoraggiare l’immigrazione clandestina, ma semmai fanno aumentare il numero degli irregolari. Più utile intensificare le ispezioni contro il lavoro illegale degli immigrati.

Fino a qualche anno fa, il tagliando lo si faceva dopo il rodaggio. Adesso ancora più in là. A una legge varata due anni e mezzo fa, cui mancano ancora i decreti attuativi non si può fare il tagliando. Sarebbe come fare il cambio dell’olio a un rottame. Bisogna capire perché la Bossi-Fini non è stata applicata e riscriverla per riparare all’errore.

Perché non è stata applicata?

Il vizio di incostituzionalità posto dalla Consulta e la potenziale violazione di principi di parità di trattamento dei lavoratori italiani e stranieri, sanciti da Convenzioni dell’Ufficio internazionale del lavoro (Cfr. Paola Scevi, in lavoce.info, 30.06.2004) sono solo una parte del problema. Il fatto è che la legge contempla controlli possibili solo con una popolazione immigrata di qualche migliaio di persone. Non per i 2 milioni e 300 mila immigrati che oggi risiedono in Italia. E ancora meno per i 3 milioni e mezzo che avremo quando raggiungeremo i livelli di immigrazione medi europei.

I costi amministrativi

I permessi di soggiorno durano per la Bossi-Fini tanto quanto il contratto di lavoro. Dato che gli immigrati, mediamente, cambiano lavoro due volte all’anno (svolgono lavori instabili da cui rifuggono gli italiani), mediamente ogni sei mesi bisogna controllare che i nuovi datori di lavoro dell’immigrato garantiscano per le sue spese di alloggio e di rientro in patria e bisogna accertarsi (articolo 18 della Bossi-Fini) che il posto offerto all’immigrato non sia stato sottratto a un italiano. Supponiamo, molto ottimisticamente, che ogni rinnovo di contratto con prolungamento del permesso di soggiorno prenda tre ore, tra colloqui, verifiche e (improbabili) accertamenti col collocamento. A regime, significano 21 milioni di ore per la sola gestione dei permessi di soggiorno. Vi sono poi gli oneri amministrativi legati alle pratiche (più complesse che in passato) sui ricongiungimenti famigliari e sul diritto d’asilo. E quelli relativi alla gestione degli arrivi di clandestini e delle pratiche espulsive, gli unici sin qui sostenuti assorbendo l’80 per cento delle risorse destinate alle politiche dell’immigrazione (secondo l’ultima relazione della Corte dei Conti). Questi ultimi sono peraltro destinati a lievitare con l’affidamento delle procedure di convalida dell’accompagnamento coattivo e del trattenimento dei clandestini ai giudici di pace, previsto dal decreto in via di approvazione da parte del Consiglio dei Ministri.

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Una burocrazia da economia pianificata

Insomma, a conti fatti, la Bossi-Fini richiede un’amministrazione operativa di almeno 20mila persone, per un costo vicino al mezzo miliardo di euro all’anno, al netto dei costi delle espulsioni e dei controlli alle frontiere. La legge prevede di istituire sportelli unici presso le prefetture. Ma per farlo bisognerebbe allocare a queste funzioni l’80 per cento degli attuali dipendenti del ministero degli Interni. Dato che l’ultimo articolo della Bossi-Fini recita laconicamente che da questi dispositivi non “devono derivare oneri aggiuntivi a carico del Bilancio dello Stato”, vi è chi pensa di trasferire queste funzioni ai servizi anagrafe dei Comuni. Ma non è una soluzione indolore. Si allungano i tempi delle pratiche dei cittadini. E vi sarebbe bisogno di un’amministrazione centralizzata per fare controlli così serrati su persone che cambiano residenza molto spesso. Delle due l’una: o i controlli vengono fatti solo pro forma (ma allora che senso ha prevederli per legge?) oppure bisogna trovare un modo per renderli meno frequenti, il che significa scardinare il legame fra permesso di soggiorno e durata del contratto di lavoro, la chiave di volta della legge Bossi-Fini. È in ogni caso paradossale che un Governo che ha come obiettivo programmatico lo snellimento dell’amministrazione pubblica concepisca per legge la costruzione di un apparato da economia pianificata per controllare e gestire la presenza e il lavoro degli immigrati.

Una zappa sui piedi

I continui controlli, le lunghe code cui sono sottoposti gli immigrati da queste norme sui permessi di soggiorno non servono a scoraggiare l’immigrazione clandestina. Al contrario, hanno l’effetto di gonfiare la fonte principale di irregolarità nello statuto degli immigrati in Italia: il fatto di restare alla scadenza del permesso di soggiorno. Tre quarti dell’immigrazione irregolare in Italia è data proprio da questi “overstayers”. Un rinnovo molto gravoso del permesso , non riduce i flussi in arrivo di clandestini, ma aumenta i flussi dalla regolarità all’irregolarità di immigrati che sono già qui da noi.

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Gli unici controlli che servono

Solo rendendo sempre più difficile il lavoro illegale degli immigrati, si crea un deterrente agli arrivi di clandestini. Non c’è bisogno di amministrazioni ad hoc, di nuovi “sportelli unici”, per fare questi controlli. Esiste già un apparato di circa duemila ispettori, che andrebbe spinto ad intensificare le proprie attività. Purtroppo sono stati tutti promossi (quasi il 50 per cento ha oggi l’inquadramento più alto contro il 10 per cento nel 2000) nonostante il numero di controlli sulle imprese con lavoratori alle dipendenze non sia aumentato (80mila all’anno su di una popolazioni di più di 4 milioni di imprese) e sia rimasta stabile anche la percentuale di irregolarità riscontrate (attorno al 55-60 per cento).

Lo si sapeva già

Non c’era bisogno di aspettare due anni per capire che la legge è inapplicabile. Questi difetti di progettazione erano noti fin dalla sua approvazione. Li avevamo evidenziati anche su questo sito (Cfr. lavoce.info, 30.07.2002). Perché allora non si è fatto un serio studio di fattibilità della legge? Forse per lo stesso motivo per cui oggi si propone di svolgere corsi di formazione e reclutamento di personale in Libia! Si lavora con la fantasia, inventandosi soluzioni impraticabili perché conta solo mettere una bandierina, sostituire una “Turco-Napolitano” con la “Bossi-Fini”. Proviamo a smettere di chiamare le leggi coi nomi dei ministri che le hanno varate. Usiamo la data e il numero, asettico, degli atti legislativi. Forse chi ci governa finirà di torturare i cittadini con continui cambiamenti normativi fatti solo per non essere messi in pratica.

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Sommario 30 agosto 2004

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Un Patto più “intelligente” *

  1. Riccardo Mariani

    Pur non essendo disposto a rinunciare al legame tra permesso di soggiorno e lavoro è difficile rimanere insensibili alle obiezioni proposte nell’articolo. Anche per seguire l’ invito a non mettere bandierine si potrebbe rafforzare un’ idea già presente nella Turco-Napolitano ovvero quella di resonsabilizzare l’ ospite invitante (datore di lavoro) per l’ ospite invitato (lavoratore immigrato). Già oggi le imprese devono comunicare mensilmente una messe di dati all’ amministrazione pubblica (da notare che questo scambio di informazioni è oggi quasi completamente di natura telematica) non penso che i costi aggiuntivi siano particolarmente gravosi. A questo punto non rimarrebbe che un controllo sul territorio che dipende più dalla volontà dei soggetti preposti che da altro.
    Cordiali saluti

  2. Alberto Bordignon

    Mentre ero in vacanza un dipendente straniero dell’albergo con permesso stagionale ha scoperto che era riuscito ad ottenere l’appuntamento per il rinnovo del titolo di soggiorno a settembre 2005. Peccato che il suo permesso scadeva a settembre 2004 senza possibilità di proroga. Ovviamente i colleghi lo hanno imitato “allungandosi” il soggiorno “regolare” di 12 mesi.
    Ne ho ricavato l’ulteriore conferma che nel nostro Paese il soggiorno agli stranieri non è concesso per svolgere un lavoro regolare, ma per dar modo di svolgere adeguati adempimenti burocratici.

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