35, 36 o 40 ore a settimana? Maggiore flessibilità sul lavoro? L’argomento è di scottante attualità, tanto che il Financial Times vi ha dedicando l’intera pagina “Comment & Analysis” del numero di venerdì. Tutto è cominciato il mese scorso, quando la tedesca Siemens è riuscita a strappare ai sindacati un nuovo contratto, che ha allungato la settimana lavorativa da 35 a 40 ore. In cambio, l’azienda si è impegnata a non spostare all’estero alcuni livelli della produzione. Successivamente altre imprese, anche in Francia, hanno cominciato a considerare o a mettere già in pratica l’esempio di Siemens. Intanto le statistiche, continua il quotidiano inglese, sembrano dare ragione a chi, in Europa, propone di lavorare di più. Il “productivity gap” tra Stati Uniti e Vecchio Continente, infatti, è spiegato più dalla quantità (in ore) che dall’efficienza: il prodotto per lavoratore in Europa è solo il 70% di quanto realizzato oltre Atlantico, mentre il corrispondente prodotto per ora lavorata si attesta su un più accettabile 91% (in Francia, addirittura, è al 105%). Sono percentuali confermate dall’Ocse, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, secondo cui “in quanto a Pil pro capite, i vantaggi degli Stati Uniti sull’Europa sono principalmente dovuti a differenze nel totale delle ore lavorate per persona, invece che ad un maggiore prodotto per singola ora lavorata”. Questa prima differenza, sottolinea l’Ocse, sta diventando un fattore importantissimo alla base dei diversi tassi di crescita tra le due sponde dell’Atlantico. Tornando in Germania, dove “tutto è cominciato”, il quotidiano Handelsblatt ripercorre tutti i casi aziendali che stanno sposando la settima lunga, con la benedizione della legge, che non impone il rispetto delle 35 ore. Dopo Siemens, le 40 ore hanno conquistato anche Thomas Cook (agenzie di viaggi) e Stihl (motoseghe). Inoltre, trattative in questo senso con i sindacati sono cominciate a Karstadt-Quelle (grandi magazzini). Dulcis in fundo, anche il nuovo accordo tra Daimler-Chrysler e sindacati prevede il ritorno alle 40 ore per i 20.000 dipendenti del ramo “ricerca e sviluppo”. Dal canto suo l’azienda, come ha riportato la Frankfurter Allgemeine Zeitung , ha garantito la sicurezza di migliaia di posti di lavoro e ha ridotto del 10% i compensi del management. Ma per Juergen Schrempp, numero uno della casa automobilistica, 5 ore in più non sempre sono la soluzione giusta. Piuttosto, è necessaria una maggiore dose di flessibilità in tutte le contrattazioni tra imprenditori e sindacati. Il presidente degli industriali tedeschi Ludwig Georg Braun, invece, insiste sulla validità universale dell’allungamento della settimana di lavoro. In un’intervista alla Sueddeutsche Zeitung , Braun ha sottolineato l’importanza dell’innovazione come fattore concorrenziale delle imprese tedesche. E per essere in grado di innovare bisogna lavorare tanto: 35 ore in sette giorni e 30 giorni di ferie all’anno sono troppo pochi per crescere e competere seriamente con l’estero. Dopo la Germania, l’onda della controriforma nell’orario di lavoro è arrivata anche in Francia. Prima Bosh e poi Doux (alimentari) e SEB (elettrodomestici) hanno rimesso in discussione l’opportunità delle 35 ore, che in questo paese sono garantite per legge. Secondo il quotidiano Le Monde , il dibattito nazionale è confuso e disordinato. Lanciata dal presidente Chirac e dal ministro dell’economia Sarkozy, la discussione sulla necessità di riforme manca ora di regole e obiettivi. Cittadini, lavoratori e operatori economici non riescono a capire quale indirizzo prenderà la questione, mentre alcune aziende agiscono in ordine sparso proclamando il proprio interesse, in sostanza, a non rispettare la legge delle 35 ore. Se quest’ultima deve essere riformata, tuttavia, dialogo e chiarezza sono fondamentali. Tutto il contrario di quello che sta succedendo, con colpi ad effetto di scoordinate iniziative imprenditoriali.

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