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Meno tasse o meno debito?

Le promesse del presidente del Consiglio sulla riduzione della pressione fiscale assommano ad almeno un punto e mezzo di prodotto. Più o meno quanto sarebbe necessario per ottenere una pur minima riduzione del debito, due punti. Per raggiungere entrambi gli obiettivi servirebbero interventi sulla spesa di 35-40 miliardi. E allora che cosa sceglierà di fare il governo? Ridurre il debito servirebbe per mettersi al riparo dai rischi di mercato ed evitare le censure internazionali. Ma, a meno di due anni dalle elezioni, è più probabile che opti per il taglio delle tasse.

Dopo l’equilibrato numero monografico de lavoce.info, consideriamo concluso il momento degli epicedi sul dimissionamento del ministro GiulioTremonti (1) e occupiamoci del futuro. Non di chi gli succederà come autocrate dell’economia e delle finanze; piuttosto dei problemi che il successore, chiunque egli sia, dovrà affrontare.

I problemi del successore di Tremonti

La premessa è che la questione vera della nostra finanza pubblica non risiede nel numero magico del 3 per cento di disavanzo, ma nella dinamica del rapporto fra debito pubblico e prodotto. Non che esista un obiettivo preciso per questo rapporto. Ma, se il suo livello è e resta particolarmente elevato, i tassi d’interesse sono più alti e i conti pubblici sono più esposti al rischio di una loro variazione; comunque una parte cospicua delle entrate deve essere destinata al pagamento di interessi ai possessori di titoli anziché alla provvista di beni e servizi. Si vorrà riconoscere che il nostro 106 per cento, superiore di 35 punti alla media europea, è molto, troppo alto: con 10 punti in meno, la spesa di interessi si ridurrebbe di mezzo punto di prodotto: di tanto potrebbero essere ridotte le imposte (o, se i cittadini lo preferiscono, di tanto aumentata l’offerta di investimenti e servizi pubblici). Assicurare una continua, anche se graduale, diminuzione del rapporto fra debito e prodotto è dunque un obiettivo importante ed economicamente significativo. Per fissare le idee, e senza troppe ambizioni, chiediamoci a quali condizioni si possa ottenere un calo di due punti all’anno, in modo da avere entro il 2007 un debito non superiore al prodotto nazionale.

L’algebra del debito

L’algebra elementare del debito ci dice che la dinamica di esso rispetto al prodotto dipende da tre variabili: costo medio del debito, tasso di crescita nominale dell’economia, saldo (primario) fra entrate e spese al netto degli interessi: una differenza positiva fra costo del debito e tasso di crescita fa aumentare il rapporto fra debito e prodotto nazionale; un avanzo primario lo fa diminuire. (2)
Vi è anche un altro fattore, la differenza fra fabbisogno e indebitamento, che ha contribuito negli ultimi anni ad alimentare, e non di poco, la crescita del debito. Ipotizziamo, a rischio di essere indebitamente ottimisti, che la forbice fra fabbisogno di cassa e indebitamento di competenza si richiuda e ci concentriamo quindi solo sulle prime tre variabili. Supponiamo che l’economia torni a un normale, anche se non esaltante regime di crescita: un’ipotesi del 4 per cento medio annuo (nominale) sembra sensata. Oggi il costo medio del debito è vicino al 5 per cento: a essere benevoli, si può anche supporre che possa abbassarsi sino al 4,5. Dalla formuletta riportata in nota risulta che occorre un avanzo primario stabile dell’ordine del 2,5 per cento del prodotto per ottenere la riduzione di due punti all’anno del rapporto che abbiamo posto come modesto obiettivo (con mezzo punto in meno o in più di avanzo primario per mezzo punto in meno o in più della differenza fra costo del debito e tasso di crescita).
Quale avanzo primario? Poiché stiamo ragionando sul medio periodo, il saldo che ci interessa deve avere natura strutturale: né abbellito da misure una tantum che, per definizione, non possono essere ripetute (anche perché oramai resta ben poco spazio all’inventiva), né ridotto dagli effetti di una congiuntura negativa. Per capire dove ci troviamo ora, usiamo gli utili numeri elaborati da Roberto Perotti nella sua analisi della “macroeconomia di Tremonti”. Nelle plausibili stime di Perotti, l’avanzo primario depurato da misure non ripetibili come i condoni (pari a quasi il 2 per cento del prodotto), ma aggiustato in aumento per tener conto della congiuntura negativa, è stato dell’1,12 per cento nel 2003. Rimarrà probabilmente vicino a quel livello anche nel 2004, sempre che le misure di correzione della recente manovra governativa riescano a compensare il peggioramento in atto (ma secondo il Governatore della Banca d’Italia l’avanzo primario si riduce comunque). Ne segue che, solo per consentire la modesta riduzione del rapporto fra debito e prodotto di cui si è detto, occorre che l’avanzo primario strutturale (depurato da una tantum e da effetti ciclici) migliori nel 2005 e negli anni a venire di ben oltre un punto in termini di prodotto.

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Ministri e padri di famiglia

Come ottenere questo miglioramento? Un aumento della pressione fiscale è improponibile. Occorre dunque intervenire sulla spesa al netto degli interessi, per contenerne la crescita ben al di sotto della crescita dell’economia: compito certo difficile, ma non impossibile nelle dimensioni indicate. Negli ultimi mesi, tuttavia, e da ultimo all’assemblea dell’Abi, il presidente del Consiglio ha ribadito la fermissima intenzione di ridurre la pressione fiscale sui redditi personali, per mantenere le sue promesse elettorali: ha concesso che le aliquote possano essere tre e non due, ma ha anche promesso una qualche riduzione dell’Irap. La ricetta di copertura offerta all’Abi dal presidente-ministro ad interim dell’Economia risiede in un semplice teorema, mutuato, come egli ci ha detto, dalla finanza della famiglia e dell’impresa. Meno soldi entrano, meno si spende: se si tagliano le imposte, ogni buon padre di famiglia e ogni accorto imprenditore dovrà necessariamente tagliare le spese.
Facciamo un po’ di conti. Le promesse del presidente assommano ad almeno un punto e mezzo di prodotto: più o meno tanto quanto sarebbe necessario per ottenere la riduzione del debito di due punti. Per raggiungere entrambi gli obiettivi servirebbero dunque interventi sulla spesa dell’ordine di 35-40 miliardi, pari al 5-6 per cento delle uscite al netto degli interessi. Temo che neppure un ottimo padre di famiglia, quale è il Ragioniere generale dello Stato, Vittorio Grilli, ci riuscirebbe. Il governo si è impegnato a non toccare la spesa previdenziale, e in genere quella sociale; le spese per il pubblico impiego sono obbligatorie; agli investimenti pubblici si assegna priorità; gli acquisti di beni e servizi sono stati drasticamente tagliati con la recente manovra, per evitare un peggioramento (non per ottenere un miglioramento) dell’avanzo primario. Che cosa rimane? La riforma degli incentivi alle imprese potrà rendere al più 10-12 miliardi. E il resto da dove viene? Per saperlo, aspettiamo la pubblicazione del documento di programmazione economica e finanziaria, mai così tardivo. Ma vi sono, temo, pochi dubbi: il resto manca. Se così è, la promessa riduzione della pressione fiscale ordinaria (al netto dei condoni) potrà avvenire solo lasciando dov’era il rapporto fra debito e prodotto – o con qualche frazione in meno, se si escogita qualche altro espediente (come la vendita con lease back di immobili pubblici) o si vende qualche gioiello residuo. Dato un limite di fattibilità al contenimento della spesa nel breve periodo, questa è dunque l’alternativa: o una diminuzione del rapporto fra debito e prodotto, che potrà consentire in futuro un calo della pressione fiscale, o una riduzione delle aliquote subito. Forse il padre di famiglia sceglierebbe prudentemente la prima strada, per mettersi al riparo dai rischi di mercato ed evitare le censure internazionali. Ma, a meno di due anni dalle elezioni, conosciamo le preferenze del padrone della famiglia: anche perché, come ha detto nel suo intervento all’Abi, con un debito dell’ordine di 1400 miliardi poco importa averne qualche decina di miliardi in più.

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(1) Due citazioni riassuntive dal Giulio Cesare. Antonio: “Il male che gli uomini fanno sopravvive loro, il bene spesso finisce sotto terra con le loro ossa”. Popolano: “Temo che ve ne sarà uno peggiore al suo posto”.

(2) La formuletta, approssimata, è: Dd = (r-g)d – a, ove Dd è la variazione del rapporto fra debito e prodotto nazionale, r è il costo medio del debito, g è il tasso di crescita nominale dell’economia, e a è il saldo fra entrate e spese al netto degli interessi, positivo o negativo. Se ad esempio il debito è pari al prodotto e il costo del debito eccede di un punto il tasso di crescita, con un avanzo primario nullo il rapporto cresce di un punto; resta costante con un avanzo primario dell’1 per cento; diminuisce di un punto con un avanzo primario del 2 per cento.

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Sommario 8 Luglio 2004

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Una manovra omeopatica

  1. paolo podda

    Prof. Spaventa, mi chiedo se non ci sia qualche certezza di troppo in ordine al fatto che le misure una tantum,per definizione, si dice nel suo bell’intervento,non sono ripetibili.
    Intanto sarebbe sufficiente estendere i condoni all’infinito, sempre in potenza e per paradosso, estendendo di anno in anno le misure di sanatorie.
    Mi chiedo, peraltro, se non sia del tutto plausibile ritenere che a fronte di un’adeguata pubblicità, circa una riduzione progressiva e sostanziosa delle imposte sui redditi, quali che siano, non vi sia un aumento della propensione marginale al consumo, sperimentabile, a vario livello, su diversi campioni di riferimento. In ragione di ciò si innescherebbe un meccanismo che le certamente noto, che è quello dell’aumento della domanda a fronte del quale si genera un gettito, per ovvie ragioni, tali da riequilibrare le cose ed avere, a un tempo, cittadini più benestanti. Mi conforti in merito. Con grande stima. Paolo Podda.

    • La redazione

      Caro Podda,

      La ringrazio per i suoi commenti. Ero sospetto di ottimismo (circa i saldi). Lei invece dubita che io sia troppo pessimista: francamente non credo di esserlo.

      1) La ratio dei condoni è stata quella di reperire entrate
      aggiuntive: consento a te cittadino di metterti a posto pagando oggi a sconto, e senza sanzioni, quello che avresti dovuto pagare ieri e non hai pagato. Queste entrate – ripeto aggiuntive – ci sono state, tant’è che nel 2003 la pressione fiscale è aumentata. Essendo stato condonato
      tutto il passato (con le conseguenze negative sull’azione
      dell’amministrazione e sulle entrate future ben messe in luce da Maria Cecilia Guerra), che cosa resta da condonare ogni anno, “all’infinito”, come dice lei? Se io sono certo che alla fine di ogni anno mi verranno condonati i peccati fiscali commessi in quell’anno, io ho un evidente incentivo a peccare. Se va bene, le entrate non aumenteranno; se va
      male, perché il condono è troppo generoso, diminuiranno.
      2) E’ un tema antico: se una riduzione di imposte riesca a
      finanziarsi da sé. Anche nell’economia keynesiana elementare, la risposta è negativa. Anzitutto ne risulta un aumento del reddito disponibile, non, come dice lei, della propensione al consumo.
      Certamente, il maggiore reddito disponibile viene in parte consumato, con un effetto di stimolo. La Commissione europea calcola tuttavia che, in Italia, per ogni punto in più di prodotto il disavanzo si riduce di mezzo punto. Dunque, per autofinanziarsi, un punto in meno di pressione fiscale dovrebbe generare una maggior crescita di due punti: il che non è. Tanto più non lo è, se esiste un qualche vincolo di bilancio, tale che i cittadini non credono alla permanenza della riduzione di imposte e riducono la propensione al consumo sul maggior reddito disponibile. E noi ne abbiamo due di vincoli siffatti: il famigerato 3% europeo; e, assai più importante, come ho cercato di dire, un livello di debito
      troppo elevato, che ci penalizza con più alti tassi d’interesse e con un alto onere di spesa per interessi sul bilancio pubblico. All’argomento banalmente keynesiano, il Presidente del Consiglio ne aggiunge un altro derivato pari pari da quella curva di Laffer disegnata su un tovagliolino di carta che – narrano le storie – indusse il Presidente Reagan a tagliare le imposte: se le aliquote sono minori, il popolo è
      meno restio a pagare le imposte – e finisce per pagare di più. Pare ovvio che i fratelli d’Italia non correranno allo sportello desiderosi di pagare di più evadendo di meno: del resto, se lo facessero, il loro reddito disponibile si ridurrebbe, e non aumenterebbe. Proprio l’amministrazione Reagan prova la scarsa consistenza di questi argomenti: dopo il taglio di imposte, il disavanzo esplose.

      Con il che non voglio certo dire che una riduzione della pressione fiscale non sarebbe opportuna (e piacevole per i contribuenti). Voglio solo dire che oggi non possiamo permettercela: a meno che non sia fattibile un corrispondente taglio di spesa pubblica. O a meno che non si decida di lasciare il debito come sta, con il rischio di una penalizzazione inflitta dai mercati. Certo, se il nostro debito fosse
      non dico sulla media europea, ma diciamo del 90% del Pil, anziché del 106%, una riduzione di pressione fiscale sarebbe sia opportuna sia praticabile: un punto in meno sarebbe finanziato da un punto in meno di spesa per interessi.

      Luigi Spaventa

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