Il gioco esasperato di interrelazioni tra informazione, statistica ed economia rischia di rendere tutto indeterminato. Il rischio è più forte in Italia per la ristrettezza del mercato dei media. Invece di sognare un editore puro che non è mai esistito o un servizio pubblico super partes, è meglio favorire la crescita di soggetti che dichiarano con trasparenza i propri interessi e impegnano il proprio nome a garanzia di autonomia di giudizio e di rispetto per il lettore. Come ha fatto lavoce.info nei suoi due anni di vita.

L’informazione economica ha passato momenti particolari negli ultimi anni, sotto l’accusa di non rappresentare la realtà, fino a pensare che l’alterasse deliberatamente. Basti ricordare il caso Enron negli Usa, ove i giudizi per gli investitori sono risultati influenzati più dalle linee di credito concesse che dall’analisi dei bilanci. Oppure, in Italia, le polemiche sui dati dell’inflazione dell’Istat, dopo l’adozione dell’euro, contestati dalle stime “alternative” dell’Eurispes, fino alle divagazioni sull’inflazione percepita, che da molti è stata ritenuta più affidabile di quella calcolata con metodologie standard comuni a tutti i paesi avanzati.

Un controllo sull’informazione economica?

Si sono levate voci per controllare l’informazione, quasi che da essa dipendesse l’evoluzione dell’economia e non viceversa.
In un recente convegno sui rapporti tra media ed economia, “L’economia italiana attraverso i media”, organizzato dalla Scuola superiore di pubblica amministrazione, sono state presentate analisi statistiche tendenti a dimostrare come il fenomeno dell’inflazione fosse amplificato (quando non determinato) dai commenti dei giornali, finendo per individuare una relazione di causa-effetto che va dall’informazione all’inflazione e non viceversa.

Logica la conclusione che occorra vigilare sull’informazione, affinché non produca danni economici, quasi dimenticando che un’economia di mercato è fatta di informazione libera (buona o cattiva) e che l’inflazione può essere amplificata con l’informazione (reazione imitativa dei produttori), ma è soprattutto frenata dall’informazione (reazione dei consumatori), se c’è un libero mercato. Nel caso il mercato non sia libero, allora funziona solo l’effetto imitazione. Ma in questo caso la causa dell’inflazione non è l’informazione, bensì la mancanza di concorrenza.
Lo stesso “mago” dell’economia, come ormai è chiamato Alan Greenspan, presidente della Federal Reserve degli Usa, appare usare come strumenti di intervento più le parole “dosate” nelle sue esternazioni, riprese dalla stampa di tutto il mondo, che gli usuali meccanismi della politica monetaria. E ormai la congiuntura degli Stati Uniti viaggia sulle previsioni che si fanno con riferimento alle possibili parole che userà Greenspan per definire il quadro economico, più che sulla conoscenza dei dati fondamentali dell’economia. Al punto che l’aumento dello 0,25 per cento del tasso di interesse degli Usa deciso il 30 giugno scorso (il primo rialzo dopo un lungo periodo di riduzioni) non ha prodotto effetti di rilievo sui mercati perché, si dice, in linea con il pensiero già espresso da Greenspan.

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Il caso Italia

Il gioco esasperato di interrelazioni tra informazione, statistica ed economia rischia di rendere tutto indeterminato. E poiché la realtà economica e anche la statistica sono meno facili da maneggiare da parte di chi ne ha il potere, si rischia di puntare tutto sull’informazione, per farne l’unico e privilegiato strumento di intervento sulla realtà.
Questo rischio è forte nel nostro paese, ove la ristrettezza del mercato dell’informazione, anche per una lingua parlata solo da meno di sessanta milioni di persone, rende più difficile l’espressione di opinioni indipendenti o contrapposte: il pubblico di riferimento è ristretto, i mezzi di comunicazione sono in numero limitato, i conflitti di interesse sono numerosi, i principali mezzi di informazione sono collegati ai pochi centri di potere politico e/o economico esistenti.
In questo quadro, appare improbabile sia la ricerca della totale separatezza degli interessi, attraverso l’ideale “editore puro” che di fatto in Italia non è mai esistito per periodi significativi, sia l’ipotesi di servizio pubblico super partes, assegnato a un ipotetico ente pubblico al riparo dal potere politico ed economico e rivolto solo ai cittadini.

Professionalità e autonomia di giudizio

Vale di più, a mio avviso, favorire la crescita dei soggetti che operano sull’informazione, con la trasparenza di chi dichiara i propri interessi e con la professionalità di chi impegna il proprio nome a garanzia di autonomia di giudizio, pronto a ricevere tutte le critiche e le conseguenze dei suoi atti.
È con questo spirito che è nata lavoce.info due anni fa. Lo ricordo bene perché sono stato tra quanti contattati sin dall’inizio per dare la disponibilità a collaborare su argomenti di propria competenza professionale.

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La scommessa è riuscita, a mio avviso: e ora lavoce.info occupa un posto di rilievo nell’informazione economica, con i suoi commenti periodici e con l’irriverenza di chi rimette in discussione anche luoghi comuni.
Se la critica ha riguardato essenzialmente l’azione del governo, questo deriva dal fatto che in una democrazia ciò che conta e che va analizzato è l’azione di chi governa.
La sterile equidistanza tra governo e opposizione non fa informazione, ma traduce solo l’imbarazzo di chi deve fare informazione in una situazione difficile. Se e quando l’attuale opposizione andrà al governo, sarà essa a dover essere analizzata e criticata quotidianamente.

L’informazione, economica e generale, deve ancora crescere nel nostro paese. Abbiamo bisogno di mezzi di comunicazione più autonomi: essi devono comportarsi come aziende che cercano, nel rispetto delle regole, la soddisfazione dei propri clienti (i lettori) e, attraverso tale via, possono generare reddito e ritorno per gli investimenti dei propri azionisti. Non devono essere strumenti per generare vantaggi al proprio azionista di riferimento, perché per tale via finirebbero per snaturare la loro missione e getterebbero discredito sul mercato dell’informazione.

Ma in ultima analisi, la più forte garanzia di autonomia e di rispetto per il lettore è data dalla professionalità e dall’autorevolezza di chi lavora quotidianamente sull’informazione.

Sono i giornalisti e quanti, come i collaboratori de lavoce.info, scrivono e fanno informazione che rappresentano il primo ed essenziale filtro per favorire il mercato dell’informazione. Se cede questo filtro, non ci possono essere regole o normative che lo possano sostituire. Anche per questo, credo che lavoce.info abbia dato un ottimo contributo al sistema dell’informazione economica in questi due anni.

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