L’Istat cambia il metodo di classificazione delle forze lavoro per adeguarsi a una normativa comunitaria. I dati dell’inchiesta trimestrale appena pubblicati non sono quindi confrontabili con quelli del passato. Un peccato perché si sarebbero potuti vedere gli effetti sul mercato del lavoro della Legge Biagi e dell’incremento superiore alle attese del Pil. Tra i cambiamenti più significativi, la continuità della rilevazione, con interviste che avvengono durante tutto il trimestre, e una più precisa individuazione dei lavoratori parasubordinati.

Alla fine di ogni trimestre, da ormai più di vent’anni, l’Istat pubblica i risultati dell’inchiesta trimestrale delle forze lavoro, la rilevazione statistica ufficiale dell’andamento del mercato del lavoro italiano.
Grazie a questa inchiesta è possibile stabilire quanti posti di lavoro sono stati creati in un trimestre, e quanti lavoratori sono disoccupati. Inoltre, l’inchiesta ci permette di conoscere la distribuzione geografica dei nuovi posti di lavoro, oltre che la loro composizione per settori e per tipo di contratto.
Lavoce.info, nei suoi due anni di attività, ha sempre cercato di commentare puntualmente l’uscita dei dati trimestrali. (vedi interventi del 30 Marzo 2004 e del 25 Settembre 2003) Per la redazione, e forse per alcuni lettori, l’uscita delle forze lavoro è un appuntamento tradizionale.

Senza informazioni

Oggi c’è il black out. E il black out durerà fino al 28 settembre 2004.

L’Istat, per adeguarsi a una normativa comunitaria, ha cambiato il metodo di classificazione delle forze lavoro. Ben venga l’armonizzazione della statistiche. Purtroppo, però, l’Istat non è oggi in grado di offrire informazioni sufficienti per capire quali sono gli andamenti più recenti del mercato del lavoro italiano.
Eppure il momento è importante. Da settembre 2003 la Legge Biagi di riforma del mercato del lavoro è legge dello Stato, e sarebbe stato bello capire come il mercato ha reagito alla sua introduzione. E poi c’è la congiuntura. Il primo trimestre del 2004 ha registrato un andamento del Pil superiore alle aspettative, e sarebbe stato interessante sapere cosa è successo nel frattempo agli occupati.
Approfittando del black out estivo, in queste poche righe cerchiamo di chiarire alcuni importanti definizioni del mercato del lavoro. In altre parole, cerchiamo di capire come l’Istat stabilisce quali individui sono disoccupati, quali sono occupati e quali sono inattivi.

Una domanda cruciale

Il principale obiettivo della Rilevazione continua delle forze lavoro (Rcfl) è infatti la produzione delle stime ufficiale degli occupati e delle persone in cerca di occupazione. Ogni trimestre l’Istat estrae circa 76mila famiglie italiane, distribuite lungo tutto il territorio italiano, rilevando informazioni su circa duecentomila individui. Attraverso una serie di domande sull’attività svolta da ciascun componente della famiglia, la Rcfl ripartisce la popolazione in età lavorativa (ossia gli individui di 15 anni e oltre) in tre gruppi esaustivi e mutuamente esclusivi: occupati, disoccupati e inattivi. In altre parole, un individuo in una data settimana può essere classificato come disoccupato, può essere occupato, o può essere inattivo, ma non può essere in più di una di queste categorie. Per classificare gli individui, viene seguito un principio gerarchico: prima si identificano gli occupati, successivamente – tra tutti i non occupati – le persone in cerca di occupazione e, infine, le persone inattive, ossia quelle non incluse tra gli occupati e i disoccupati.

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“La scorsa settimana lei ha svolto almeno un’ora di lavoro?” Questa è la domanda cruciale per essere classificati dall’Istat come occupati. Chi risponde sì a questa domanda (anche se lavora presso l’impresa familiare e non percepisce un salario) è un individuo occupato, mentre chi risponde no, è un individuo non occupato (a meno che sia un individuo occupato che la settimana precedente l’intervista era assente dal lavoro per malattia, ferie e altri motivi contingenti). Si noti che la Rcfl non richiede informazioni relative alla retribuzione, né informazioni relative alla regolarità del rapporto di lavoro. Potenzialmente, un individuo che lavora nel sommerso dovrebbe rispondere sì alla domanda cruciale. Inoltre, un individuo che psicologicamente si considera non-occupato, ma che risponde sì, viene considerato occupato dall’Istat.

Chi è disoccupato

Una volta stabilito chi sono gli occupati, iniziano le difficoltà.

Il passo successivo della Rcfl è quello di distinguere, all’interno della categoria dei non-occupati, tra individui disoccupati e individui inattivi.

Per essere disoccupato un individuo, oltre che non-occupato, deve essere disponibile a lavorare (o ad avviare un attività autonoma) entro le due settimane successive il momento dell’intervista e deve aver fatto almeno un’azione di ricerca di lavoro.

Cosa vuole dire “fare almeno un’azione di ricerca di lavoro”? Vuol dire aver avuto un colloquio di lavoro, o un contatto con un centro pubblico per l’impiego (i vecchi centri di collocamento), o aver partecipato a un concorso pubblico, oppure aver messo un annuncio sul giornale.

Fin qui, il tutto è abbastanza preciso. Il fatto è che per essere disoccupati basta anche aver “esaminato offerte di lavoro sul giornale” o ” cercato lavoro su Internet” oppure “essersi rivolto a parenti amici e sindacati per trovare lavoro”.

Insomma, è chiaro che è molto difficile stabilire esattamente cosa voglia dire aver cercato un lavoro, in quanto alcune delle precedenti attività richiedono pochi minuti, e possono essere svolte con diversa intensità da diversi individui.

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Ma è difficile trovare un metodo migliore per classificare i disoccupati, e questo è il metodo che viene usato anche negli altri paesi europei. Occorre quindi capire che come tutte le definizioni statistiche, anche la classificazione dei disoccupati è una semplice stima.

Tuttavia, la stima si può confrontare nel tempo fino a quando il metodo non cambia.

Cosa cambia

Quando invece il metodo di classificazione cambia, non è più possibile paragonare i dati rilevati in diversi periodi. Il cambiamento in atto più importante è quello relativo al momento in cui le interviste vengono effettuate. Fino al primo trimestre del 2004, le inchieste delle forze lavoro erano effettuate durante una precisa settimana di ogni trimestre. D’ora in poi, la rilevazione sarà continua, con interviste che avvengono durante tutte le tredici settimane di un trimestre. Indubbiamente, i nuovi dati saranno meno influenzati da improvvisi e imprevedibili cambiamenti stagionali, e saranno quindi più precisi.

Un’altra innovazione importante, sottolineata dall’Istat nel suo documento metodologico, riguarda la capacità delle nuove inchieste di rilevare esattamente gli individui che svolgono un attività coordinata e continuativa (i famosi co.co.co.). Nelle vecchie inchieste, era spesso difficile capire se un lavoratore co.co.co era classificato tra i lavoratori autonomi o tra i lavoratori subordinati. Questa è un’ottima notizia, anche se dobbiamo ricordare che da settembre 2004, in virtù della riforma Biagi, i co.co.co. in Italia saranno vietati, e saranno soltanto in parte sostituiti dai lavori a progetto. Tuttavia, i lavoratori parasubordinati continueranno a esistere e le nuove inchieste, con qualche piccolo aggiustamento, permetteranno di avere maggior informazioni su questa crescente categoria di occupati.

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