Dall’analisi comparata del recente voto europeo esce convalidato il modello di elezioni di “secondo ordine”, caratterizzato da astensionismo, risultati negativi per i partiti di governo e successo di quelli minori. Accade soprattutto dove gli elettori hanno ben chiara la distinzione tra Europee e votazioni nazionali e sanno che il risultato non avrà conseguenze sul governo del paese. L’Italia fa eccezione, ma solo in parte. Ed è confortante che ben pochi chiedano il ritorno al sistema proporzionale per l’elezione del Parlamento italiano.

Al loro venticinquesimo compleanno, le elezioni europee non hanno detto molto di nuovo. Dall’analisi comparata, esce generalmente convalidato il modello di elezioni di “secondo ordine”, individuato già all’indomani della prima votazione per il Parlamento di Strasburgo, nel 1979. L’Italia fa eccezione solo in parte: la partecipazione è aumentata rispetto al 1999 e non c’è spazio per partiti (solo) antieuropeisti. Infine, il voto porterà, forse, conseguenze importanti sulla composizione del governo. Si ripropone poi la discussione sul sistema elettorale, ma non vanno dimenticate le differenze strutturali tra il voto europeo e quello politico.

Elettori europei in libera uscita. Fino a quando?

Il modello delle second order elections (1) si basa su un confronto con le elezioni politiche. Rispetto a esse, il voto europeo tradizionalmente mostra: 1) bassa partecipazione elettorale, 2) risultati negativi per i partiti di governo; 3) generale successo dei partiti minori a scapito di quelli maggiori. Con poche e limitate eccezioni, il modello è valido ancora oggi, nell’Europa a 25.
La percentuale complessiva dei votanti nei 25 paesi è stata del 45,5 per cento contro il 63 per cento del 1979 e il 49,8 per cento delle ultime elezioni del 1999. Una media di votanti del 30 per cento nei dieci nuovi paesi membri ha certamente contribuito a questo ulteriore calo. In ogni caso, i livelli di partecipazione al voto europeo sono vicini a quelli delle elezioni di mid-term negli Usa. E l’eccezione del Belgio, che registra oltre il 90 per cento di votanti, si spiega con l’obbligatorietà del voto, tanto che fin dal 1979 questo paese è in vetta alla classifica della partecipazione.

Ma vediamo il secondo e più decisivo fattore, i risultati negativi dei partiti di governo.
Le poche eccezioni al fenomeno (oltre alla Spagna, si segnala solo la Slovacchia) hanno una principale spiegazione, anche in questo caso non nuova: è l’effetto “luna di miele” rispetto al recente voto politico. Ne beneficia oggi Luis Rodriguez Zapatero, come nel passato ne hanno beneficiato Margaret Thatcher (nel 1979, tre giorni dopo il successo nel voto politico), o Silvio Berlusconi (nel 1994, due mesi e mezzo dopo la vittoria alle politiche).

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Queste elezioni hanno poi riproposto il successo dei partiti minori e di alcune liste di outsiders, che tradizionalmente si avvantaggiano dell’euro-scetticismo e di tematiche populiste.Grazie anche a sistemi elettorali proporzionali, sono state le elezioni europee a tenere a battesimo le due famiglie politiche più nuove dell’ultimo ventennio: i partiti neo-populisti con forti tratti xenofobi e i Verdi. Oltre a dare qualche notorietà a personaggi come Philippe de Villiers o Bernard Tapie in Francia. E si potrebbero citare molti altri precedenti ai recenti successi dell’Ukip di Kilroy in Gran Bretagna o della lista Martin in Austria. In ogni caso, non è ipotizzabile un riallineamento dei rispettivi sistemi partitici a causa di vittorie estemporanee e senza conseguenze sulla tenuta dei governi nazionali.

Rimane però difficile stabilire quanto i risultati delle elezioni europee possano influire sulle successive elezioni politiche.
Analisi dei precedenti cicli elettorali suggeriscono come il modello del second order (e quindi il voto in libera uscita verso l’astensionismo o verso un piccolo partito) sia tanto più valido quanto più consolidate sono, nelle menti degli elettori, le differenze tra le due elezioni. Laddove è chiaro che il voto europeo non influirà sulla tenuta del governo, i risultati possono portare a terremoti tanto forti quanto effimeri. Quando la posta in gioco sarà nuovamente il governo nazionale, gli elettori ritorneranno in molti casi alla casa-madre, a volte neppure scalfita dal sisma del voto europeo. Infine, è importante anche la tempistica: nelle democrazie maggioritarie, il modello del second order funziona meglio quando le europee si collocano attorno alla metà del mandato.

E l’Italia?

Come inquadrare l’Italia in questa prospettiva? È difficile spiegare in maniera univoca il leggero aumento (+ 2,8 punti percentuali) della partecipazione rispetto al 1999. Possono aver contato sia la mobilitazione indotta dal “Berlusconi contro tutti, alleati compresi”, sia il clima internazionale e la forte polarizzazione presente nel nostro paese sul tema della guerra.
Astensionismo a parte, il modello del second order sembra generalmente applicabile anche da noi.
I partiti minori vanno meglio, il governo esce penalizzato (anche se non pesantemente) e l’assenza di partiti (solo) antieuropei si deve sostanzialmente a due fattori: la tradizionale debolezza dell’euroscetticismo in Italia (come segnalano periodicamente i sondaggi dell’Eurobarometro), e il fatto – oggi unico tra i paesi membri di lungo periodo – che questi sentimenti trovano rappresentanza nei partiti al governo (soprattutto nella Lega Nord, ma recentemente anche nella battaglia di Berlusconi e Tremonti contro Prodi e gli effetti dell’euro).
Ma la domanda cruciale è un’altra: quanto è chiara, nelle strategie politiche dei partiti e nell’orientamento degli elettori, la differenza tra le elezioni politiche e quelle europee?
A giudicare dalla discussione in corso sulla possibile nascita di un governo Berlusconi II, potrebbe sembrare non decisiva. Ma non dimentichiamo che la verifica era stata richiesta dagli alleati di governo già un anno fa, all’indomani della sconfitta alle elezioni amministrative.

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Piaccia o meno, ciò mostra nuovamente l’eccezione Berlusconi nel contesto europeo: il nostro è un governo di coalizione che ha concesso ministeri secondari agli alleati, penalizzando, in proporzione ai voti ottenuti, An e Udc a vantaggio della Lega Nord. E che non ha risposto alle successive richieste di riequilibrio, che pure caratterizzano in Europa anche governi monopartitici, laddove emergono scompensi negli indirizzi di policy.
Per quanto riguarda gli effetti del sistema elettorale e gli orientamenti dell’elettorato, gli elementi fin qui discussi dovrebbero mostrare a sufficienza le differenze strutturali tra elezioni europee e politiche. (2)

In ogni caso, l’auspicio di Massimo Bordignon è da condividere: sarebbe esiziale tornare al sistema proporzionale per le elezioni parlamentari dopo i passi importanti compiuti in questo decennio. Il fatto che questa richiesta giunga oggi in maniera esplicita solo da una parte minoritaria dei piccoli partiti usciti come veri vincitori dal voto europeo, dovrebbe in qualche modo tranquillizzarci.

 

(1) Originariamente elaborato da K. Reif e H. Schmitt, Nine Second-Order National Elections: A Conceptual Framework for the Analysis of European Elections Results, in “European Journal of Political Research”, 1980, vol. 8, n. 1, pp. 3-44.

(2) In realtà anche l’importante analisi di A. Lijphart, Electoral Systems and Party Systems. A Study of Twenty-seven Democracies, 1945-1990, Oxford, Oxford University Press, 1994, compara in maniera inadeguata gli effetti dei sistemi elettorali tra elezioni europee e politiche, al fine di massimizzare il numero di casi. Per una critica sia consentito rinviare a G. Baldini e A. Pappalardo, Sistemi elettorali e partiti nelle democrazie contemporanee, Roma-Bari, Laterza, 2004.

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