In cinquant’anni i paesi europei hanno costruito una struttura istituzionale che consente, tramite una normativa vincolante, di gestire in modo unitario i rapporti tra gli Stati membri, sotto il profilo economico, sociale, giuridico e anche politico, erodendo gradatamente e progressivamente la singole sovranità. Perché allora tante valutazioni critiche sulla Costituzione europea appena firmata? Resta delusa l’aspettativa di una gestione comune della politica estera. Alla quale arriveremo perché è una soluzione ragionevole che va nel senso della storia.

Nonostante le valutazioni critiche o negative di alcuni commentatori, l’accordo conseguito a Bruxelles dai 25 Stati membri sul testo del Trattato costituzionale, istitutivo dell’Unione europea, costituisce un grande successo.

Non solo politica estera

I commenti negativi che hanno raggiunto l’opinione pubblica sono per lo più espressi da politologi, sociologi o filosofi, usi a considerare più importante l’attività dell’Unione europea in politica estera, nei suoi rapporti con i paesi che non ne fanno parte.
Questo è soltanto un aspetto, e non il più rilevante, dell’originale struttura istituzionale che è stata realizzata in mezzo secolo di integrazione europea.

A partire dal primo Trattato, quello della Comunità europea del carbone e dell’acciaio, di oltre cinquant’anni fa, ogni successivo trattato, destinato a istituire una nuova Comunità o ad ampliare i poteri e gli obiettivi di quelle già istituite, ha avuto i suoi critici, sempre solleciti a vaticinarne il fallimento o quanto meno l’irrilevanza dell’impatto. Ogni volta, le critiche si sono dimostrate infondate e spesso sono state clamorosamente smentite. Alla base, c’è sempre stata l’aspettativa delusa di veder trasformata l’Unione europea in un’entità in grado di gestire in modo unitario i rapporti di politica estera con gli altri Paesi.
Ci si è dimenticati e ancora ci si dimentica che lo straordinario risultato raggiunto, grazie alla geniale intuizione di Jean Monnet, è stato quello di creare una struttura che consentisse, tramite una normativa vincolante, di gestire in modo unitario i rapporti tra gli stessi Stati membri, sotto il profilo economico, sociale, giuridico e alla fine, anche politico.

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L’impatto di tale normativa è sotto gli occhi di tutti.
L’abolizione delle dogane, l’abbattimento degli ostacoli al commercio intra ed extra-comunitario, la competitività nel sistema bancario e in quello assicurativo, la trasparenza negli appalti pubblici, la disciplina della concorrenza, la soppressione dei monopoli, il controllo degli aiuti di Stato, la liberalizzazione dei trasporti e delle telecomunicazioni, l’armonizzazione fiscale e societaria, un’ampia normativa per la tutela dei consumatori, un’avanzatissima disciplina di protezione dell’ambiente e della sicurezza del lavoro e così via: tutto ciò è la conseguenza dell’applicazione di una serie impressionante di disposizioni comunitarie che, lentamente e silenziosamente, nell’arco di qualche decennio, hanno trasformato il contesto giuridico ed economico dell’Europa e soprattutto del nostro paese.

Un meccanismo decisionale che funziona

La normativa che sta all’origine di questi cambiamenti è stata prevalentemente adottata sulla base di quel particolare meccanismo decisionale dell’Unione europea che, coinvolgendo le tre istituzioni più importanti (Parlamento europeo, Consiglio dei ministri e Commissione) consente di ottenere accordi ragionevoli a tutela degli interessi della generalità dei cittadini, evitando il perpetuarsi dei conflitti unicamente dovuti agli scontri politici tra maggioranza e opposizione che vengono scatenati per mere ragioni di potere.
Nell’Unione europea, mancando un governo da far cadere e una maggioranza da sconfiggere, tutti i soggetti coinvolti nel processo decisionale finiscono per seguire quel criterio logico-razionale che John Rawls chiama “dissenso ragionevole”.

L’esperienza ha dimostrato che il sistema decisionale comunitario funziona e permette di ottenere risultati eccezionali senza determinare insanabili lacerazioni fra coloro che sostengono posizioni divergenti.
Questo sistema ha permesso di erodere gradatamente e progressivamente la sovranità degli Stati membri, trasformando l’Unione europea in una specie di Federazione in tutti i settori nei quali le decisioni devono essere adottate a maggioranza qualificata, e in una sorta di Confederazione nei settori nei quali le decisioni possono essere adottate soltanto all’unanimità.
Le decisioni di politica estera, per le quali i politologi, i sociologi e i filosofi mostrano specifico interesse, devono ancora essere adottate all’unanimità. Si tratta quindi di passare da una votazione all’unanimità a una votazione a maggioranza qualificata, magari con maggioranze diverse a seconda dell’importanza della materia sulla quale occorre decidere.
Ma noi sappiamo che lo sviluppo dell’integrazione europea è avvenuto proprio in questo modo nel corso dei suoi cinquant’anni di storia. Negli anni Sessanta occorreva l’unanimità persino per modificare i dazi doganali. Oggi con la sola maggioranza qualificata è stato possibile eliminare i monopoli statali ritenuti indistruttibili.

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Si arriverà quindi ad adottare le decisioni a maggioranza anche in politica estera. Sarà la forza delle cose che lo esigerà e lo imporrà a tutti gli Stati, perché è una soluzione ragionevole che va nel senso della storia. E la storia stessa dell’Unione europea costituisce la prova formidabile dell’esattezza di una massima troppe volte dimenticata: “gli uomini e le nazioni ricorrono a soluzioni ragionevoli dopo aver sperimentato ogni altro mezzo”.

Per saperne di più

Fausto Capelli, “Il sistema istituzionale dell’Unione europea come fondamento di una nuova forma di democrazia”, pubblicato sul n. 2/2004 della rivista Diritto Comunitario e degli Scambi internazionali.

 

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