Il quadro dei conti pubblici è preoccupante. In base alle stesse valutazioni della Relazione trimestrale di cassa il disavanzo tendenziale è intorno al 4 per cento e il fabbisogno del settore pubblico viaggia verso il 6 per cento. La spesa corrente è sostanzialmente fuori controllo. E’ uno scenario che suscita allarme sulla sostenibilità di medio-lungo periodo del debito pubblico italiano. Occorrono perciò interventi correttivi che, oltre a coprire il costo degli eventuali sgravi fiscali promessi dal Governo, abbiano anche effetti di riduzione netta del disavanzo.

La realtà sui conti pubblici dell’Italia, il loro preoccupante peggioramento, sta facendo ormai breccia nel muro dei rassicuranti messaggi dietro cui il Governo si è trincerato fino a poco tempo fa. La breccia è stata autorevolmente aperta dallo stesso Governo all’inizio di maggio, con la pubblicazione della Relazione trimestrale di cassa.

Una Relazione accolta in silenzio

La curiosa assenza di commenti a questo documento è stata rotta solo da qualche voce isolata.
In particolare, Riccardo Faini su lavoce.info ha sottolineato che, nel nuovo quadro per il 2004, il rapporto debito/Pil si colloca al 105,9 per cento, scendendo di soli 3 decimi di punto, quando in precedenza si indicava un calo di 1,2 punti percentuali rispetto al 2003. Inoltre, il disavanzo previsto dalla Rtc per il 2004 resta solo di un soffio al di sotto della fatidica soglia del 3 per cento, al 2,94 per cento.

La Rtc, correttamente, condiziona la realizzazione del nuovo obiettivo del 2,94 per cento al pieno successo della manovra di bilancio per il 2004. Se solo non si verificassero due provvedimenti di difficile realizzazione come la fuoriuscita dell’Anas dalla pubblica amministrazione e la cessione di immobili con Scip2 (vedi Giannini-Pisauro 6.5.2003 e Pisauro 1.3.2004), che dovrebbero comportare un risparmio, rispettivamente, di 2,5 miliardi di euro (0,2 per cento del Pil) e di 9 miliardi di euro, (0,7 per cento del Pil), l’indebitamento netto per l’anno in corso si porterebbe verso il 4 per cento del Pil.

Nella relazione annuale del 31 maggio, il governatore della Banca d’Italia ha indicato come probabile, in assenza di interventi correttivi, un disavanzo del 3,5 per cento. Comunque, per il 2005, venute meno le misure una-tantum, il disavanzo tendenziale si collocherebbe sul 4 per cento. Le stesse previsioni sono state fatte proprie dalla Bce la settimana scorsa.
La Banca d’Italia sottolinea che, secondo le stime della Rtc, nel 2004 il fabbisogno del settore pubblico (escluse le dismissioni mobiliari e le regolazioni di debiti pregressi) salirebbe dal 3,5 al 4,9 per cento: il divario tra il disavanzo e il fabbisogno salirebbe ulteriormente, di quasi 1 punto di Pil, raggiungendo un massimo storico.
La commissione incaricata di approfondire i motivi di divergenza tra l’indebitamento netto e il fabbisogno, costituita nell’autunno del 2001 con rappresentanti dell’Istat, del ministero dell’Economia e della Banca d’Italia, non ha ancora presentato le sue conclusioni.

Ma l’impressione che si ricava dal quadro dei conti della Rtc è che, a fronte di una stima di fabbisogno per l’anno in corso che sembra tutto sommato relativamente credibile, sia stato attuato uno “sforzo” particolare per mantenere l’indebitamento netto al disotto del 3 per cento del Pil.
Anche se si accettano le valutazioni ufficiali sul disavanzo, resta il fatto che, in quelle stesse valutazioni, le misure una tantum pesano per circa un punto di Pil: quindi, il disavanzo tendenziale, in base alle stime della stessa Rtc, oggi è sul 4 per cento; il fabbisogno del settore pubblico viaggia verso il 6 per cento. Sul tendenziale, tutte le previsioni concordano tra loro: le divergenze riguardano, in sostanza, solo l’efficacia delle misure una tantum per il 2004.

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Un futuro preoccupante

Per il futuro (cioè per gli anni dal 2005 in poi) lo scenario per la finanza pubblica si fa ancora più preoccupante.
Sui conti non hanno ancora inciso, se non in misura parziale, i rinnovi contrattuali del pubblico impiego. I tassi d’interesse sono ai minimi storici, e ormai se ne può prevedere solo un rialzo.
Dal 2001 a oggi il calo dei tassi ha “liberato” oltre un punto percentuale di Pil di spese per interessi. Sempre dal 2001, la spesa corrente al netto degli interessi è salita di 1,5 punti di Pil (1 punto nel solo 2003). È questo il dato più preoccupante, che ha portato l’avanzo primario a calare dal 3,9 del 2001 al 2,2 per cento del Pil previsto dalla Rtc per l’anno in corso, e denota come la spesa corrente sia sostanzialmente fuori controllo. Aumentano le spese sanitarie, previdenziali e per il personale. Anche gli acquisti per beni e servizi delle amministrazioni centrali, dopo il calo del 6 per cento registrato nel 2002 (presumibilmente per effetto del decreto taglia-spese, poi non più attivato), nel 2003 sono cresciute del 16 per cento. Eppure, proprio sul 2003 avrebbero dovuto avere effetto i risparmi conseguenti all’accentramento degli acquisti presso la Consip (poi disattivato con la Finanziaria per il 2004).

Riguardo al debito, la Rtc segnala che, per conseguire il risultato indicato per il 2004, sono necessari ben 21 miliardi di euro di entrate da privatizzazioni (circa 1,5 per cento del Pil).
In altre parole, se il Governo non mette in atto nuovi corposi interventi di “finanza creativa”, il rapporto debito/Pil invertirà la sua discesa e comincerà a risalire già dalla fine di quest’anno.
Nel medio periodo, con un fabbisogno tendenziale al 6 per cento del Pil, con il costo del debito vigente e con un’inflazione al 2 per cento, occorrerebbe una crescita del Pil reale di almeno il 3 per cento per stabilizzare il rapporto debito/Pil.

Questo scenario suscita allarme sulla sostenibilità di medio-lungo periodo del debito pubblico italiano. Il rischio non sfugge agli organismi internazionali, alle agenzie di rating, allo stesso ministero dell’Economia: non a caso il ministro ha preso ormai l’abitudine di incontrare le agenzie di rating dopo ogni Ecofin.
Il rinvio dell’early warning all’Italia, deciso dall’Ecofin dell’11 maggio scorso, è frutto dell’impegno assunto dal Governo italiano di varare misure suppletive ora (prima dell’estate). Questo spiega anche l’apparente fretta di votare la fiducia sulle pensioni. Tuttavia, gli effetti di questo provvedimento sono soprattutto di medio periodo, mentre occorrono subito misure di contenimento del disavanzo per l’anno in corso.
Se n’è discusso nelle settimane scorse, prefigurando interventi (complessivamente nell’ordine di 7 miliardi di euro, circa mezzo punto di Pil) sugli aiuti alle imprese, sul Tfr e sugli immobili pubblici (lease-back, cioè vendita e riaffitto).

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La strategia delle promesse

La strategia comunicativa del Governo è stata molto abile. Per non dar adito al sospetto che ci si trovi nell’imminenza di una tipica manovra suppletiva di metà anno, stile “Prima Repubblica”, alle misure di contenimento delle spese (da attuare subito) sono state abbinate promesse di abbassamento delle tasse (da attuare comunque non prima del 2005). Ciò non solo renderebbe più “digeribili” i tagli di spesa, ma darebbe anche credibilità all’annuncio dei futuri sgravi fiscali, provvedendo fin da subito al loro finanziamento. Il Governo potrebbe così sostenere che non è vero che la finanza pubblica va male: sta solo realizzando il suo programma elettorale.
Certo, è la prima volta che questo Governo associa agli sgravi fiscali la loro copertura ex-ante: dai provvedimenti “dei cento giorni” fino a ora in tutti i documenti ufficiali si è ripetuto che gli sgravi si coprono da soli, ex-post, con la crescita economica da loro stessi innescata. Il fideismo un po’ ideologico nella supply-side economics sta forse cedendo il passo a un maggiore realismo?
Sarebbe senz’altro auspicabile. Ma forse è anche una conferma indiretta della gravità della situazione.
Purtroppo, lo spazio per manovre compensative con effetto netto nullo è ormai chiuso: occorrono invece interventi correttivi che, oltre a coprire il costo degli eventuali sgravi (si parla di un punto di Pil), abbiano anche effetti di riduzione netta del disavanzo (almeno mezzo punto di Pil), se si vuole evitare che il nostro debito si collochi su un sentiero di crescita insostenibile nel medio-lungo periodo. E questo indipendentemente dal rispetto del Patto di stabilità e crescita.

Sarà arduo individuare tagli permanenti di spese per 1,5 punti di Pil, anche perché i tempi si stanno facendo stretti se il Governo vuole evitare l’early warning. Il quale, si badi bene, non è grave in sé, ma per le conseguenze sul rating e quindi sul costo del nostro debito. Un abbandono del Patto sarebbe estremamente nocivo, perché il Patto stesso rassicura i mercati: senza di esso, il premio al rischio sul nostro debito potrebbe salire in misura pesante.

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