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Doppio vuoto di democrazia

Al deficit democratico di istituzioni europee che non rendono conto del proprio operato di fronte agli elettori si aggiunge una campagna elettorale che ha sistematicamente ignorato le vere questioni al centro di queste elezioni e il fatto stesso che molte scelte oggi possano essere compiute solo a livello europeo. Peccato perché diverse forze politiche propongono un diverso modo di stare in Europa. Su molti temi le posizioni sono molto distanti e non ricalcano necessariamente la divisione fra centro-destra e centro-sinistra. Come dimostrano le risposte al questionario che lavoce.info ha inviato alle diverse formazioni.

C’è un doppio vuoto di democrazia in queste elezioni europee. Al deficit democratico di istituzioni europee in mezzo al guado, che non rendono conto del proprio operato di fronte agli elettori, si aggiunge il vuoto pneumatico della campagna elettorale sui temi su cui siamo chiamati a esprimerci il 12 giugno.

Questioni ignorate

Si discute rigorosamente solo delle questioni su cui non è possibile decidere, mentre le vere scelte riguardanti il voto vengono sistematicamente ignorate. Non solo in Italia, ma certamente più da noi che altrove.
Un esempio? In tutti i paesi europei si è discusso pubblicamente l’atteggiamento da tenere nei confronti dei lavoratori dei paesi dell’allargamento. Da noi, no.

Il Governo ha deciso di chiudere le frontiere con un decreto del presidente del Consiglio dei ministri, senza alcun dibattito parlamentare. Aveva l’esecutivo ricevuto un mandato dal Parlamento per decretare in materia? Se ne era comunque discusso pubblicamente? Si era dibattuto sui giornali e in televisione su quali regole di condotta adottare nei confronti dei lavoratori dei nuovi paesi, così come avvenuto ovunque in Europa? La risposta è no su tutti i fronti.
In Svezia, il primo ministro è stato messo in minoranza dal suo stesso partito perché ha proposto di chiudere le frontiere. Da noi, si è deciso di violare minime regole di democrazia ignorando il Parlamento. È possibile, secondo alcuni giuristi, che di fronte al ricorso di qualche datore di lavoro il decreto venga un domani considerato illegittimo.
Si dice che non si parla di temi europei perché non esiste una politica a livello europeo. Vero solo in parte. Guardando al comportamento di voto dei parlamentari europei, ci si rende conto che su molte scelte contano di più gli schieramenti a Strasburgo che l’affiliazione politica nazionale.

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Inoltre, la politica europea esiste nelle molte scelte importanti che vengono già oggi compiute a Bruxelles, senza che chi ne è l’artefice ne sia chiamato a rendere conto di fronte agli elettori.
A questo evidente deficit di democrazia se ne aggiunge uno meno visibile, ma non meno dannoso: nessuna forza politica, forse per paura di risultare sminuita nel proprio ruolo di governo o di opposizione, riconosce i crescenti limiti della politica nazionale. Questo preclude il dibattito pubblico sulle decisioni che il nostro Governo e i parlamentari eletti nel nostro paese dovranno concordare a livello europeo.

Tutti d’accordo?

Ma il vero danno di questo secondo vuoto democratico è che distorce il dibattito pubblico.
Il fatto è che la politica nazionale è perfettamente consapevole di non poter decidere su molti aspetti. Proprio per questo tende a radicalizzarsi attorno a battaglie di bandiera, che servono solo come testimonianza di coerenza presso i propri elettori, con orizzonti di brevissimo periodo.
La radicalizzazione delle posizioni sulla vicenda irachena è un chiaro esempio di tutto questo. Mentre le decisioni importanti venivano prese altrove, da noi ci si è schierati spartendosi segmenti dell’elettorato: il centro-destra ha investito sul centro, mentre il centro-sinistra ha puntato a riconquistarsi voti a sinistra. Se il Governo italiano avesse avuto davvero voce in capitolo, le forze in campo non avrebbero probabilmente rinunciato a esercitare l’arte della politica, il che significa mediare fra diversi interessi e posizioni e tenere conto delle implicazioni di lungo periodo (oltre il 12 giugno) delle proprie scelte.
Un’altra spiegazione spesso fornita per il mancato dibattere di temi europei è che sono noiosi, data l’unanimità messa in mostra a riguardo dalle forze politiche. Tutti sarebbero d’accordo quando c’è in ballo l’Europa. Anche questo non è vero. Meglio, non è più vero. Poteva forse esserlo fino a dieci anni fa, quando il nostro paese capitanava la schiera degli euro-entusiasti e i partiti guardavano all’Europa come a un mito che poteva essere messo in discussione solo pagando un prezzo elettorale. Ma oggi non è più così.

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Su temi europei quali il bilancio dell’Unione, i suoi nuovi confini (Turchia sì o Turchia no?), la Convenzione, il coordinamento delle politiche sociali e fiscali, la politica verso la Cina del commercio estero o l’università esistono posizioni molto diverse fra i diversi schieramenti che si presentano alle elezioni.
Abbiamo provato a raccogliere queste posizioni su lavoce.info, utilizzando le risposte a un questionario inviato ai responsabili di programma delle diverse coalizioni.
Le posizioni su molti temi sono molto distanti. Ad esempio, Forza Italia e Patto Segni sono perché l’Unione europea punisca i paesi che non attuano riforme previdenziali, contrariamente a tutte le altre forze politiche. Molte differenze non ricalcano la divisione fra centro-destra e centro-sinistra. Ad esempio, a favore dei pedaggi per l’ingresso nei centri urbani (misura contro l’inquinamento) troviamo Alleanza Nazionale, Patto Segni e Uniti nell’Ulivo, mentre sono contro Forza Italia e Lista Di Pietro. Peccato che molti di quelli che andranno al voto non siano consapevoli non solo di quale sia la posta in gioco, ma anche di quali siano le posizioni in campo.

 

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  1. Riccardo Mariani

    C’ è chi considera il processo di unificazione politica dell’ Europa come qualcosa che minaccia gli effetti benefici dell’ unificazione economica; c’ è anche chi, dopo aver lottato per una maggiore competizione all’ interno del mercato europeo, trova del tutto coerente mantenere la stessa impostazione per ciò che concerne le istituzioni politiche (con un po’ di sano populismo si intende combattere contro quel politico che, dopo aver introdotto elementi di concorrenza in tutte le attività, riserva per la sua posizioni di cartello); c’ è chi non considera affatto la creazione dell’ euro come una naturale prosecuzione del mercato unico comunitario; e c’è infine chi vede la Costituzione europea (qualunque forma essa assuma) come fumo negli occhi, preferirebbe semmai valorizzare la giurisprudenza della Corte. Ebbene penso che, ieri come oggi, costoro vengano bollati come euroscettici ed espulsi dal dibattito (perchè perdere tempo a discutere di quale Europa con chi l’ Europa sostanzialmente non la vuole ?). In questo senso l’ “unanimismo” è vivo e vegeto e con lui gli effetti paralizzanti che produce sul dibattito. A meno che i modelli alternativi di Europa non debbano discendere dall’ idea che si ha intorno alle nostre radici cristiane o al nostro diritto di entrare in città senza pagare un pedaggio.
    Cordiali saluti.

    • La redazione

      Nessun unanimismo. Siamo d’accordo. Ma parliamone davvero di queste scelte. Nel nostro piccolo abbiamo cercato di dare un contributo al confronto. Cordiali saluti.

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