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L’insostenibile spreco di risorse della Pac

La Politica agricola comune (Pac) costa alle famiglie europee oltre cento miliardi di euro all’anno. Oltre l’80 per cento dei sussidi alle esportazioni pagati nel mondo sono finanziati dai contribuenti europei, che pagano anche i tre quarti circa di sussidi agricoli finalizzati al sostegno dei prezzi. Gli effetti sui mercati internazionali sono molteplici e significano minor benessere e minor ricchezza non solo per i paesi poveri. Il problema si aggrava ora con l’estensione della Pac ai nuovi Stati membri Ue. Eppure di questo grande spreco di denaro pubblico si parla molto poco.

Sono numerose le questioni sollevate dalla Politica agricola comune, la cosiddetta “Pac”: a partire dalla sua importanza nel contesto delle politiche comunitarie, fino ai suoi effetti nell’Unione europea e a livello globale. Nuovi problemi sorgono poi adesso, con l’estensione di questa politica ai nuovi paesi membri dell’Unione.

La politica agricola nell’Unione europea

Nonostante l’incidenza dell’agricoltura nelle economie sviluppate si riduca gradualmente a poche unità percentuali del prodotto lordo o dell’occupazione, la politica agricola è molto importante a livello europeo: costa al contribuente circa la metà delle spese del bilancio dell’Unione. Attraverso il sostegno dei prezzi agricoli genera inoltre un ulteriore trasferimento di reddito dai consumatori ai produttori che, secondo stime dell’Ocse, è anche maggiore del trasferimento di bilancio.
Possiamo quindi dire che la Pac costa alle famiglie europee oltre cento miliardi di euro all’anno, più dell’intero bilancio dell’Unione europea e più dello stesso prodotto netto agricolo.
Questa cifra equivale a oltre mille euro all’anno per una famiglia di quattro persone e in media oltre 16mila euro per occupato (equivalente tempo pieno) in agricoltura. Gran parte delle spese nazionali e regionali non sono incluse in queste cifre.
Naturalmente, una parte di questo costo sostenuto dai cittadini europei è ben giustificato: le spese per stabilizzare i prezzi agricoli, per tutelare i consumatori sul piano sanitario e l’ambiente rurale, per favorire lo sviluppo di aree svantaggiate o la ristrutturazione delle imprese e l’abbassamento dei costi di produzione, per migliorare lo sviluppo tecnologico e l’efficienza delle imprese agricole e di quelle di trasformazione e di commercializzazione dei prodotti alimentari. Purtroppo, queste spese costituiscono una parte minoritaria.

Che cosa non funziona

La maggior parte dei trasferimenti di reddito che la Pac convoglia dai cittadini al settore agricolo è ancora direttamente o indirettamente associata alla produzione di merci che non trovano uno sbocco sul mercato.
I prezzi sul mercato comunitario sono fissati ogni anno a Bruxelles dal Consiglio dei ministri agricoli a un livello più alto di quello che si avrebbe in una economia di libero mercato.
Di conseguenza, si riduce la domanda interna e si aumenta l’offerta, creando eccedenze invendute che sono costate molti miliardi di euro ai cittadini europei. Ricordiamo tutti le così dette “montagne di burro” e di “latte in polvere” dei decenni passati, che venivano vendute all’allora Unione Sovietica a un prezzo che spesso non pagava i costi di trasporto. Questo costo di bilancio era ben visibile ai contribuenti. Meno percepito era invece il maggior prezzo di molti prodotti agricoli pagati dai consumatori, in quanto nessuno sapeva quale sarebbe stato il prezzo di mercato senza la Pac.
Per evitare il pessimo effetto che questi crescenti sprechi di denaro pubblico avevano sull’opinione pubblica, si è ricorso ai sussidi all’esportazione. Sussidiando le esportazioni si aumenta a spese dei contribuenti (quindi slealmente) l’offerta sui mercati internazionali, deprimendone i prezzi, specialmente se chi sussidia le esportazioni è una “grande nazione” come l’Unione europea, ovvero il più grande mercato agroalimentare del mondo.

Gli effetti di questo “dumping” sono proporzionali alla dimensione dei mercati. Per esempio, l’Unione europea, nonostante le quote di produzione, spende oltre 1.500 milioni di euro all’anno per sussidiare le esportazioni di prodotti lattiero caseari: l’effetto sui prezzi internazionali non può essere trascurabile. Anche i sussidi alla produzione distorcono i prezzi sul mercato internazionale. Se l’Unione Europea, che realizza oltre i tre quarti della produzione mondiale di olio d’oliva, sussidia con 3.200 milioni di euro all’anno i suoi produttori, gli effetti sul residuo piccolo mercato mondiale, costituito prevalentemente dai paesi mediterranei non comunitari, possono essere ingenti. Gli olivicoltori dell’Albania e di alcuni paesi del Nord Africa, per esempio, non raccolgono parte delle olive nonostante i loro bassi redditi e il basso costo del lavoro: ciò è molto probabilmente dovuto anche alla nostra Pac.
Oltre l’80 per cento dei sussidi alle esportazioni pagati nel mondo sono finanziati dai contribuenti europei. E inoltre paghiamo circa i tre quarti dei sussidi finalizzati al sostegno dei prezzi a livello della produzione. (1)
Gli effetti della distorsione dei mercati internazionali sono molteplici e, di solito, si traducono in minor benessere e minor ricchezza per tutti.

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Controllo della produzione

L’intervento della Unione europea sui mercati agricoli non solo manipola i prezzi con barriere doganali e sussidi alle esportazioni, ma in vari comparti produttivi condiziona direttamente la quantità prodotta. Si tratta di strumenti fortemente contrari allo spirito con cui è nata e si è sviluppata la Comunità europea, tipici delle economie centralizzate.
Si è mascherato l’eccesso di risorse nel settore con le quote di produzione e con le sovvenzioni agli agricoltori per lasciare incolto una parte del terreno coltivabile, la così detta “messa a riposo dei seminativi” o “set-aside”. Attualmente, i cittadini europei, come contribuenti, pagano circa 1.700 milioni di euro all’anno per convincere gli agricoltori a non coltivare oltre il 10 per cento dei seminativi. Come consumatori, pagano un ulteriore trasferimento di reddito, probabilmente ancor più elevato, perché il fine principale di questi interventi è ridurre l’offerta e mantenere prezzi elevati sul mercato. Questa politica potrà certo favorire i grandi produttori di cereali e vari proprietari fondiari, ma non si può dire che faccia l’interesse dei cittadini europei.
Gli sprechi di risorse sono così molto meno visibili, anche se probabilmente maggiori di quando le eccedenze si distruggevano, si regalavano, o se ne sussidiava l’esportazione, cosa che peraltro facciamo ancora.

Cosa dovrebbe fare la Ue per i paesi più poveri e per i nostri produttori

Una sincera politica di aiuto nei confronti dei paesi più poveri dovrebbe favorire il trasferimento delle nostre tecnologie di produzione, trasformazione e commercializzazione dei prodotti agricoli, aiutandoli a migliorare le loro strutture produttive, a ridurre i costi di produzione e a diventare più competitivi sul mercato internazionale. Nel breve termine questo può ridurre le rendite in qualche comparto produttivo comunitario, ma nel lungo termine si rivela utile per tutti, favorendo il miglior sfruttamento possibile a livello internazionale delle risorse disponibili.
Questa ricetta vale anche per il mercato interno. L’Unione europea dovrebbe aiutare i produttori a realizzare rapidamente una ristrutturazione della produzione agricola compatibile con le attuali condizioni del mercato internazionale, rinunciando a mantenere barriere agli scambi e a controllare la produzione. In linea di principio tutti – dal governatore della Banca d’Italia ai ministri economici del Governo, agli esperti o ministri ombra dell’opposizione – sono d’accordo nell’affermare che bisogna ridurre la spesa assistenziale, a pioggia, per favorire la spesa in investimenti.
Ma l’impressionante trasferimento di redditi che la Pac orienta sul settore agricolo è in larga maggioranza “a pioggia”, volto a sostenere i ricavi dei produttori così come sono adesso, anche se i loro prodotti non sono richiesti dai consumatori. Gli aiuti agli investimenti sono inferiori al 5 per cento del totale dei trasferimenti. In questo modo si congela una struttura produttiva inefficiente.

Quali paesi sostengono la Pac?

In linea di principio, maggiormente responsabili a livello europeo di questi aspetti negativi della Pac dovrebbero essere i paesi, come la Francia, che beneficiano del sostegno dei prezzi in quanto esportatori netti di prodotti agricoli.
I paesi importatori netti, come il Regno Unito o l’Italia, sono costretti a pagare le loro importazioni intracomunitarie a prezzi maggiorati, trasferendo reddito dai loro cittadini ai produttori dei paesi esportatori.
Nella realtà non è sempre così. Alcuni paesi, come il Portogallo e l’Italia, pur essendo importatori netti, spesso favoriscono misure protezionistiche anche per accontentare le loro lobby agricole. D’altro canto paesi di tradizione liberista, come l’Olanda, pur essendo grandi esportatori di prodotti agroalimentari prendono spesso posizioni progressive e riformiste sulla Pac.

La riforma che non risolve i problemi

Come è avvenuto per i numerose riforme precedenti (2), a prima vista la recente riforma della Pac sembra risolvere la crisi. In realtà, non viene sostanzialmente modificato il parametro fondamentale del protezionismo agricolo, cioè il flusso di trasferimenti di reddito dalle famiglie al settore agricolo. Gran parte di questi trasferimenti non raggiungono nemmeno gli agricoltori in quanto sono sprechi netti di risorse o si disperdono fra gli intermediari che forniscono agli agricoltori materie prime e mezzi tecnici oppure operano nella trasformazione e distribuzione dei prodotti.
La riforma Fischler presentata un anno fa riduce l’accoppiamento di questi trasferimenti alle singole coltivazioni, ma non riduce sufficientemente i trasferimenti stessi. Ad esempio, i trasferimenti che i produttori di cereali ricevevano negli anni Ottanta come sostegno dei prezzi, dopo la riduzione della protezione alla frontiera sono stati chiamati “pagamenti compensativi”, pagati dal bilancio comunitario per evitare shock violenti alla produzione. Invece di smantellarli in pochi anni per permettere la ristrutturazione della produzione secondo i nuovi prezzi di mercato, la Pac li ha sostanzialmente mantenuti, chiamandoli “aiuti al reddito”. Ora si riducono solo del 5 per cento entro il 2012, e si giustifica il restante 95 per cento con presunti benefici ambientali che derivano da queste coltivazioni.

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La Pac e i nuovi paesi dell’Unione

La Pac è stata estesa anche ai nuovi dieci paesi membri dell’Unione. Il primo effetto prevedibile è un grande aumento dei trasferimenti all’agricoltura da parte dei contribuenti e dei consumatori di quei paesi. Ma anche a spese nostre, perché il reddito pro capite nei nuovi paesi è molto più basso del nostro e il loro contributo alle nuove spese del bilancio dell’Unione è proporzionalmente minore.
La Direzione generale dell’agricoltura della Commissione europea ha stimato che l’aumento dei redditi agricoli sarebbe superiore al 70 per cento. Questo non potrà non aumentare l’offerta di prodotti, nonostante le quote di produzione e la messa a riposo dei seminativi. E dunque invece di ridursi, lo spreco di risorse in agricoltura aumenterà.
Se il sostegno dei ricavi agricoli poteva avere una giustificazione negli anni Sessanta, quando i paesi fondatori della Cee erano molto deficitari di prodotti agroalimentari e volevano stimolarne l’offerta interna, ora non ha alcun senso aumentare i ricavi dei produttori nei nuovi paesi membri, se non quello di mantenere l’attuale sostegno ai nostri produttori in un mercato unico. Pensiamo a quanti usi alternativi per lo sviluppo economico e sociale di quei paesi avrebbero potuto avere queste risorse economiche.
Oltre a gravare sulle famiglie più povere, che spendono una quota maggiore del loro reddito in prodotti alimentari, peggiorando la distribuzione del reddito, gli aiuti a pioggia aumenteranno le rendite fondiarie, e ritarderanno l’aggiustamento strutturale dell’agricoltura in quei paesi, riducendone la competitività internazionale.

Elezioni europee e politica agricola

In questa campagna elettorale si parla tanto di Iraq, di Bush e di problemi internazionali.
Molto poco si discute delle politiche applicate dalla Unione europea e in particolare della politica agricola, che pure è stata storicamente la politica di settore più importante e che ancora adesso è quella che genera una maggiore ridistribuzione del reddito fra i cittadini europei. E una delle cause degli errori più grandi attuali e del passato è stata proprio un’informazione molto carente e distorta.
Il dibattito politico e il processo decisionale a Bruxelles sono fortemente condizionati da uno squilibrio di potere contrattuale. Da un lato, alcune lobby dei produttori che beneficiano maggiormente dei trasferimenti sono molto ben finanziate e organizzate. Dall’altro lato, i cittadini, che ne pagano il costo, non sono organizzati per difendere i loro interessi. Le organizzazioni dei consumatori potrebbero certo svolgere un ruolo attivo nella difesa degli interessi generali della collettività in questo settore, ma non sembrano molto interessate ad affrontare approfonditamente questi problemi, obiettivamente complessi e specialistici.
Di fronte a questo squilibrio di pressioni sulla stampa e sul processo decisionale della Pac, è comprensibile, anche se non giustificabile, che gli operatori politici si lascino trascinare dalla corrente. Non ci resta che sperare in nuovi operatori politici meno compiacenti nei confronti degli interessi di parte e più sensibili a quelli di tutti i cittadini europei. Parlarne prima delle elezioni europee, è certamente utile.

(1) I sussidi inclusi dal Gatt-Wto nelle così dette scatole “arancione” e “blu” in contrasto con le politiche incluse nella “scatola verde” che non distorcono i prezzi in modo rilevante.

(2) Negli anni Novanta, si sono susseguite la riforma Mac-Sharry del 1992, l’accordo Gatt nel 1994 e Agenda 2000 nel 1997

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Sommario 3 giugno 2004

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Università e ricerca

  1. Alessandro Russo

    Grazie per l’interessante intervento. A quanto detto vorrei aggiungere che l’UE continua a mantenere anche un sistema di quote all’importazione di diversi prodotti agricoli. Inoltre l’agricoltura italiana non solo gode di notevoli agevolazioni come ad esempio la contabilità semplificata o i sussidi di disoccupazione (vera e propria forma di integrazione del reddito, dato il gran numero di coloro che li percepiscono), ma risulta anche il settore dove in proporzione il lavoro sommerso ha l’incidenza maggiore (i dati ISTAT stimano per il 2001 tassi di irregolarità delle Unità di Lavoro pari al 33%). Cordiali Saluti

    • La redazione

      Grazie dell’informazione. Essendo in clima di elezioni europee ho mantenuto le mie argomentazioni prevalentemente sulla politica decisa a Bruxelles, senza includere tutte le spese pubbliche nazionali e regionali orientate a settore per ragioni più o meno giustificabili nell’interesse generale. Oltre alle spese dei bilanci nazionale e regionali in agricoltura, il settore agricolo beneficia largamente delle spesa sanitaria e previdenziale che è molto più alta de contributi pagati dal settore. Circa un quinto di tutti i trasferimenti al settore agricolo italiano sono di questa natura, mentre la spesa nazionale e regionale incide per il 25% circa (S. Tarditi, Consumer Interests in the CAP (http://www.unisi.it/cipas/output-on-line.htm ), frame 3.3)

  2. adriano sala

    E’ stato scritto che chi non conosce la storia è condannato a ripetere gli errori. Chi ha scritto l’articolo non conosce la storia, anche se è in grado di citare date e fatti. L’agricoltura (e io sono ingegnere, non agricoltore) produce un bene primario, del quale non si può fare a meno. Possiamo vovere senza Fiat, non si può vivere senza verdura, carne e frutta. Nei primi secoli dell’era volgare non era conveniente coltivare in Italia: c’era il grano libico ed egiziano. Le prime invasioni barbariche tagliarono le vie del commercio e l’Italia morì di fame. Oggi le invasioni barbariche sono state sostituite da Sars e Bin Laden, ma il risultato potrebbe essere identico. Ci possiamo permettere il rischio? Credo di no, se siamo saggi, se siamo ancora in grado di distinguere le classi dei bisogni e se conosciamo la storia. Allora dobbiamo accettare le inefficienze della PAC. Qualche altro paese soffrirà? Non chiediamocelo adesso, con la pancia piena. Chiediamocelo quando la pancia sarà vuota. E’ un ragionamento brutale, ma è così.

    Cordialità

    • La redazione

      La ringrazio per essere intervenuto sul mio articolo. Credo che questa possibilità di dibattito on-line sia una fra le caratteristiche più interessanti de “La voce” che ci permette di presentare in tempo reale opinioni differenti e confrontarle, favorendo possibilmente la convergenza dei giudizi. Veniamo al suo punto. Effettivamente la sicurezza degli approvvigionamenti è stata una delle ragioni principali del sostegno all’agricoltura, anche per i motivi a cui lei ha accennato. La principale giustificazione logica del forte aumento del sostegno ai prezzi agricoli in Italia e in Germania negli anni trenta è stata l’embargo che avevamo subito da parte della Società delle Nazioni. Subito dopo la guerra però, il sostegno dei prezzi fu mantenuto in questi due paesi non tanto per queste ragioni quanto per garantire il reddito degli agricoltori. Nell’istituire la CEE, secondo l’articolo 19 del Trattato di Roma la tariffa doganale comune doveva essere uguale alla media delle tariffe dei paesi fondatori, e fu così per tutti i prodotti, ad eccezione di quelli agricoli le cui tariffe si assestarono ai livelli più alti, quelli italiani e tedeschi per proteggere il settore.
      Questo per inquadrare il problema nel suo contesto storico, a prescindere dai suoi giudizi sulle mie conoscenze. Valutando invece la sostanza del problema, l’Unione Europea è come una famiglia che giustamente investe risorse per garantirsi i consumi di base, quelli alimentari nella fattispecie. Il punto è che a questo fine spende troppo, come se una famiglia sistematicamente ogni settimana gettasse nella pattumiera buona parte degli alimenti andati a male perché non riesce a consumarli. E’ giusto garantirsi gli approvvigionamenti, ma non al punto da trasferire ai produttori una cifra superiore al valore aggiunto dell’intero settore.
      Al giorno d’oggi poi la sicurezza alimentare non ha più l’importanza strategica di un tempo. In primo luogo perché mi sembra improbabile che l’Italia, o l’Unione Europea possano essere isolati dal resto del mondo a causa di una guerra o di un embargo. In secondo luogo perché anche se così fosse non saremmo certo costretti ad arrenderci all’ipotetico nemico per motivi di fame. Anche sostenendo molto meno il settore agricolo potremmo essere quantomeno autosufficienti e resistere per molto tempo. L’approvvigionamento di energia, ad esempio è molto più importante sul piano strategico, in caso di blocco delle importazioni le riserve italiane di petrolio ci permetterebbero di sopravvivere per meno di un mese.

  3. Sebastiano Meloni

    Lo spreco della Pac è una delle conseguenze della creatività politica. Si creano organi e Istituzioni nazionali e internazionali con relative burocrazie. Si impone la moneta unica per l’Europa prima della unità politica, mentre si continua ad argomentare sempre sulle solite cose!
    Vogliamo principiare a smontare l’attuale sistema che và esclusivamente a favore della classe politica ?
    Più reddito viene incamerato dalla classe politica meno ne resta per gli investimenti ( non spese ) e per le popolazioni.
    Ai posteri…….
    Cordiali saluti

    • La redazione

      Nei confronti della classe politica sono un po’ più ottimista di lei. Credo che si tratti in larga misura di un problema strutturale delle istituzioni europee. Come forse ricorda, negli anni cinquanta i tentativi di fare subito un’unione europea politica o della difesa fallirono, il ricordo della guerra era ancora troppo vivo e impedì un affratellamento repentino dei popoli europei che si erano odiati per tanto tempo. La strategia vincente fu quella di aggirare l’ostacolo attraverso un approccio tecnico, di integrazione economica, accettata da tutti come una buona cosa. Purtroppo si dovette iniziare settore per settore e le attuali politiche europee non si sono mai affrancate da questo peccato originale. Il processo decisionale è ancora largamente condizionato da interessi di parte, di settore, non compatibili con l’interesse generale di tutti i cittadini.
      Se la politica del commercio estero dei prodotti agricoli, ad esempio, non fosse così pesantemente influenzata dalla Direzione Generale Agricoltura e dal Consiglio dei Ministri dell’Agricoltura, ma fosse lasciata a chi fa queste politiche per tutti i settori economici, probabilmente l’Unione Europea non sarebbe in sede WTO quel bastione del protezionismo agricolo che è sempre stato.
      Un secondo argomento nei confronti degli operatori politici è la poca trasparenza delle informazioni. Chiederò alla redazione de “La Voce” che venga allegato all’articolo un grafico che indica come negli anni novanta, nonostante le varie riforme e tutte le affermazioni in senso contrario, i trasferimenti per unità lavoro agricolo a tempo pieno siano aumentati.

  4. dp

    Ho letto con interesse il suo articolo in quanto riassume in modo corretto informazioni che la stampa propone disaggregate. Sono stato e sono un lettore attento della stampa economica, ma credo che la pac non sia influenzata da analisi economiche. Oltre che dalle lobby degli agricoltori, mi sembra sia gestita in funzione della euroburocrazia di cui non ho mai letto nulla (forse sono stato distratto) su come è costrituita: previlegi, potere, conflitti. Potrebbe essere interessante leggere un saggio sulla struttura che governa la pac.

    • La redazione

      mi scusi se le rispondo in ritardo. La ringrazio per l’apprezzamento al mio articolo. Ho incontrato, specialmente fra cittadini francesi, persone che sostengono la tesi che la politica agricola non dovrebbe essere soggetta all’analisi economica in quanto la trascende in molti suoi aspetti di carattere sociale, ambientale, in altre parole in “ aspetti extraeconomici”. A volte si rivendica una “specificità agricola” molto elevata su certi argomenti in modo da realizzare politiche decise prevalentemente da persone direttamente coinvolte nel settore e in contrasto con l’interesse complessivo della collettività, se valutato con le normali procedure di analisi economica. Io sono convinto che tutte le politiche di settore debbano confrontarsi con l’analisi economica, opportunamente adattata in modo da poter
      valutare per quanto possibile anche gli effetti che queste componenti “extraeconomiche” hanno sul benessere dei cittadini.
      Il ruolo e le responsabilità della burocrazia nella formulazione e nella gestione di tutte le politiche di settore sono molto rilevanti.
      Purtroppo diventa quasi naturale che chi lavora in un organo pubblico con specifiche competenze di settore si senta quasi in dovere di sostenere comunque gli interessi degli operatori del settore, anche quando sono in contrasto con l’interesse dell’intera collettività. Non è difficile incontrare dipendenti pubblici, ed anche insegnati, che sposano immediatamente posizioni di parte palesemente inefficienti od inique, senza almeno considerare che, in ultima analisi, il loro stipendio è pagato da tutti i cittadini nella loro veste di contribuenti
      e non da questo o quel ministero o ente pubblico di settore.
      Anch’io sarei curioso di leggere un libro sulla “euroburocrazia” che analizzi intelligentemente privilegi, poteri, conflitti di interesse. Speriamo che qualcuno lo scriva.
      Cordiali saluti.
      Secondo Tarditi

  5. Luca Salvatici

    Con il Professor Tarditi vi è una lunga consuetudine di discussione intorno alla Politica agricola comune, questo (tardivo) commento non è quindi tanto rivolto all’Autore, che ben conosce gli argomenti che seguono, quanto a fornire qualche ulteriore elemento di riflessione ai lettori de “La Voce”.
    Premesso che l’impegno intellettuale e la passione civile con cui Secondo Tarditi da diversi anni critica gli sprechi e le incongruenze della Pac sono assolutamente commendevoli, ritengo che l’articolo finisca per dipingere la Pac come una politica inspiegabilmente longeva che sopravvive a sé stessa immutata e immutabile. La Pac, invece, è cambiata, e forse proprio la capacità di adattamento può contribuire a spiegare la sua perdurante (e per alcuni versi sconcertante) “sostenibilità politica”.
    Cosa è cambiato? A parità di sostegno complessivo, le riforme introdotte a partire dagli anni Novanta hanno portato ad un riorientamento degli strumenti di intervento dalle politiche direttamente o indirettamente legate alla produzione, a pagamenti basati sui “diritti di trasferimento” storicamente acquisiti (in termini di area coltivata o numero di animali presenti in azienda). Sulla valutazione che si può dare di un simile processo, il giudizio degli economisti è sostanzialmente concorde: sebbene via sia una certa variabilità nelle stime empiriche sul grado di “disaccoppiamento” (dalla produzione) dei nuovi pagamenti, tutti riconoscono che essi sono di gran lunga meno distorsivi rispetto alle tradizionali politiche di prezzo garantito.
    Tutto ciò è ben noto a Tarditi, e quindi l’insostenibilità dello spreco di risorse non sarebbe tanto da addebitare alla “qualità” delle riforme che sono state introdotte, quanto alla loro scarsa significatività da un punto di vista “quantitativo”. A prescindere dalle opinioni personali sul grado di realismo che avrebbe potuto avere un processo di riforma più rapido e incisivo, per quanto riguarda l’entità del cambiamento intervenuto mi limito ad osservare che:
     sebbene la maggior parte del sostegno garantito dalla Pac sia ancora direttamente o indirettamente associata alla produzione, la quota dei pagamenti basata sulla produttività (sostegno dei prezzi di mercato e pagamenti legati agli input) è scesa dal 96% (1986-88) al 69% (2001-03);
     sebbene l’UE rimanga un bastione del protezionismo agricolo in sede WTO, la differenza tra prezzi interni e prezzi mondali è scesa dal 72% (1986-88) al 34% (2001-03);
     sebbene l’UE garantisca da sola circa il 90% di tutti i sussidi all’esportazione notificati al WTO, l’ammontare di tali sussidi si è ridotto da 10 a 3 miliardi di euro fra il 1992 e il 2001 e la loro incidenza percentuale rispetto al valore delle esportazioni si è ridotta nello stesso periodo dal 25 al 5%.
    In conclusione, dovendo esprimere un giudizio complessivo sul processo di riforma (ancora in corso, peraltro), mi è venuto alla mente un detto popolare che recita: “poco se mi considero, molto se mi confronto”. La Pac presenta tuttora notevoli problemi, ma forse non sono poi molti i settori dove sono stati introdotti cambiamenti altrettanto significativi negli ultimi anni.
    Con viva cordialità,
    Luca Salvatici

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