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  1. Renato Velli Rispondi
    Gentile Prof. Onida, la Sua analisi sulle cause strutturali del nanismo industriale delle aziende italiane (soprattutto PMI) è ineccepibile e, come di consueto, riportata con estrema chiarezza. Vorrei porre l'attenzione anche sulla difficoltà di delega decisionale e operativa da parte di molti imprenditori, che spesso determina situazioni organizzative incongruenti, rallenta i processi di business e inibisce di fatto la crescita di molte PMI industriali. In un contributo pubblicato su Economia e Management, che mi permetto di segnalarLe ("Difficoltà di delega e potenzialità di crescita nelle PMI", numero di Marzo-Aprile 2005), ho approfondito queste tematiche specifiche. Cordialmente e buon lavoro. Renato Velli
  2. Salvatore Aloisio Rispondi
    Trovo molto interessante la disamina effettuata sul problema del nanismo delle imprese italiane. Mi sembra che siano stati affrontati gli aspetti salineti del problema ma che non si sia discussa la capacità manageriale di chi dovrebbe far uscire dallo stato di nanismo le piccole e medie imprese nazionali. Provo a spiegarmi meglio. Dalla mia, pur breve esperienza nel mondo del lavoro, ho potuto osservare come la maggior parte della imprese lavori senza obiettivi ben definiti. Utilizza cioè un metodo di navigazione a vista che consente alla fine di brevi periodi, di pseudo pianificazione, di dire: ok è andata bene oppure no, non cisiamo. Il perchè di tutto ciò rimane spesso ignoto o affrontato in maniera non adeguata. In un periodo in cui si parla di certificazione di sistemi gestionali (riferimento ai vari schemi UNI EN ISO) ciò che viene maggiormente sviluppato all'interno delle aziende è la capacità, dove noi italiani eravamo maestri, di arrangiarsi e tirare avanti senza sapere dove si va a parare. Su un campione di circa 40 aziende con cui ho avuto a che fare, sbilanciandomi, posso dire che non più di cinque definivano in maniera chiara obiettivi, risorse a cui questi erano assegnati, mezzi a disposizione per raggiungerli e quant'altro era necessario per poter fare una analisi a posteriori sul perchè di eventuali discrepanze tra quanto pianificato e quanto ottenuto. A questo va aggiunto che ci troviamo in un particolare periodo di cambi generazionali fra padri e figli con culture aziendali completamente differenti. I primi con maggiori competenze tecniche che li hanno portati dal bordo macchina alla direzione aziendale, ma che per questioni culturali non hanno saputo vedere la propria azienda in un contesto di lungo periodo. I secondi non sanno neppure come la macchina sia fatta anche se hanno una cultura gestionale di base notevolmente migliore e una voglia di fare che però non è neppure paragonabile a quella di chi li ha preceduti. La morale è che negli ultimi anni si è consolidato un modo di fare impresa che ha dato i suoi frutti, ma che oggi ha portato a un calo di competitività nel mercato interno, oltre che globale, che è ovviamente inadeguato per poter difendere le posizioni nei confronti degli altri mercati. Provate a verificare quanti concretamente hanno investito in formazione negli ultimi dieci anni, fate lo stesso nell'ambito tecnologico della produzione e probabilmente scoprite che l'industria italiana realizza i propri prodotti come faceva il nonno e magari sugli stessi impianti. Credo che soprattutto per questo motivo i dati dei maggiori isituti europei dicono che le imprese italiane hanno perso competitività. E a mio modo di vedere il trend non può che continuare. Facciamo un'altra riflessione sul lato dell'innovazione intesa come ricerca finalizzata al miglioramento dei prodotti e delle tecnologie produttive. Partiamo da una triste constatazione: le piccole e medie imprese non sanno neppure cosa sia la ricerca mirata alla ingegnerizzazione dei prodotti e dei sistemi produttivi. Non ci pensano nemmeno a rivolgersi a chi questa ricerca sarebbe magari in grado di farla, in quanto nel modo italiano di fare impresa l'università non centra proprio nulla. Quando qualcuno dice che i fondi destinati a ricerca sono troppo pochi, qualcuno dovrebbe anche dire che in fondo in fondo tra università e impresa i legami sono ancora per nostra cultura troppo labili. In fondo a chi servirebbe questa ricerca in un sistema impresa che lavora come si faceva anni e anni fa? Permettemi di concretizzare il tutto con un fatto realmente accadutomi durante una riunione sull'andamento di alcuni indicatori utilizzati per monitorare un'impresa. Chiedo all'amministratore se erano stati fatti degli investimenti nell'ultimo anno ed egli mirisponde che con in fondi della Legge Tremonti erano stati investiti circa 400.000 €. Mi incuriosisco e lui lucidamente mi risponde:" Con una parte ho comprato una BMW X5 per mia moglie, sa il cane, i bimbi e la spesa occupano spazio. A mio figlio per la sua laurea e l'ingresso in azienda ho comprato una AUDI TT, visto che anche gli operai devono capire dai minimi dettagli chi c'è da questa parte della scrivania. Ma con la parte più rilevante ho acquistato un magazzino che affitterò, naturalmente in nero, visto che la mia pensione non sarà troppo elevata". Forse chi leggerà queste righe non ci crederà ma, su un campione relativamente piccolo questo tipo di mentalità è fortemente diffusa e radicata. Quindi torno alla prima questione: ma le imprese sanno fare impresa?
  3. Luca Pieroni Rispondi
    Chiarissima analisi sul nanismo, a cui mi permetto di aggiungere un fattore, mio avviso non irrilevante: la leva fiscale usata per il nostro paese. Il nostro paese si e' sviluppato grazie anche alla scarsa attitudine a "fatturare" (diciamo cosi'), che ha consentito di sfruttare appieno tuttti i fattori domestici citati nell'articolo, ma anche un vantaggio competitivo, che guarda caso oggi lamentiamo agli altri (che le tasse le pagano, solo che hanno aliquote piu' basse): noi le aliquote le abbassiamo (in gran parte ancora oggi) semplicemente imboscando gli utili. Sia chiaro, le aliquote non c'entrano: in Italia si evadeva il fisco anche prima della riforma del 73. E si fara' ancora dopo l'abbattimento delle aliquote, tanto non c'e' controllo vero, e si sistemano sempre le cose (o si condonano). E' un fatto di tradizione. La crescita e l'esposizione internazionale non solo richiede piu' trasparenza, ma piu' complessita': siccome anche il "nero" richiede una attenta gestione contabile, questa diventerebbe impegnativa e difficile da tenere occulta. Inoltre, il "rientro dal nero", per quelle aziende che decidono di diventare regolari, e' spesso un fatto traumatico sia dal punto di vista economico (la riduzione di una disponibilita' finanziaria) sia gestionale (l'emergere drammatico di inefficienze operative e scelte sbagliate) sia decisionale (al netto dell'effetto fiscale le opportunita' cambiano faccia). Inoltre l'effetto del "nero" non e' localizzato ma produce un'onda: sulla Fiat, per fare un esempio, impatta la "gestione fiscale" (pulita o meno)dell'intera rete di concessionarie. Sulla moda, per farne un'altro, impatta la "politica fiscale" delle boutiques. E cosi' via. A mio avviso, solo aziende che non operano in settori la cui filiera e' pesantemente influenzata dalla "leva fiscale", o che sono cosi' recenti dal non avere uno storico sfruttamento di tale leva, hanno possibilita' e qualita' per una crescita ed una espansione stabile (ancorche' piu' lenta rispetto alle aspettative degli analisti). La defiscalizzazione delgi utili reinvestiti (con un controllo sui reinvestimenti) o anche semplicemente il differimento dell'imposta su tali utili (a modello di quanto avviene per le successioni), potrebbe essere una leva a supporto del "rientro dal nero" e a favore di una "crescita dimensionale". O no ?
    • La redazione Rispondi
      Condivido la tesi sul sommerso, che mi pare tuttavia legato più a condizioni dimensionali (i grandi possono evadere di meno) e forse territoriali che a caratteristiche settoriali in quanto tali.