La Borsa elettrica è partita dal 1° Aprile, e già fa paura… Ma i dati devono essere letti con attenzione e cautela, perché, a parte gli ovvi problemi di ogni “gioco” nuovo, non sta andando tanto male. Anche se le imprese – uscite da un sistema di prezzi amministrati – devono stare attente a non ubriacarsi di libertà. Il mercato ha delle regole, e le imprese non possono tirare troppo la corda.

Il fatto che la data di inizio delle operazioni della Borsa elettrica fosse stata fissata per il 1° di aprile aveva fatto pensare a un brutto scherzo, il più classico dei pesci di aprile. E invece, con oltre 3 anni di ritardo, il prezzo all’ingrosso dell’energia elettrica in Italia comincia a emergere dal gioco della concorrenza. Si sentono i benefici di questo? Diciamolo: per ora, no. Ma non è neppure il “disastro” che qualcuno fa intravedere.

Dal prezzo amministrato alla borsa

Il prezzo dell’energia all’ingrosso costituisce storicamente circa il 50 per cento del prezzo finale – non certo un dettaglio – e fino a 7 settimane fa era determinato dall’Autorità di regolazione sulla base di un computo dei costi di generazione. Questo prezzo di generazione (chiamato infatti PGn) doveva servire a coprire i costi medi delle imprese, e quindi doveva tenere conto sia dell’energia a più buon mercato, sia di quella generata dagli impianti maggiormente costosi. Ad esso si doveva poi sommare il costo degli incentivi alla generazione tramite fonti “pulite” (i cosiddetti certificati verdi) che aggiungeva un altro 3 per cento.

Dall’inizio di aprile invece gli acquisti all’ingrosso possono essere fatti o tramite contratti bilaterali di lungo periodo, oppure in Borsa. Occorre allora capire se la borsa abbassi i prezzi, e soprattutto se i piccoli consumatori ci perderanno.

Un primo pezzo di risposta può essere il seguente. Se il regolatore fosse stato bravo a calcolare i costi di produzione, il prezzo precedente sarebbe stato calcolato sulla base dei costi, e quindi un prezzo competitivo non avrebbe certo potuto essere inferiore. Se i prezzi fossero crollati cosa si sarebbe detto della generosità del regolatore? Si sarebbe detto che rispetto al prezzo amministrato vi erano enormi margini di riduzione, che un regolatore incapace non aveva saputo cogliere.

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Inoltre, si deve ricordare che la maggiore parte dell’energia elettrica viene scambiata sulla base di contratti di lungo periodo fuori borsa. Data la situazione, è naturale pensare che normalmente si acquisti l’energia proprio tramite questi contratti (a prezzo più o meno fisso) fuori dalla borsa, che in tutto il mondo è caratterizzata da una fisiologica volatilità. Quindi si acquista in borsa soprattutto la cosiddetta “energia di modulazione”, quella che serve a coprire i picchi di domanda (non coperti dai contratti di lungo periodo, che specificano quantitativi “di base”).

Il prezzo medio non è poi cambiato di tanto

A fronte di questa situazione, si vede che il prezzo della borsa è superiore a quello precedente, amministrato (il PGn) in misura pari – a secondo di come la si misura – a circa il 13-1 per cento. Troppo? Attenzione, perché se il PGn riguardava l’intero quantitativo trattato mentre il prezzo di borsa riguarda solo la “energia di modulazione” bisognerebbe sapere quanto viene scambiato fuori borsa, e a quale prezzo.

Cerchiamo allora di capire se il prezzo medio di acquisto si sia elevato o meno a seguito della partenza della borsa, soprattutto per quanto riguarda i piccoli consumatori. Chi acquista energia per poi rivenderla ai piccoli consumatori deve farlo tramite un soggetto pubblico posto a loro tutela (il cosiddetto Acquirente Unico, AU), e quindi i consumatori beneficeranno del nuovo sistema se l’AU riesce in media ad acquistare meglio di prima. Ora, l’AU acquista in Borsa circa il 40 per cento del suo fabbisogno, a un prezzo medio superiore al PGn di circa 12 per cento, mentre il rimanente lo acquista fuori borsa a condizioni migliori del PGn in misura di circa 1,5per cento.

In media, quindi, l’AU paga quasi 4 per cento più del precedente prezzo amministrato; ma se poi si considera, come già detto, che prima doveva acquistare separatamente i certificati verdi (che ora rientrano nel prezzo di borsa) i quali aggiungevano un altro 3 per cento, vediamo che la differenza vera non è gran che (meno dell’1 per cento). Non facciamo drammi, sia perché oggi i prezzi del petrolio sono quelli che sono, e anche perché è fisiologico che all’inizio un meccanismo complesso quale la Borsa crei qualche problema.

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Ma non tutto va bene…

Al di là del prezzo medio, vi sono però troppi comportamenti strani, e talvolta il prezzo è stato spinto a 50 centesimi per kWh, 10 volte il livello normale. Di fronte a questo, si pensa ovviamente ai “soliti sospetti”, in particolare a Enel; temo che nessuno sia senza peccato, ma non serve avere dimensioni enormi per avere potere di mercato. Infatti, alcune zone del paese sono mal collegate al resto (vi sono congestioni sulla rete di trasmissione) e hanno poca capacità produttiva. Per essere concreti, in Sicilia bastano poche centrali (ad esempio, quelle di Endesa, che pure a livello nazionale risulta “piccola”) per essere spesso indispensabili a far incontrare domanda e offerta.

Purtroppo, talvolta qualcuno ha sfruttato situazioni di questo tipo, ben oltre la soglia della decenza. Se un certo impianto ieri praticava un prezzo, e improvvisamente lo alza di 30 volte, in tutto il mondo si apre un’indagine per abuso del potere di mercato, soprattutto se questo avviene quando la domanda è bassa, e quando si sa che altre centrali sono in manutenzione.

E la nostra autorità antitrust che dice? Per ora, sta a guardare, dando tempo al tempo. Speriamo, non per sempre.

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