Il 27 maggio i completa la transizione ai vertici di Confindustria. Quale struttura il nuovo Presidente si trova ad ereditare? Riproponiamo per i  nostri lettori gli interventi su Confindustria di Tito Boeri, Lorenzo Bordogna, Il Duca d’Acros e Luca Lanzalaco.

In crisi di identità

Tito Boeri
11 Marzo 2004

Una delle prime apparizioni pubbliche di Antonio D’Amato alla guida di Confindustria fu a un convegno sul futuro del sindacato, nel giugno del 2000. In quella occasione, il neo-presidente dell’organizzazione degli imprenditori ironizzò sul fatto che le associazioni dei lavoratori possono anche cessare di esistere, mentre l’impresa, da lui rappresentata, avrebbe avuto vita eterna. Oggi, D’Amato lascia al suo successore un’organizzazione che attraversa una crisi di identità profonda, al punto che è legittimo interrogarsi sul suo futuro. Mentre il sindacato sembra avere ritrovato un’insperata unità di intenti.

Un’associazione in difficoltà

Confindustria non rende noti i dati sugli iscritti nel corso degli anni. Una misura del valore di questa organizzazione per gli imprenditori è fornita dai contributi versati dalle associazioni territoriali. Questi sono rimasti stabili in termini reali negli ultimi sei anni, nonostante Confindustria abbia alzato fino al 50 per cento le quote associative e abbia allargato il suo raggio d’azione a nuovi comparti (terziario avanzato, trasporti, Eni, imprese ex-Iri, imprese pubbliche e municipalizzate). Si odono spesso lamentele presso gli imprenditori sul costo eccessivo della burocrazia. Segno che l’organizzazione per gli iscritti costa di più di quanto valga.
Per ovviare alle crescenti difficoltà nel raccogliere contributi al suo interno, l’organizzazione ha dovuto nelle ultime gestioni ricorrere a importanti trasferimenti dalla casa editrice Sole24Ore.

La “strategia estensiva” di questi anni ha lasciato un’eredità pesante: molto difficile conciliare gli interessi di industrie protette con quelli di imprese che si trovano esposte alla concorrenza. Bisogna prendere la parte dell’Enel che chiede di aumentare le tariffe elettriche oppure tenere conto degli interessi delle imprese grandi fruitrici di energia elettrica? Bisogna appoggiare le richieste di aiuti di stato dell’Alitalia oppure favorire una maggiore concorrenza, dunque prezzi più bassi per le imprese, nel trasporto aereo? L’ultima relazione dell’Antitrust (vedi Polo) documenta le contraddizioni stridenti che attraversano una rappresentanza di interessi così diversi: le imprese italiane che hanno perso quote di mercato a livello internazionale sono proprio quelle che sono costrette, per operare, ad acquistare beni e servizi dai settori protetti. Insomma, i nuovi iscritti sono spesso una palla al piede, più che un alleato.
Forse per questo la gestione D’Amato ha giocato sul rilancio di Confindustria come soggetto politico. Questo spiegherebbe anche l’orizzonte angusto (una legislatura al massimo) di talune battaglie, come quella sulla decontribuzione per i nuovi assunti, nel tentativo di trasferire ancor più sulle spalle del contribuente generico prelievi che dovrebbero gravare unicamente sui datori di lavoro. La politicizzazione di Confindustria ha finito inevitabilmente per spaccare l’organizzazione (come spaccato è stato il paese in questi anni) e renderla subalterna ad un Governo guidato da un imprenditore. E proprio questo collateralismo ( vedi
Duca d’Acros) ha fortemente indebolito Confindustria nella contrattazione con il Governo, perché ha reso meno credibile la minaccia di opporsi alle scelte dell’esecutivo, e con gli stessi sindacati, offrendo una sponda alle componenti più ideologizzate delle organizzazioni dei lavoratori ( vedi Bordogna). In questo modo Confindustria ha perso al tempo stesso peso politico ed efficacia come gruppo di pressione, mentre aumentava la conflittualità nelle relazioni industriali.

Piccoli, ma per diventare grandi

Al contrario del suo predecessore, Luca di Montezemolo dovrebbe forse accettare l’idea di un convegno sul futuro di Confindustria. Non è affatto scontato che una struttura centrale così costosa debba continuare ad esistere e che non sia meglio devolvere la rappresentanza degli imprenditori alle associazioni territoriali e di categoria, impegnate sul fronte della contrattazione.
Se Confindustria vuole continuare a esistere dovrà cercare di valorizzare interessi generali degli imprenditori che hanno, giocoforza, orizzonti lunghi, come quelli degli investimenti.

Dovrà, ad esempio, impegnarsi nel sostenere politiche realistiche dell’immigrazione: paradossale il silenzio di viale dell’Astronomia prima sul decreto flussi, poi sulla decisione del Governo italiano di chiudere le porte in faccia ai nuovi cittadini dell’ Unione europea.
Dovrà anche cercare di superare il conflitto fra grandi e piccole imprese. Il promesso spostamento del baricentro dell’organizzazione verso quel 95 per cento degli iscritti raccolto nell’impresa minore non c’è stato nell’era D’Amato. Forse perché si sono volute esaltare le virtù del piccolo che rimane piccolo, “dell’imprenditore che ipoteca la propria casa anziché raccogliere capitale di rischio o emettere obbligazioni” nelle parole di Nicola Tognana. Mentre la rappresentanza dell’impresa minore non è esaltazione delle piccole dimensioni, bensì impegno nel garantire a queste imprese maggiori opportunità di crescere. Fra queste opportunità rientra anche un maggiore decentramento della contrattazione. Perché la centralizzazione difesa a spada tratta dalle associazioni di categoria è un freno oggettivo al decollo di una contrattazione più attenta alle esigenze di produttività e formazione delle piccole imprese. La contrattazione decentrata potrebbe anche ridare vigore a molte associazioni territoriali che, sopravvissute alle infinite riforme organizzative di questi anni (vedi
Lanzalaco), rischiano comunque l’estinzione.

Un nuovo ruolo politico dell’organizzazione e al tempo stesso una migliore immagine di Confindustria presso i cittadini potrebbero essere trovati nella risoluzione dei conflitti di interessi e nella trasparenza nel governo delle imprese. Un bel segnale se Confindustria, in occasione del dibattito parlamentare sul disegno di legge governativo sul risparmio, prendesse nettamente posizione a favore di un rafforzamento dei poteri delle authority e chiedesse sanzioni più forti di fronte a infrazioni delle norme a tutela dei risparmiatori. Mostrerebbe molto più coraggio del nostro Presidente del Consiglio imprenditore (che ha chiesto di “evitare una caccia alle streghe contro gli imprenditori”) e una capacità di risolvere i conflitti di interesse che non è proprio di tutti.

La scelta di Confindustria

Lorenzo Bordogna
11 Marzo 2004

Il cambio della presidenza di Confindustria può costituire un passaggio rilevante non solo per la dimensione associativa interna della confederazione imprenditoriale, ma più in generale per la vita economica e sociale del paese nel suo complesso, a cominciare dagli effetti sulle relazioni industriali.

Il ritorno della conflittualità

I quattro anni della presidenza D’Amato sono coincisi (specie i primi due anni e mezzo) con un improvviso ritorno di turbolenza nel sistema italiano di relazioni industriali e con una forte impennata della conflittualità, nel 2002 la più elevata dal 1986 (v. Tabella). Aumento in larga misura attribuibile, in costanza di scioperi connessi al rapporto di lavoro, a conflitti contro provvedimenti economici e sociali del Governo, spesso appoggiati da Confindustria
In quegli stessi anni Confindustria ha dovuto affrontare scelte difficili in tema di strategia sindacale, legate da un lato a un contesto competitivo molto impegnativo, connesso all’entrata a regime dell’Unione monetaria europea e alla crescente internazionalizzazione dell’economia, e dall’altro al cambio di maggioranza politica nella primavera-estate del 2001.

Il primo aspetto ha accentuato l’urgenza di riforme incisive nel mercato del lavoro (e nella previdenza) per compensare la perdita di flessibilità della politica monetaria e fiscale. Un’urgenza sottolineata sin dall’inizio della gestione D’Amato, e ritenuta poco compatibile con le difficoltose procedure decisionali della concertazione, appesantita sul finire degli anni Novanta dalla moltiplicazione degli attori coinvolti e da rischi di veti sindacali.

Il cambio di maggioranza politica ha creato anche alla confederazione imprenditoriale, oltre che ai sindacati, problemi di collocazione e di strategia, creando al tempo stesso condizioni apparentemente più favorevoli per ridurre l'”eccesso di pervasività” delle relazioni sindacali (v. intervento di Stefano Parisi in “Corriere della Sera”, 7-2-04) e introdurre quelle discontinuità nel quadro ereditato dal decennio precedente che Confindustria considerava necessarie.
In questo contesto la strategia adottata, almeno in una prima fase, è stata piuttosto adversarial. Una sostanziale adesione alle linee di politica del lavoro del nuovo Governo, espresse nel Libro Bianco di inizio ottobre (che riprendeva peraltro varie indicazioni presentate nel convegno confindustriale di Parma del marzo 2001), e soprattutto il pieno sostegno alle rilevanti ipotesi di modifica dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, inaspettatamente inserite nel disegno di legge delega n. 848 di metà novembre 2001, nonostante di esse non vi fosse menzione nello stesso Libro Bianco.

A questa vicenda sono legate, come noto, le asprissime tensioni che hanno tenuto banco fino a tutta la prima metà del 2002 (solo parzialmente riflesse nei dati sulla conflittualità riportati in Tabella).
Resta indeterminato a quali specifici interessi intendesse rispondere un investimento così massiccio di Confindustria sul tema. Probabilmente non quelli della grande impresa, meno sensibile al problema disponendo anche di strade alternative (ristrutturazioni, riduzioni collettive di personale). Più plausibile quelli delle piccole e medie imprese, che costituiscono la maggioranza della base associativa e che nel 2000 avevano peraltro sostenuto la candidatura D’Amato contro il rappresentante della grande impresa.
Ma varie ricerche mostrano che in molte aree del paese il turn-over di manodopera in questa fascia di imprese è molto elevato e in non pochi casi le aziende hanno semmai il problema di attirare e trattenere i dipendenti, anche offrendo come incentivo il contratto a tempo indeterminato.

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Certo, un successo avrebbe aumentato la flessibilità in uscita del mercato del lavoro e avrebbe rappresentato un segnale importante di ridimensionamento delle relazioni sindacali nell’economia italiana e di ripresa di spazi di gestione unilaterale dei datori di lavoro all’interno delle imprese. Ma né per le piccole né per le grandi la questione dell’articolo 18 sembra fosse la principale priorità in agenda.
La vicenda ha invece saldamente ricompattato tutte e tre le maggiori confederazioni, oltre a Ugl e molti sindacati autonomi. Esito per nulla scontato, viste le posizioni differenziate e non tutte negative (tra le stesse maggiori confederazioni) con cui era stato accolto il Libro Bianco. In più di un’occasione è sembrato che le posizioni dell’organizzazione imprenditoriale, allineate con quelle del Governo, abbiano offerto una sponda ideale per gli orientamenti più radicali in ambito sindacale. Le tensioni si sono in parte stemperate solo dopo che, a seguito del cosiddetto Patto per l’Italia del luglio 2002, le ipotesi sull’articolo 18 sono state stralciate dalla delega originaria e inserite, nettamente ridimensionate, in un apposito disegno di legge (n. 848 bis), non ancora approvato.
In breve, la strada prescelta sembra a molti osservatori essersi rivelata un errore strategico, per errata interpretazione delle preferenze della base, sottovalutazione delle capacità di resistenza dei sindacati e sopravvalutazione del carattere favorevole del contesto politico (diverso da quello della signora Thatcher degli anni Ottanta). Essa è riuscita a realizzare qualcosa di vicino al peggiore dei mondi possibili per la stessa Confindustria: forte rilancio della conflittualità, paralisi delle relazioni sindacali, ricompattamento anziché divisione tra i sindacati, scarsi e tuttora incerti risultati sul punto specifico.

In cerca di una strategia lungimirante

Al di là degli aspetti di merito della questione dell’articolo 18, rileva l’opzione generale in cui la vicenda si inserisce, volta a ridimensionare lo spazio e il ruolo delle relazioni sindacali in quanto tali, a derubricare la concertazione, a dichiarare superata la politica dei redditi e obsoleto l’accordo del luglio 1993.
Passata la fase più acuta del confronto, tale opzione è stata in parte abbandonata o rivista, anche per dissensi di una parte degli associati verso una posizione percepita come eccessivamente allineata con il Governo, estranea alla tradizione di Confindustria. Prese di posizione più ponderate circa la concertazione e la politica dei redditi da parte dello stesso gruppo dirigente si sono intensificate negli ultimi tempi, e nel corso del 2003 alcune significative intese sono state raggiunte con i sindacati, nonostante perduranti incertezze.

Le posizioni in merito assunte da Luca di Montezemolo e dagli imprenditori che hanno sostenuto la sua candidatura alla nuova presidenza della confederazione testimoniano ora di una diffusa volontà di cambiamento di strategia anche in tema di relazioni industriali, rivedendo la problematica eredità lasciata dalla gestione precedente. Anche se gli amplissimi consensi ottenuti non eliminano una articolazione molto composita degli interessi degli associati – per dimensioni aziendali, settore merceologico, collocazione territoriale- che può comportare difficoltà di scelta, fino a paralisi decisionali.
Un esempio in proposito è rappresentato dalla questione della riforma degli assetti contrattuali, su cui negli anni passati non sono mancate preferenze variabili tra una forte decentralizzazione e il mantenimento di un ruolo importante del livello nazionale (vedi l’indagine allegata a “Il Sole-24 Ore”, 16-5-2002), ferma restando per Confindustria l’esigenza di evitare l’obbligatorietà del secondo livello di contrattazione.

Spetta dunque al nuovo gruppo dirigente di Confindustria affrontare questi problemi e definire una strategia all’altezza degli aggiustamenti di cui il nostro sistema di relazioni industriali ha bisogno nel nuovo contesto competitivo. Auspicabilmente una strategia che sappia valutare con lungimiranza le conseguenze delle opzioni prescelte e l’adeguatezza delle alternative disponibili rispetto a quelle che si intendono eventualmente abbandonare (politica dei redditi, accordo del luglio 1993, concertazione). E che tenga presente che anche per la più grande organizzazione imprenditoriale del paese si pone un problema di scelta tra etica delle convinzioni e etica della responsabilità.


Metti un Montezemolo nel motore

Il Duca d’Acros
11 Marzo 2004

L’elezione di Luca Cordero di Montezemolo alla presidenza della Confindustria rimedierà all’eccessiva vicinanza dell’organizzazione al governo Berlusconi. Difficilmente, però, potrà porre un freno al suo progressivo disfacimento.

Le colpe della gestione D’Amato

Una delle principali colpe dei quattro anni di gestione di Antonio D’Amato è stata quella di aver modificato la tradizionale posizione di almeno dichiarata autonomia della Confindustria dai vari esecutivi, schierandola apertamente con il Governo di centro-destra.
Il ragionamento, rozzo, ma non privo di una sua efficacia presso la base imprenditoriale, dell’ormai sconfitto gruppo dirigente confindustriale era: se il sindacato funge da cinghia di trasmissione per i partiti del centro-sinistra, perché la Confindustria non può fare altrettanto con il centro-destra? Il collateralismo di D’Amato si è manifestato in un costante, e acritico, sostegno (di dati, di analisi, di comunicazione mediatica, persino di preparazione delle “slides”) alle tesi governative, anche quando altri “poteri forti” (il pensiero va ovviamente alla Chiesa e alla Banca d’Italia) hanno cominciato a marcare il loro distacco dal Cavaliere.

Naturalmente, l’appiattirsi sulle posizioni del Governo è sciocco da un punto di vista negoziale. Infatti, i risultati concreti della gestione di D’Amato sono stati insignificanti. E questo è stato alla fin fine il vero motivo della sua sconfitta.
La spaccatura del sindacato sulla questione dell’articolo 18, peraltro favorita dal massimalismo della Cgil, ha portato a ben poco, a parte alcuni ritocchi marginali (anche se abbondantemente strombazzati) alla legislazione del mercato del lavoro.

Nulla è stato ottenuto sulle pensioni, sull’imposizione fiscale e contributiva, sui servizi di pubblica utilità, sui fondi per l’innovazione: tutte le cose che dovrebbero stare a cuore a chi si preoccupa della competitività del Paese.
Vi è da chiedersi perché la Confidustria abbia mostrato questa scarsa sagacia tattica, non prendendo per tempo le distanze dal Governo e così rafforzando la propria posizione negoziale. Probabilmente la risposta va cercata nelle agende e negli obiettivi personali della maggior parte del gruppo dirigente, non solo degli imprenditori, ma anche buona parte dei direttori di viale dell’Astronomia. Speravano forse di barattare i favori accordati al Governo con qualche sinecura nel ricco orto della politica: nei prossimi mesi scopriremo se hanno avuto ragione.
Data l’insoddisfazione della base imprenditoriale per la passata gestione, Montezemolo avrà gioco facile a riportare la Confindustria (e il suo giornale) su posizioni di maggior indipendenza dall’esecutivo, non necessariamente di opposizione.

Troppo grande per essere efficace

Ben più difficile sarà ricostruire le ragioni che giustificano l’esistenza stessa dell’organizzazione. Qui il problema viene da lontano.
Nel corso dell’ultimo decennio, la Confindustria ha adottato un modello “imperiale”, abbandonando l’originaria vocazione industrialista e inglobando pezzi crescenti delle ex-imprese di Stato. Sono così entrate nell’organizzazione l’Eni, la Rai, la Telecom e le altre aziende ex-Iri, le Autostrade, le Ferrovie di Stato. Da ultimo, la porta si è spalancata anche per l’Enel e le aziende municipalizzate. In pratica, escludendo artigiani e commercianti, mancano solo le banche.

L’ampliamento senza tregua dei confini della Confindustria porta solo apparentemente a un maggior potere lobbystico. In realtà, alla lunga, ne rende del tutto inefficace l’azione. Mantenere sotto lo stesso tetto la Fiat e le Ferrovie, i produttori e gli utilizzatori di energia, alimentari e grande distribuzione significa svuotare l’azione confindustriale di ogni capacità di pressione.
Gli unici due punti su cui tutti sono d’accordo rimangono l’opposizione a un sindacato sempre più debole e la richiesta di abbassare le tasse, che peraltro la dura realtà dei conti pubblici rende poco più di una pia illusione.
Al di là di questo minimo comune denominatore (a cui si potrebbe aggiungere la critica al sistema bancario, se questa non fosse resa poco opportuna dal fatto che le banche hanno in mano buona parte delle grandi imprese del paese), resta poco che giustifichi l’appartenenza a un club costoso e neanche più tanto prestigioso.

Quale sarà la fine della Confindustria? Probabilmente quella di tutti gli imperi troppo ingordi: l’organizzazione rimarrà in vita come un simulacro, con una propria vuota liturgia, mentre gli interessi imprenditoriali si riorganizzeranno secondo gruppi piccoli e coesi, per linee territoriali o, più facilmente, di categoria. Più o meno come succede in tutti i paesi avanzati (a parte la Germania), dove non esiste una forte organizzazione imprenditoriale generale, ma la lobby è affidata alle associazioni settoriali o alle singole imprese.
A meno che Montezemolo non riesca a inventare un nuovo motore per una vecchia carrozzeria.

Il tallone di Luca

Luca Lanzalaco
11 Marzo 2004

Il dibattito sull’elezione del nuovo presidente di Confindustria si è focalizzato soprattutto sui temi relativi alle relazioni sindacali e alle politiche pubbliche, mentre minore attenzione è stata data ai temi organizzativi interni. Ed è questa una delle principali “sfide” che Luca Cordero di Montezemolo, unico candidato rimasto, dovrà affrontare durante il suo mandato.
I motivi di ciò sono vari: alcuni di lungo periodo, altri più contingenti, legati alla non facile eredità lasciata dalla presidenza D’Amato e alle caratteristiche che ha assunto la candidatura di Luca di Montezemolo.

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Trent’anni di riforme

A partire dal 1970, anno della riforma Pirelli, che rappresentò un mutamento genetico per l’organizzazione, la storia organizzativa di Confindustria è costituita da una riforma continua e permanente. Nel corso degli anni Settanta vengono avanzate ben quindici proposte di riforma organizzativa, nel 1984 si ha il riassetto organizzativo, nel 1991 dopo un dibattito interno durato quasi tre anni viene approvata la riforma Mazzoleni, nel 1994 vengono riformati i regolamenti. Nel 2002, infine, la riforma Mondello-Tognana anch’essa elaborata in un biennio di confronto serrato tra le componenti confederali.

Perché questa continua fibrillazione intorno alle tematiche organizzative? Una prima spiegazione, semplicistica, ma non errata, è che ogni presidente ha voluto, quasi per tradizione, “lasciare traccia” del proprio passaggio imprimendo modifiche anche alla struttura organizzativa.
Ovviamente, ci sono anche altre ragioni più serie. In primo luogo, l’esigenza di adeguarsi costantemente ai cambiamenti nella sfera economica (pensiamo alla globalizzazione) e in quella politica (il processo di integrazione europea o quello di decentramento federale italiano).

In secondo luogo, il permanere di alcuni problemi strutturali – potremmo dire alcuni “vizi d’origine” – che le riforme sono solo in parte riuscite a risolvere.
Tra questi, il rapporto tra piccole e grandi imprese: la base associativa di Confindustria è composta principalmente dalle prime, mentre le seconde, meno numerose, hanno le risorse per contare di più negli organi direttivi. Questo si riflette in termini organizzativi in un continuo scontro-confronto tra le poche grandi associazioni che rappresentano le aree dove è concentrato il tessuto industriale e le molte piccole realtà associative che spesso fanno fatica a sopravvivere. (1)

E questa contrapposizione ha conseguenze significative anche nei rapporti tre la confederazione e le sue affiliate. Le grandi associazioni sono autonome, in quanto hanno tranquillamente accesso a risorse economiche e organizzative, e stabiliscono perciò relazioni “paritetiche” con Confindustria, mentre quelle piccole hanno bisogno di supporto da parte degli organi centrali.
Il secondo problema “strutturale” è il rapporto tra associazioni territoriali (soprattutto provinciali) e categoriali in termini di modalità di iscrizione delle imprese, di funzioni, di rappresentatività interna. Le prime rappresentano, anche da un punto di vista storico, il “nerbo” dell’organizzazione di Confindustria, anche se le seconde svolgono importanti funzioni di consulenza e assistenza per le imprese.
Il combinato disposto di questi e altri fattori è che Confindustria ha fatto fatica a “fare sistema”, rimanendo per molti aspetti un insieme di associazioni più che un sistema integrato di realtà associative.

La “riforma permanente” ha risolto questi problemi? La risposta è parzialmente affermativa. Nel trentennio che va dalla riforma Pirelli al 12 dicembre 2002, data della riforma Mondello-Tognana, sono state adottate due differenti strategie. Fino al 1994, si è cercato di aumentare la coerenza strutturale di Confindustria con una minuziosa regolamentazione delle modalità di adesione delle imprese e della ripartizione delle competenze e una altrettanto dettagliata standardizzazione del funzionamento delle unità periferiche.
I risultati sono stati deludenti, e comunque inferiori agli sforzi profusi. Questa strategia si scontrava con la refrattarietà degli imprenditori e delle realtà associative ad assoggettarsi alle regole del centro, ed era sostanzialmente inadeguata per rappresentare un tessuto industriale disomogeneo sul piano della sua distribuzione dimensionale, settoriale e territoriale. Con la riforma Mondello-Tognana, e soprattutto con il dibattito che l’ha preceduta, si è cambiata strategia: libero inquadramento delle imprese, decentramento a livello regionale, maggiore autonomia organizzativa alle strutture locali.
Il primo problema che Luca di Montezemolo dovrà affrontare sarà quindi se proseguire lungo questa strategia di “federalismo associativo” e, in caso affermativo, come farlo nel modo più coerente possibile.

I due ostacoli alla razionalizzazione

Vi sono, però, anche problematiche di medio periodo. La principale è di natura economica e finanziaria.
Il funzionamento delle strutture centrali e periferiche assorbe molte risorse e le quote pagate dalle associazioni sono aumentate dal 1996 a oggi circa del 13 per cento, mentre la quota associativa minima del 50 per cento. (2)

È certamente necessario un intervento per razionalizzare e guadagnare efficienza.
Ma a questo si frappongono due ostacoli. Il primo è rappresentato dalle resistenze della struttura (impiegati, funzionari, dipendenti), soprattutto a livello periferico.
Il secondo, più serio, è che la logica dell’efficienza e delle economia di scala può essere applicata solo in parte alle associazioni di rappresentanza. Essere presenti capillarmente sul territorio e offrire direttamente servizi e assistenza agli imprenditori può risultare inefficiente da un punto di vista economico, ma efficace da quello della rappresentanza, del consenso e dell’identità associativa soprattutto in un tessuto di piccole imprese.
Si tratta di un problema di non facile soluzione che, non a caso, è stato abbandonato nel corso del dibattito sulla riforma Mondello-Tognana.
Il nuovo presidente dovrà quindi affrontare il dilemma se Confindustria e le sue strutture periferiche devono essere prevalentemente una azienda che offre servizi o una associazione che fa rappresentanza.

Il presidente di tutti

Vi sono poi problemi di breve periodo, contingenti, ma non per questo meno impellenti. La presidenza D’Amato ha creato profonde divisioni all’interno di Confindustria. Una parte della base era assolutamente contraria alla battaglia sull’articolo 18, mentre altri vedevano con crescente diffidenza la linea neocollateralista con il governo Berlusconi. (3)
La stessa candidatura Montezemolo nasce nell’ottobre del 2002 da un gruppo di imprenditori in disaccordo con la linea D’Amato. (4)
Il futuro presidente di Confindustria, nei quarantacinque giorni della sua campagna elettorale, è riuscito a ricucire queste divisioni, presentandosi come il “presidente di tutti” e raccogliendo ampi consensi. Tuttavia, i consensi vanno coltivati e consolidati. E né il carisma personale, né i successi sportivi, sono sufficienti. I “berluschini”, come l’avvocato Agnelli definì coloro che portarono in viale dell’Astronomia D’Amato, non sono spariti nel nulla. Vale la pena ricordare che all’assemblea del maggio 2002 D’Amato ottenne l’84 per cento dei consensi, nonostante già da alcuni mesi fossero presenti forti malumori sulla sua strategia sindacale. (5)

La congiuntura economica non è sicuramente favorevole e questo può creare malumori e conflitti interni. Infine, chi all’interno di Confindustria chiedeva spazi di discussione e di confronto dove anche le piccole e le medie imprese potessero esprimersi continuerà ad avanzare questa domanda anche con il nuovo presidente
Insomma, una questione organizzativa che il nuovo presidente dovrà sicuramente affrontare è quella della democrazia (e quindi della partecipazione) interna: potrà essere “presidente di tutti” solo se tutti avranno possibilità di esprimersi. E non si tratta di un problema di facile soluzione per le implicazioni che ha, dalle quote associative ai meccanismi della rappresentanza, dalle competenze dei vari organismi alla progettazione di opportune sedi di dibattito e partecipazione.

Per concludere, la presidenza Montezemolo nasce sotto i migliori auspici.
Questo non deve far pensare che tutti i problemi che hanno caratterizzato i mandati dei precedenti presidenti, e in particolare quello di Antonio D’Amato, siano risolti. I presidenti cambiano, ma le imprese, le associazioni, i funzionari, le strutture rimangono, con loro i loro interessi, le loro strategie, le loro lacune.
È per questo che la questione organizzativa, se non viene affrontata tempestivamente (e opportunamente), può diventare il “tallone del cavallino” del nuovo presidente di Confindustria.

(1) Qualche dato può dare l’idea di questa asimmetria. La sola Assolombarda, che rappresenta le imprese industriali di Milano e provincia, controlla l’8,44 per cento dei voti in assemblea, mentre le associazioni di Liguria, Friuli Venezia Giulia, Sicilia, Trentino Alto Adige, Umbria, Abruzzo e Molise, Puglia, Sardegna, Calabria, Basilicata e Valle d’Aosta superano di poco il 10 per cento. Vedi “La Repubblica”, 23 gennaio 2004, p. 32.
(2) Dati tratti da Sergio Rizzo, L’azienda Confindustria costa troppo: 400 milioni l’anno, in “CorriereEconomia”, 1 marzo 2004, p. 1.
(3) Per alcune testimonianze sul dissenso presente all’interno di Confindustria rispetto alle posizioni di D’Amato si veda il sito
www.imprenditoriliberal.it.
(4) Si veda Roberto Bagnoli, Quei voti conquistati uno per uno, “Il Corriere della sera”, 27 febbraio 2004, p. 6.
(5) Sui dissensi sulla “battaglia dell’articolo 18” si veda, per esempio, l’articolo D’Amato in trincea in “La Repubblica”, 5 aprile 2002, p. 27 e l’intervista a Luciano Benetton ivi riportata.

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