Sul commercio estero abbiamo chiesto come affrontare la perdita di competitività dell’industria italiana e europea, se sono necessari nuovi investimenti e come finanziarli. Riportiamo qui le risposte della Lista Bonino, Forza Italia, Patto Segni-Scognamiglio e Uniti nell’Ulivo.

Commercio estero

1. La quota delle esportazioni italiane sul commercio mondiale è diminuita dal 4,5 per cento del 1995 al 3,6 per cento del 2002. Questo arretramento ha colpito gran parte dei settori di punta nel modello di specializzazione internazionale italiano. I problemi dell’industria italiana hanno soprattutto natura strutturale? Oppure sono attribuibili alla concorrenza sleale e alla contraffazione?E quindi sarebbe necessario rivedere in senso più restrittivo gli accordi del Wto? Secondo voi, la presidenza italiana della Ue avrebbe dovuto battersi per introdurre dazi nei confronti delle esportazioni dalla Cina? Intendete chiedere in futuro restrizioni alle esportazioni da paesi emergenti? Se sì, di che tipo? Quali sono le vostre proposte per combattere la contraffazione?

                      Lista Bonino

                           Forza Italia

                         Patto Segni Scognamiglio

                     Uniti nell’Ulivo

 

Risposte a confronto

2. La perdita di competitività dell’industria italiana ed europea è attribuita spesso a un modello di specializzazione che privilegia i settori meno tecnologici e meno dinamici e penalizza gli investimenti in ricerca e sviluppo. Qual è il vostro giudizio sulla direttiva comunitaria sulle patenti europee? Pensate che si debba spendere di più a favore della ricerca applicata a livello comunitario e nazionale? Se sì, aumentando il bilancio comunitario o riducendo quali altre spese? E a livello nazionale cosa andrebbe fatto?

                         Lista Bonino

 

                           Forza Italia

                        Patto Segni Scognamiglio

                  Uniti nell’Ulivo

 

Risposte a confronto

3. Le imprese italiane investono poco all’estero. Secondo voi, si salvano in questo modo posti di lavoro che altrimenti sarebbero trasferiti all’estero? Avete intenzione di adottare provvedimenti che favoriscano o che scoraggino gli investimenti all’estero delle imprese italiane? 

               Lista Bonino

 

                 Forza Italia

 

                Patto Segni Scognamiglio

 

               Uniti nell’Ulivo

Risposte a confronto

Lista Bonino

Commercio estero

1. La quota delle esportazioni italiane sul commercio mondiale è diminuita dal 4,5 per cento del 1995 al 3,6 per cento del 2002. Questo arretramento ha colpito gran parte dei settori di punta nel modello di specializzazione internazionale italiano. I problemi dell’industria italiana hanno soprattutto natura strutturale? Oppure sono attribuibili alla concorrenza sleale e alla contraffazione?E quindi sarebbe necessario rivedere in senso più restrittivo gli accordi del Wto? Secondo voi, la presidenza italiana della Ue avrebbe dovuto battersi per introdurre dazi nei confronti delle esportazioni dalla Cina? Intendete chiedere in futuro restrizioni alle esportazioni da paesi emergenti? Se sì, di che tipo? Quali sono le vostre proposte per combattere la contraffazione?

La “questione cinese”, cioè l’impatto dell’esplosione della produzione industriale di paesi come Cina ed India – ma non solo – è di assoluta rilevanza ed è opportuno porla anche sul piano politico. Anche la campagna elettorale presidenziale americana affronta, seppur con angolature differenti, la sfida della concorrenza dei paesi orientali e anche lì si fanno strada, per ragioni elettorali, promesse di misure di stampo protezionistico.

Ritenere, però, che il problema dell’industria italiana risieda nella concorrenza “predatoria” cinese rappresenterebbe un pericoloso errore di prospettiva. Un elemento della crisi di molti settori industriali italiani risiede piuttosto in un modello di crescita industriale che si è affidato, nei decenni passati, alla competitività di prezzo resa possibile dalle ricorrenti svalutazioni, più che ad un processo di riforme strutturali e di ricerca dell’efficienza. Il modello ha “retto” anche negli anni novanta, prima grazie alla maxi-svalutazione del 1992 poi alla crescita vorticosa del commercio internazionale.

Oggi, con l’euro finalmente stabile e forte, i nodi vengono al pettine e fanno male. Le svalutazioni hanno fatto sì che gli stimoli all’innovazione fossero in Italia più tenui che altrove e così oggi la produzione italiana è ancora fortemente concentrata in settori maturi, dove la concorrenza dei paesi emergenti morde di più. La concorrenza cinese è il sintomo e non la malattia dell’industria italiana. Pensare ai dazi come cura, significa abdicare alla possibilità di uno sviluppo industriale fondato sull’innovazione, che punti a competere sulle nuove frontiere tecnologiche.

Non bisogna scordare, inoltre, i vantaggi sempre più diffusi per i consumatori europei e italiani – in particolare a basso reddito – che derivano dalla disponibilità di prodotti “cinesi”.

Ciò non esclude che la politica, anche italiana, debba occuparsi di Pechino: lavorare perché l’Unione Europea, magari riconquistando quella autorevolezza che la difesa dei sussidi agricoli le hanno fatto perdere, operi per un rilancio dei negoziati del WTO, perché solo in quella sede sarà possibile contrastare con qualche efficacia le pratiche commerciali scorrette (violazioni dei brevetti e contraffazione dei marchi, ad esempio). Infine, non va abbassata la guardia sul fronte politico diplomatico per ciò che concerne il rispetto dei diritti umani che sono la via maestra per accelerare l’evoluzione del sistema economico e l’attenuazione degli aspetti meno tollerabili, dove vi siano, della “concorrenza” cinese. Andrebbe inoltre verificata l’attuazione di quelle “clausole di salvaguardia” previste nel protocollo di adesione della Cina al Wto.

2. La perdita di competitività dell’industria italiana ed europea è attribuita spesso a un modello di specializzazione che privilegia i settori meno tecnologici e meno dinamici e penalizza gli investimenti in ricerca e sviluppo. Qual è il vostro giudizio sulla direttiva comunitaria sulle patenti europee? Pensate che si debba spendere di più a favore della ricerca applicata a livello comunitario e nazionale? Se sì, aumentando il bilancio comunitario o riducendo quali altre spese? E a livello nazionale cosa andrebbe fatto?

L’approccio dell’Unione Europea alla ricerca appare contraddittorio : da una parte si punta alla eccellenza basata sulla conoscenza (Agenda di Lisbona) dall’altra, ad esempio, si chiudono di fatto le porte alle biotecnologie, in campo agroalimentare ed umano.

I dati del 2002 parlano chiaro: la percentuale sul PIL di spesa in R&S in Europa era del 1.98%, contro il 2.82% degli USA ed il 2.98% del Giappone. Aumentare le risorse a livello comunitario appare opportuno, anche per cercare di contrastare la dispersione e la frammentazione che caratterizzano la ricerca europea. Per fare questo, però, prima di reclamare un aumento complessivo del budget comunitario occorre rivedere il Bilancio Comunitario, dirottando le spese agricole sulle spese per ricerca, innovazione e infrastrutture (come evidenziato anche dal già richiamato rapporto Sapir).

Nel contesto attuale, quindi, le patenti europee, che potrebbero favorire la creazione di aree di eccellenza per la ricerca e sviluppo a livello continentale, costituiscono uno strumento utile sulla via di un recupero della competitività. Tuttavia, l’attuale proposta di direttiva rischia di diventare marginale a causa delle divisioni tra i governi europei sulla questione delle lingue e della protezione giuridica dei brevetti. Inoltre, una eccessiva protezione sui rischia di minare le prospettive di sviluppo di questo settore particolarmente innovativo. Le “idee” (e i software) non andrebbero brevettate, bensì lasciate all’attuale normativa sui diritti di autore.

3. Le imprese italiane investono poco all’estero. Secondo voi, si salvano in questo modo posti di lavoro che altrimenti sarebbero trasferiti all’estero? Avete intenzione di adottare provvedimenti che favoriscano o che scoraggino gli investimenti all’estero delle imprese italiane?

Gli investimenti all’estero, nella stragrande maggioranza dei casi, consentono alle imprese di delocalizzare fasi produttive divenute ormai antieconomiche in Italia e, per questa via, a mantenere in vita le aziende e a conservare posti di lavoro, in genere quelli a maggiore valore aggiunto, nel nostro paese. Leggere gli investimenti all’estero delle nostre aziende come “perdite di posti di lavoro” significa non avere contezza della complessità di un’economia aperta. Gli investimenti all’estero, in più, consentono anche la penetrazione commerciale delle aziende nei vari paesi, garantendo l’apertura di canali commerciali anche per gli altri prodotti italiani. La polemica americana sull’outsourcing sembra perdere di vista l’opportunità per le aziende americane di continuare a massimizzare la propria efficienza. Se, per assurdo, venisse impedito l’outsourcing all’estero, il bilancio occupazionale complessivo finirebbe per essere negativo a causa della perdita di competitività generale.

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Per contro, è indispensabile avviare un processo di riforme che catalizzi gli investimenti esteri in Italia. Da questo punto di vista, il sistema italiano, non solo è in ritardo, ma perde di competitività. Tre sono le chiavi per superare tale situazione: la liberalizzazione del sistema bancario (Il sistema economico italiano, contrariamente a quello del resto europeo, è rimasto banco-centrico, come lo ha definito Francesco Giavazzi, e per di più nazional-banco-centrico); un completa liberalizzazione nelle utilities, nelle assicurazioni, nelle libere professioni, etc… (in molti di questi settori l’Italia viola le norme europee); e una forte competizione fiscale con gli altri paesi dell’Unione. Le attuali regole europee favoriscono e a volte impongono un processo di questo tipo, che l’Italia deve assolutamente sfruttare se vuole restare competitiva.

Infine, per quanto riguarda il mercato del lavoro, i passi avanti significativi (anche se non definitivi) sulla sua liberalizzazione vanno accompagnati da una disarticolazione territoriale e settoriale della contrattazione, che consentirebbe, ad esempio, di meglio sfruttare l’abbondanza di manodopera al Sud.

Patto Segni Scognamiglio

Commercio estero

1. La quota delle esportazioni italiane sul commercio mondiale è diminuita dal 4,5 per cento del 1995 al 3,6 per cento del 2002. Questo arretramento ha colpito gran parte dei settori di punta nel modello di specializzazione internazionale italiano.
I problemi dell’industria italiana hanno soprattutto natura strutturale? Oppure sono attribuibili alla concorrenza sleale e alla contraffazione?E quindi sarebbe necessario rivedere in senso più restrittivo gli accordi del Wto? Secondo voi, la presidenza italiana della Ue avrebbe dovuto battersi per introdurre dazi nei confronti delle esportazioni dalla Cina? Intendete chiedere in futuro restrizioni alle esportazioni da paesi emergenti? Se sì, di che tipo? Quali sono le vostre proposte per combattere la contraffazione?

Il chiedere dazi in un momento della storia in cui le frontiere si abbattano è sicuramente anacronistico. Purtroppo gli accordi commerciali non devono essere visti in maniera isolata, ma considerati insieme a tutta una sfera di problematiche come l’immigrazione lo sviluppo dei paesi emergenti la pace nel mondo. Con le nuove tecnologie ed i veloci mezzi di trasporto non è il singolo dazio che puo’ proteggere la nostra economia. L’unica strada percorribile è il puntare sulla qualità produttiva. Purtroppo il costo del lavoro nei paesi emergenti è cosi’ basso che prodotti nazionali di basso profilo non sono più concorrenziali, ma non bisogna dimenticare che più velocemente questi mercati si sviluppano e si arricchiscono e più velocemente il made in Italy potrà permettersi con una qualità superiore di entrare in questi mercati cosi’ popolosi e interessanti. La Cina e l’India hanno insieme un terzo della popolazione del mondo, questi sono i mercati del domani dove poter puntare. La concorrenza sleale, lo sfruttamento di minori nel mercato del lavoro e la contraffazione sono piaghe invece da debellare e da ostacolare con tutte le forze. In questo è necessario rivedere gli accordi del WTO, i paesi emergenti hanno diritto ad esportare in Europa come l’Europa ha il diritto di esportare da loro, ma nel rispetto più assoluto di queste regole. Ben venga se al WTO si affidasse anche un vero potere di controllo!

2. La perdita di competitività dell’industria italiana ed europea è attribuita spesso a un modello di specializzazione che privilegia i settori meno tecnologici e meno dinamici e penalizza gli investimenti in ricerca e sviluppo. Qual è il vostro giudizio sulla direttiva comunitaria sulle patenti europee? Pensate che si debba spendere di più a favore della ricerca applicata a livello comunitario e nazionale? Se sì, aumentando il bilancio comunitario o riducendo quali altre spese? E a livello nazionale cosa andrebbe fatto?

La ricerca è il principale fattore che ci distingue dagli Stati Uniti. In Europa la ricerca è disorganizzata e ancora troppo divisa a livello nazionale. E’ inammissibile che l’Italia, la Francia e la Germania ricerchino su progetti comuni senza alcun scambio di informazioni. Solo la dimensione geografica degli USA dovrebbe farci rendere conto che se non uniamo le forze la battaglia è persa in partenza. In più, i nostri cervelli troppo spesso emigrano oltre oceano perché trovano un terreno più fertile sia a livello di Università che di privato. L’UE dovrebbe investire molto di più sulla ricerca e dovrebbe far di tutto per non perdere sempre più scienziati. E anche nel settore privato si potrebbero ipotizzare degli “sconti fiscali” per le aziende che investono settori innovativi. E’ vero che un aumento degli investimenti ha un grosso costo, a livello di casse dello stato, ma la ricerca è l’unica strada per rilanciare l’economia europea.

3. Le imprese italiane investono poco all’estero. Secondo voi, si salvano in questo modo posti di lavoro che altrimenti sarebbero trasferiti all’estero? Avete intenzione di adottare provvedimenti che favoriscano o che scoraggino gli investimenti all’estero delle imprese italiane?

L’allargamento ad Est è una grossa occasione per le aziende italiane. Si apre un mercato nuovo e che crescerà rapidamente. L’Italia è insieme alla Germania il paese più vicino geograficamente e non deve lasciarsi sfuggire questa occasione. Ma le esportazioni che vanno assolutamente incoraggiate, perché fanno aumentare la produzione e quindi anche il lavoro, dovrebbero anche andare oltre i confini europei e puntare innanzitutto sui paesi dell’America latina, a noi molto vicini per cultura e lingua, ma anche all’Asia che in questo momento si presenta come un mercato strategico.

Uniti nell’Ulivo

Commercio estero

1. La quota delle esportazioni italiane sul commercio mondiale è diminuita dal 4,5 per cento del 1995 al 3,6 per cento del 2002. Questo arretramento ha colpito gran parte dei settori di punta nel modello di specializzazione internazionale italiano. I problemi dell’industria italiana hanno soprattutto natura strutturale? Oppure sono attribuibili alla concorrenza sleale e alla contraffazione?E quindi sarebbe necessario rivedere in senso più restrittivo gli accordi del Wto? Secondo voi, la presidenza italiana della Ue avrebbe dovuto battersi per introdurre dazi nei confronti delle esportazioni dalla Cina? Intendete chiedere in futuro restrizioni alle esportazioni da paesi emergenti? Se sì, di che tipo? Quali sono le vostre proposte per combattere la contraffazione?

 

Indubbiamente alla base della riduzione delle nostre esportazioni ci sono problemi strutturali. Esiste ormai una vasta letteratura sul nanismo delle nostre imprese, sulla natura del made in Italy caratterizzata merceologicamente da produzioni prevalentemente a basso contenuto tecnologico e perciò più esposte alla concorrenza dei nuovi entranti. A ciò si aggiunge la debolezza delle nostre poche grandi imprese ridotte di numero, orientate verso i settori ancora relativamente protetti delle utility e condizionate dall’assetto proprietario familiare, scarso di capitali e ricco di tentazioni collusive di varia natura.

Questa analisi non deve però essere unilaterale fino al punto di farci perdere di vista le grandi potenzialità che tuttora permangono nel sistema Italia. Ora che il sistema non può più contare sulle svalutazioni periodiche della moneta, deve essere orientato a valorizzare meglio le proprie capacità imprenditoriali e di innovazione. Non a caso una lettura in controtendenza a quelle che intravedono un declino quasi inevitabile del nostro paese, tende a mettere in evidenza il nuovo ruolo delle imprese di media dimensione, che uscite dall’ambito dei distretti, hanno saputo conquistare una leadership internazionale nei loro specifici settori. Sono queste le imprese su cui si deve far leva per più ampi processi aggregativi, per un salto dimensionale e anche per un progressivo riposizionamento delle nostre specializzazioni produttive.

Tutto ciò richiede oltre a forti cambiamenti nelle politiche di contesto – promozione della concorrenza, ricerca scientifica e formazione del capitale umano, infrastrutture materiali e immateriali – anche un ripensamento delle politiche degli incentivi mirate alla innovazione di prodotto e alla crescita dimensionale. Ma tutto ciò non è sufficiente, se non si sviluppano anche nuovi servizi finanziari mirati allo start-up e allo spin-off di imprese innovative, all’aggregazione di imprese con capacità sinergiche e alla più rapida crescita di imprese che pur presentando forti potenzialità di prodotto, sono ancora povere di capitali, di managerialità e di proiezione internazionale.

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Da qui può nascere il futuro imprenditoriale dell’Italia, oltre che delle poche imprese medio-grandi che operano con successo sul mercato internazionale, anche nei campi di tecnologia avanzata.

Pensare di sottrarsi a queste difficili sfide, per scaricare le responsabilità della nostra difficile situazione sulla Cina e sui paesi di nuova industrializzazione significherebbe infilarsi in un vicolo cieco, perdente e pericoloso.

Fra l’altro non si può definire concorrenza sleale il fatto che questi paesi abbiano condizioni sociali diverse dalle nostre. Fatte salve le norme basilari stabilite dall’ILO e dalle convenzioni internazionali sull’ambiente, il progresso sociale di questi pesi non può dipendere dagli standards fissati a fini protezionistici dai paesi più sviluppati, bensì dalla dialettica di lotte per la libertà, per i diritti e per la giustizia sociale interna a questi paesi.

Altro è il discorso delle contraffazioni. In proposito, tuttavia, non c’è bisogno di rivedere in senso restrittivo le norme del WTO o dell’Unione Europea. L’accordo TRIPS contiene le norme necessarie (e, secondo alcuni, anche di più di quelle necessarie) alla tutela dei diritti di proprietà intellettuale nel senso più lato della parola.

Un regolamento comunitario del luglio 2003 prevede l’intervento dell’autorità doganale nei confronti di merci sospettate di violare i diritti tutelati dal TRIPS. Peraltro la lotta alla contraffazione riguarda anche il fronte interno del nostro paese, sia per gli ampi processi di contraffazione autoctona, sia per la collusione con processi che hanno origine all’estero. Occorre, dunque, mettere ordine in Italia, puntare ad un efficiente di coordinamento tra le diverse polizie, e aumentare il controllo amministrativo (ispezioni sul territorio e in dogana, confische) anziché puntare all’inasprimento delle pene, in termini che richiamano le grida manzoniane.

Al fine di una più compiuta difesa e valorizzazione del prodotto italiano, infine, occorre anche ripensare all’uso del marchio Made in Italy, sicuramente più utile di un marchio troppo omnicomprensivo come quello del Made in Europe. Tuttavia occorre affinare l’analisi sull’opportunità di una più precisa articolazione fra l’uso del marchio Made in Italy, o di altri quali designed, conceived/projected in Italy.

2. La perdita di competitività dell’industria italiana ed europea è attribuita spesso a un modello di specializzazione che privilegia i settori meno tecnologici e meno dinamici e penalizza gli investimenti in ricerca e sviluppo. Qual è il vostro giudizio sulla direttiva comunitaria sulle patenti europee? Pensate che si debba spendere di più a favore della ricerca applicata a livello comunitario e nazionale? Se sì, aumentando il bilancio comunitario o riducendo quali altre spese? E a livello nazionale cosa andrebbe fatto?

 

Per recuperare competitività e posizioni nei settori più tecnologici, innovativi e dinamici, è necessario operare sia a livello europeo che a livello nazionale. A livello europeo, come diciamo nella nostra bozza di programma, si deve promuovere uno “spazio europeo di ricerca”, dove più centri di eccellenza siano in grado di varare progetti e programmi di alta formazione capaci di produrre risultati concreti e di trattenere in Europa le risorse migliori. Questo significa accentuare la cooperazione tra le Università e la convergenza pubblico privato su esperienze di eccellenza e su progetti di punta, convogliando su questi maggiori risorse e mezzi finanziari, pubblici e privati, che altrimenti rischiano di disperdersi in mille rivoli. In tal senso, si può pensare di spostare parte delle risorse comunitarie dal settore agricolo verso la ricerca applicata. Ma si può anche pensare di stanziare risorse aggiuntive per il bilancio europeo, oppure, in termini diversi, prevedere che le risorse dei singoli paesi destinate a programmi concertati in sede europea possano uscire dai limiti previsti dal Patto di stabilità e sviluppo

A livello nazionale, le imprese italiane sviluppano pochi programmi di ricerca e innovazione a causa della loro dimensione. Esse sono troppo piccole per potersi permettere lo sviluppo di settori di ricerca al loro interno. Questa considerazione, però, non deve far concludere che in Italia non esistano spazi per la ricerca privata. Si potrebbe incentivare la collaborazione tra piccole e medie imprese per dar vita a società di servizi che abbiano la massa d’urto sufficiente ad avviare programmi di ricerca. Tra i vari strumenti di incentivazione alla ricerca, quelli maggiormente efficaci risultano i crediti di imposta per gli investimenti privati in ricerca e innovazione di durata almeno quinquennale, accompagnati da un sistema di controlli e di selezione, che favoriscano le idee innovative.

Quanto alla politica dei brevetti si deve considerare che il brevetto italiano viene concesso senza un vero esame preventivo della novità e del carattere innovativo. E’ quindi un brevetto debolissimo che non difende adeguatamente, perché non certifica il valore aggiunto dell’innovazione elaborata. Occorre puntare a un titolo di contenuto espressivo di un vero serio esame preventivo, possibilmente facile da far valere sul piano internazionale, a cominciare dall’Europa. Vanno incoraggiati gli sforzi perché si arrivi alla decisione finale sul Brevetto comunitario. Un solo brevetto per tutti gli Stati, con un unico deposito ed esame. Per altro, esso va incoraggiato nel presupposto e a condizione che venga a costare non più di quelli USA e Giappone. Per riuscirci occorre, anzitutto, che sia adotti una sola lingua brevettuale, cancellando gli oneri di traduzione in ciascuna lingua nazionale. Intanto, cerchiamo di usare al meglio l’esistente, cioè il brevetto europeo (un esame centralizzato, un solo atto di rilascio, ma con estensione nei vari paesi che si indicano, ove il brevetto verrà assoggettato alla legge nazionale di ciascuno). Usarne nel senso di far svolgere dall’Ufficio Europeo dei Brevetti, a Monaco di Baviera, al cui funzionamento l’Italia contribuiscve cospicuamente, l’esame preventivo ai fini del rilascio del brevetto italiano: esame che il nostro Ufficio brevetti non fa perchè non è in grado di fare.

3. Le imprese italiane investono poco all’estero. Secondo voi, si salvano in questo modo posti di lavoro che altrimenti sarebbero trasferiti all’estero? Avete intenzione di adottare provvedimenti che favoriscano o che scoraggino gli investimenti all’estero delle imprese italiane?

A questa domanda occorrerebbe affiancare anche quella relativa alle politiche necessarie per incrementare il flusso di investimenti diretti esteri nel nostro paese. La riflessione su questo tema non può certo essere orientata sugli scontati parametri della flessibilità e del costo del lavoro, perché a questo fine non c’è concorrenza possibile con i paesi di nuova indistrializzazione. Noi pensiamo, infatti, che le politiche che abbiamo indicato per rendere più dinamico il nostro apparato produttivo, sono anche quelle che possono incoraggiare l’arrivo di imprese estere nel nostro territorio. Ciò premesso, noi riteniamo che la limitatezza degli investimenti diretti esteri delle nostre imprese, in parte oggettivamente dovuta alla generale piccolezza delle loro dimensioni, non sia un bene, bensì un limite alle nostre capacità di sviluppo per via internazionale e alla stessa difesa e creazione di nuovi posti di lavoro qualificato in Italia. E’ invitabile, infatti, il decentramento di una parte di attività ad alta intensità di manodopera non specializzata. Siamo favorevoli a politiche di “accompagnamento” delle imprese italiane sui mercati esteri, garantendo efficenza e coordinamento al lavoro del Commercio estero, del Ministero degli Esteri, dell’ICE, della SACE e della SIMEST. Occorre pensare a progetti di area, con un occhio particolare in questa fase ai paesi nuovi entranti in Europa. Occorre, inoltre, una particolare attenzione all’integrazione su scala europea delle nostre imprese tecnologicamente più avanzate nei progetti quali quelli dell’industria militare e dell’aviazione.

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