La durata del mandato del governatore non ha niente a che vedere con la maggiore trasparenza degli investimenti e i più rigorosi controlli societari. Anche se un riassetto della governance delle autorità di vigilanza è utile perché contribuisce a migliorarne l’efficienza. Ma nel sistema delineato dal recente progetto di legge è troppo forte e incisivo lo spazio dell’intervento governativo. Mentre per tutelare davvero il risparmio vanno rafforzati poteri e indipendenza delle autorità di controllo.

Il principale argomento di discussione del progetto di legge sul risparmio è la nuova disciplina della banca centrale. Ma non dovrebbe essere così perché la durata del mandato del governatore ha poco a che fare con quegli interventi sulla trasparenza degli investimenti e sui controlli societari, previsti dal progetto, che rappresentano il primo e fondamentale presidio per una reale tutela dei risparmiatori.

Non vi è dubbio, però, che, depurato da strumentazioni politiche e da volontà di vendette personali, un riassetto della governance delle autorità di vigilanza è utile perché contribuisce a migliorare l’efficienza del loro operato. Tuttavia, per quanto riguarda la banca centrale, qualsiasi ipotesi di riforma non può prescindere da un attenta considerazione della sua specificità e soprattutto del particolare contesto istituzionale nel quale è collocata.

Rispetto delle procedure e autonomia

In primo luogo, non bisogna dimenticare, e fortunatamente nel dibattito parlamentare qualcuno se ne è ricordato, che la Banca d’Italia fa parte del Sistema europeo delle banche centrali (Sebc): qualsiasi progetto di modifica della sua struttura deve passare, a norma dell’articolo 105.4 del Trattato Ce e della decisione 98/415/Ce, attraverso la procedura di consultazione con la Banca centrale europea. Venir meno a questo obbligo, non soltanto rappresenterebbe una evidente violazione dello “spirito” (oltre che delle norme) del Trattato, ma visti i pareri forniti dalla Bce sui progetti di altri paesi membri, ci priverebbe anche di un importante e competente contributo alla verifica dei costi e dei benefici della riforma e della sua conformità al diritto comunitario

È evidente comunque che qualsiasi riforma, per essere tale, non può essere subdolamente utilizzata per intaccare l’autonomia della banca centrale. Bisogna allora rimuovere ogni ambiguità, evitando indebite ingerenze politiche e salvaguardando gli attuali criteri di nomina. È vero che in altri sistemi la nomina dei membri del board, compreso il governatore, vede la partecipazione, di governi e parlamenti, secondo modalità che cambiano da paese a paese, ma è altrettanto vero che le procedure previste dal nostro ordinamento hanno finora funzionato bene, garantendo nel corso degli anni e anche in periodi difficili l’indipendenza della Banca D’Italia.
Queste procedure si basano sulla assemblea generale dei partecipanti, la quale nelle sue articolazioni periferiche indica i membri del consiglio superiore che a loro volta nominano il governatore e i membri del direttorio. Nomina successivamente approvata con decreto del Presidente della Repubblica promosso dal presidente del Consiglio dei ministri, di concerto con il ministro del Tesoro. Si realizza così un attento equilibrio tra la provenienza interna delle nomine e il ruolo degli organi politici. Equilibrio che, in un momento di ricorrenti tentazioni di condizionare l’operato della Banca, sarebbe sbagliato rompere.
In questo contesto, è assolutamente fisiologico che il governatore abbia un mandato con un limite temporale, soprattutto se la sua determinazione viene demandata allo statuto della Banca d’Italia . Il vincolo alla durata dell’incarico non rinnovabile rappresenta una normale e auspicabile misura di igiene per un buon funzionamento delle autorità, adottata in moltissimi paesi europei e dalla stessa Bce.

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Per una vigilanza efficiente e responsabile

L’indipendenza della Banca d’Italia rappresenta il presupposto necessario e imprescindibile per una vigilanza efficiente, autonoma e responsabile. Ribadire una simile e in fin dei conti ovvia considerazione sarebbe assolutamente pleonastico se non fosse che il nostro legislatore testardamente non perde occasione per tentare di estendere lo spazio dei controlli governativi.
È infatti improvvisamente apparsa nel progetto di legge, come possibile soluzione alternativa, la proposta di scorporare dalla Banca d’Italia l’attività di vigilanza affidandola a una “Commissione per la vigilanza prudenziale creditizia e finanziaria”, presieduta dal governatore e che dovrebbe servirsi della struttura della stessa Banca d’Italia per esercitare le sue funzioni.
A prescindere dalle difficoltà di funzionamento di un meccanismo che, così congegnato, crea ulteriore confusione e complessità (e questo dopo i tanti e retorici proclami sulla semplificazione dell’assetto dei controlli), l’intento è, ancora una volta, fin troppo smaccato ed evidente.
Da un lato, cambiano le procedure di nomina che ovviamente non sono più interne alla Banca d’Italia, dall’altro si ampliano notevolmente i poteri di indirizzo del Comitato interministeriale per il credito e il risparmio (Cicr), configurando un sistema dei controlli con forte e incisiva presenza dell’organo governativo, non molto dissimile da quello previsto dalla legge bancaria del 1936 (vedi l’articolo di Renzo Costi).

Qualcuno tenta di giustificare una simile soluzione con l’esigenza di rendere più collegiali la gestione della Banca Centrale e le sue scelte operative in materia di vigilanza.
Ma se questo era veramente l’obiettivo, nell’assoluto rispetto della autonomia della Banca d’Italia, si poteva prevedere una semplice trasformazione in via statutaria del direttorio in organo collegiale, senza incidere sui meccanismi di nomina e soprattutto senza ampliare pericolosamente le ingerenze politiche nella attività di vigilanza.
La speranza è che un Parlamento veramente interessato alla “tutela del risparmio” (così si intitola il progetto di legge) e non ad altre meno nobili finalità, faccia presto giustizia di queste proposte, intraprendendo con rapidità la strada di un effettivo rafforzamento dei poteri e dell’indipendenza delle autorità di controllo.

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