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Il declino nel benessere

La sensazione di un paese non solo fermo, ma che va indietro, trova ragione nell’accresciuta variabilità nel tempo dei redditi familiari di una popolazione più vecchia, dunque più avversa al rischio. Diminuisce il benessere, non il reddito medio degli italiani, aumenta il disagio, non la povertà. Questo il messaggio principale che emerge dall’ultima indagine Banca d’Italia sui bilanci delle famiglie italiane.

No, non è un difetto di percezione. Il disagio diffuso, la sensazione di un declino economico del nostro paese non sono privi di fondamento. Ma non chiamiamolo impoverimento. Stiamo peggio anche se il reddito medio non è diminuito e la povertà non è aumentata.
Ai diversi indizi disponibili fino a una settimana fa (dati Inps-Istat sulle retribuzioni dei lavoratori dipendenti nel settore privato, indagini Istat sulla povertà a livello regionale, dati di contabilità nazionale), si sono finalmente aggiunti in questi giorni i risultati dell’indagine Banca d’Italia sui bilanci delle famiglie.
A questo punto, il mosaico è completo. Ricomponendolo, scopriamo che in un paese mai così fermo, è aumentata la variabilità nel tempo dei redditi individuali e, quindi, la probabilità di diventare più poveri o più ricchi. E in un paese che invecchia, in cui aumenta perciò l’avversione al rischio, tutto ciò ha un nome: diminuzione del benessere.

Non è impoverimento

Non si tratta di impoverimento, nel senso che il reddito medio non è diminuito. Né sono aumentate la povertà “assoluta” (la percentuale di famiglie che sono rimaste al di sotto di una soglia di reddito minimo, vitale) o quella “relativa” (la quota di famiglie che hanno un reddito inferiore a metà del reddito mediano), secondo i dati dell’indagine Banca d’Italia.

Certo, questi ultimi riguardano i redditi del 2002; nel 2003 il quadro potrebbe essere peggiorato. Ma è davvero molto difficile che la povertà possa aumentare in modo significativo nel giro di un anno, in un paese con una distribuzione del reddito molto stabile, che nel 2003 ha attraversato una stagnazione economica, anziché una recessione, e in cui l’occupazione è cresciuta.
Per sincerarcene, abbiamo anche consultato i centri di assistenza ai poveri sparsi sul territorio nazionale (Caritas, Opera S. Francesco, eccetera): ci hanno detto che non è aumentato il numero di pasti concessi agli indigenti, se non dove è stato possibile aumentarne l’offerta, a fronte di una domanda già elevata negli anni scorsi. Sembra, invece, essere cambiata l’identità di chi si rivolge a questi centri. Cominciano ad arrivare anche persone che hanno un lavoro, non più, come in passato, garanzia di livelli di reddito “adeguati”.

Aumentano i rischi

C’è una tabella molto utile nell’appendice statistica del rapporto sull’indagine Banca d’Italia. Ci offre informazioni sulla mobilità delle famiglie fra le cinque fasce di reddito in cui è possibile suddividere, in gruppi di uguale dimensione, le famiglie italiane (i quintili).
Questa tabella, ricorrente nei diversi rapporti, ci racconta che tra il 1993 e il 1995 mediamente il 57 per cento delle famiglie non cambiava fascia di reddito, mentre tra il 2000 e il 2002 la percentuale era scesa al 53 per cento.
Si tratta di circa un milione di famiglie in più. Sono soprattutto le famiglie con un reddito medio-basso (con reddito pro-capite annuale tra i 13.000 e i 19mila euro) quelle che hanno visto aumentare la probabilità di scivolare nel quintile di famiglie con il reddito più basso.

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È, inoltre, aumentata la quota di reddito del lavoro autonomo (dal 12 al 15 per cento nel giro di dieci anni), a scapito del lavoro alle dipendenze. Il miglioramento relativo dei redditi da lavoro autonomo non necessariamente comporta una redistribuzione fra persone diverse (molti hanno redditi sia da lavoro autonomo che da lavoro alle dipendenze), ma implica una maggiore variabilità dei redditi. Il lavoro autonomo è, infatti, fonte di redditi molto più aleatori del lavoro alle dipendenze. E anche quest’ultimo non è più sinonimo di reddito sicuro: se è aumentata la probabilità di trovare un lavoro, è cresciuta anche quella di perderlo nell’ultimo decennio.
Anche la ricchezza delle famiglie (pari in media circa a sei volte il reddito annuale) è investita in attività più rischiose: i titoli di stato sono scesi dal 25 per cento al 9 per cento del portafoglio (oggi offrono rendimenti competitivi solo su scadenze lunghe, ma questo espone al rischio di forti perdite in conto capitale nel caso si avessero problemi di liquidità), mentre aumentano le azioni e le obbligazioni “corporate” che possono riservare anche sgradite sorprese.
Vi sono, poi, altre dimensioni di incertezza sui redditi futuri, quali il rischio di nuove riforme previdenziali (ritenute inevitabili da tre italiani su quattro secondo i sondaggi Demoskopea-Fondazione Rodolfo Debenedetti), che potrebbero ulteriormente ridurre i redditi una volta ritiratisi dalla vita attiva e l’aleatorietà dei rendimenti dell’investimento in istruzione (vedi il commento di Chiara Saraceno sull’indagine Alma laurea).

In un’economia piatta

È questa una tendenza in atto da almeno un decennio e che ha anche risvolti positivi perché può segnalare un aumento delle opportunità di mobilità sociale. Non è un fenomeno circoscritto a questa legislatura, un effetto del Governo Berlusconi. Ma non è neanche un costrutto ideologico, un frutto dell’antiberlusconismo, in un paese forse mai così diviso dalla politica.
Oggi il disagio è acuto perché l’economia è piatta. Un’economia che cresce può compensare la perdita di certezze con un aumento del reddito medio. In un’economia ferma e, al tempo stesso, più rischiosa si sta peggio, soprattutto se si è più vecchi, dunque meno in grado di proteggersi dal rischio.
I dati sono impietosi: nei tre anni dal primo semestre del 2001 a oggi siamo cumulativamente cresciuti meno dell’1 per cento, meno della metà della Francia, un quarto della crescita nei paesi piccoli d’Europa, quelli per loro natura più esposti ai fattori internazionali su cui si tende a scaricare le colpe dei nostri insuccessi economici.
La peggiore performance economica avutasi in una legislatura del Dopoguerra è in stridente contrasto con le aspettative create alla vigilia. I pensionati non saranno diventati più poveri, ma sono senz’altro più poveri di quanto sarebbero stati se avessero ricevuto tutti una pensione di almeno “un milione al mese”, come promesso in campagna elettorale. In questo, il Governo rischia di rimanere vittima di se stesso, dei suoi annunci, subendo il contraccolpo delle tante speranze disattese.  Come si vede dal grafico qui sotto, il grado di fiducia dei consumatori diminuisce quando il reddito disponibile non cresce.  Come se le famiglie si fossero abituate alla crescita del reddito e accogliessero ogni fase di stagnazione come un peggioramento della situazione economica generale del paese.

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Le risposte politiche

Chi allora, al Governo come all’opposizione, volesse oggi cercare di dare risposte al disagio degli italiani dovrà offrire qualche credibile certezza: un’amministrazione prudente dei conti pubblici (un patrimonio di tutti), un estratto conto inviato a tutti i contribuenti dell’Inps su quanto presumibilmente riceveranno quando andranno in pensione, più opportunità di spostarsi fra diversi percorsi formativi nel caso si scoprisse di avere fatto l’investimento in istruzione sbagliato invece di specializzazioni precoci e percorsi formativi obbligati, meno riforme virtuali (quelle che confondono le idee, cambiando solo nomi e procedure) e, soprattutto, un vero sistema di ammortizzatori sociali che protegga contro il rischio di diventare davvero poveri.
Perché, anche questo ce lo dicono i sondaggi, gli italiani sono disposti ad accettare più rischi sul mercato del lavoro e sui redditi futuri sapendo che vi sono tutele minime che impediranno loro di cadere in condizioni di indigenza.
Speriamo che in questa campagna elettorale se ne parli: siamo l’unico paese dell’Unione a non avere una rete di protezione sociale di ultima istanza. Lavoce.info farà di tutto perché questa ennesima anomalia italiana non passi inosservata.

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  1. Riccardo Mariani

    Non sono del tutto convinto che il disagio sia così diffuso per il semplice fatto che stiamo peggio in termini di rischi. Spesso la presenza di un rischio sui nostri redditi, se si presenta in maniera più o meno uniforme, prima o poi si accompagna ad una redistribuzione a favore dei molto poveri dato che esiste un limite inferiore nella scala dei redditi. Non è un caso che le società più dinamiche siano anche la meta preferita dell’immigrazione povera. In più, se leggo bene le tabelle dell’articolo a fianco, mi sembra che oltre ad essere aumentata la probabilità di essere interessati ad un cambiamento nella propria condizione economica è aumentata anche la probabilità che questo cambiamento sia positivo (la differenza tra le percentuali sopra e sotto la diagonale è positiva e cresce da una tabella all’altra). Non sarà che il disagio è così diffuso perchè interessa categorie di persone particolarmente in grado di farsi sentire in un sistema democratico (elettore mediano)? Le dinamiche della comunicazione “democratica” devono essere tenute nel conto dovuto. Il mio dubbio è che se il povero (tale anche perchè non in grado di organizzare i suoi interessi a livello politico) guadagna qualche chance ai danni della classe medio-bassa ciò che noi percepiamo è un “diasagio diffuso”.
    Cordiali saluti.

    • La redazione

      Non deve leggere i numeri per colonna, ma per riga, la cui somma è pari a 100. La somma dei termini a sinistra della diagonale principale le indica la probabilità di vedere peggiorare la propria posizione relativa. Sulla diagonale la probabilità di rimanere nella stessa posizione. La somma dei termini a destra le indica la probabilità di migliorare.
      Cordiali saluti

  2. Stefano Sotgiu

    Vecchio argomento ma sempre valido a mio parere: nel valutare il benessere, inteso in senso ampio, credo si debba tenere conto non solo degli aspetti economici. Sappiamo bene che non sempre esiste una correlazione positiva fra crescita del PIL ed aumento del benessere dei cittadini che va misurato su più dimensioni (un esempio molto concreto ed attuale oltre alle ben note questioni ambientali e di welfare è la sicurezza). Penso sia tempo di iniziare a ragionare sempre in questi termini. Poi avrei un dubbio. Nell’indagine della Banca d’Italia si parla di reddito reale disponibile? Penso soprattutto ai tributi locali ed alla riduzione delle prestazioni degli enti locali nel welfare. Inoltre credo che ci siano più che giustificati dubbi sulla misurazione del tasso d’inflazione. Inoltre, esiste una differenziazione fra Mezzogiorno e Centro-Nord?

    • La redazione

      I dati sono sul reddito al netto di imposte e contributi sociali. Sulla misurazione dell’inflazione rinvio ai numerosi interventi sul sito. Sono ovviamente molto forti le differenze Nord-sud nei livelli di reddito. Meno marcate quelle sulle variazioni nel reddito. Cordiali saluti

  3. Nicola Gurrado

    Ad aggravare ancor di più questa percezione c’è il fatto che le istituzioni (ed in generale tutti) sono solite misurare il livello di benessere correlato al PIL, quando invece questo indicatore ha forti limiti e riflette pesantemente la cultura occidentale del “consumo”.
    Non è affatto detto che il benessere sia correlato alla nostra capacità di consumare.

    • La redazione

      Non credo ci siano valide alternative all’uso del PIL (meglio il PIL pro capite) come indicatore di benessere. Il problema è che il PIL deve crescere. Non basta che non cali, soprattutto in presenza di crescenti i) rischi di variazioni del proprio reddito e ii) avversione al rischio.
      Cordiali saluti

  4. paolo podda

    Prof.Boeri, complimenti ulteriori per il consolidamento del bellissimo sito, che è lavoce.info. Detto questo non le pare che la sensazione di impoverimento appartenga più alle speculazioni numeriche, che a una percezione empirica? Percezione,me ne dia atto, che esiste da qualche anno in più da quelli che si prendono in esame. Mi pare che non si dia il giusto peso a realtà,esse sì, ben note a livello eminentemente pratico: lavoro nero,evasione fiscale di vario genere. Le due precedenti mi pare, ma mi dica Lei in merito,tarano in modo sostanziale le indagini svolte. Specie se esse afferiscono alla misurazione del benessere economico e simili. Con immutata stima.
    Paolo.

    • La redazione

      Grazie per l’incoraggiamento e gli stimolanti quesiti. Io trovo giusto interrogare i dati che ci offrono gli strumenti migliori per capire che cosa è successo alla distribuzione del reddito in Italia. Non so quando la sensazione di impoverimento sia nata, ma di certo oggi se ne parla molto, spesso senza alcun riscontro empirico. Di qui lo sforzo che abbiamo fatto sul sito di interrogare i dati dell’Indagine Banca d’Italia, Inps e di contabilità nazionale. I primi e questi ultimi, peraltro, tengono conto anche dell’economia sommersa, seppur in modo impreciso. Ma l’economia sommersa c’era anche nel 2000, quindi non dovrebbe inficiare i nostri risultati. Cordiali saluti.

      Tito Boeri

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