Si riaccende la polemica sui vantaggi e svantaggi della moneta unica. Ma un confronto con quello che sarebbe potuto accadere se non avessimo aderito all’Unione monetaria, mostra come il miglioramento dei conti pubblici italiani sia interamente dovuto alla caduta dei tassi di interesse sul debito pubblico indotta dall’euro. Nell’ultimo triennio, però, questo dividendo è stato usato in misura crescente per finanziare maggiori spese e non ulteriori riduzioni dell’indebitamento. Proseguire su questa strada, ci espone al rischio che il dividendo stesso svanisca.

La pubblicazione delle previsioni di primavera della Commissione europea e l’avvio di una procedura di preavviso (early warning) sull’andamento dei conti pubblici italiani sta accendendo una pericolosa polemica tra Governo italiano e Commissione, che in alcuni casi tende a estendersi, da parte italiana, al tema dei vantaggi e svantaggi dell’euro.
Premesso che le azioni avviate dalla Commissione sono un atto dovuto, previsto dalla “procedura per i disavanzi eccessivi” incorporata nei trattati dell’Unione monetaria, cerchiamo di dare uno sguardo agli ultimi anni per capire meglio la tendenza di medio periodo dei nostri conti pubblici.

Euro e conti pubblici

Se c’è un’area in cui sicuramente i vantaggi dell’euro sono evidenti e ampi è quella dei conti pubblici. Uno sguardo d’insieme agli ultimi sette anni rende palese che gran parte del miglioramento registrato nel disavanzo pubblico (l’indebitamento netto delle amministrazioni pubbliche) è attribuibile alla discesa della spesa per interessi.
La caduta dei tassi di interesse sul debito pubblico italiano è una diretta conseguenza dell’adesione all’euro: a metà anni Novanta il differenziale dei titoli italiani a lungo termine rispetto a quelli del debito pubblico tedesco era di 5-6 punti percentuali, oggi è praticamente nullo.

La caduta dei tassi si è naturalmente riflessa sulla spesa pubblica per interessi: in termini di quota sul Pil la diminuzione è dall’11,5 per cento del 1996 al 5,3 per cento del 2003.
È questo il dividendo dell’euro di cui ha beneficiato il nostro paese. Come è stato utilizzato? È stato accompagnato da efficaci politiche di risanamento sulle entrate e le spese primarie? Ci sono segnali di mutamento del segno di queste politiche negli ultimi anni? In che stato si troverebbero oggi i nostri conti pubblici senza i benefici dell’Unione monetaria?

Rispondere a queste domande è molto complesso, perché richiede di definire uno scenario teorico che proietti la situazione del 1996 (gli stessi tassi di interesse e la stessa politica di bilancio) fino a oggi. Si può tentare un’approssimazione e chiedersi cosa sarebbe successo se il costo del debito fosse rimasto lo stesso e se la spesa e le entrate avessero mantenuto costante la loro quota sul Pil al livello del 1996. La tabella 1 riporta i risultati dell’esercizio: le differenze (in miliardi di euro) tra valori effettivi e scenario teorico per le principali grandezze del Conto delle amministrazioni pubbliche.
Si vede che nell’insieme del periodo 1997-2003, il risparmio di spesa per interessi rispetto allo scenario teorico è stato di 460 miliardi, che si sono interamente tradotti in un minore indebitamento netto. Si registrano poi maggiori entrate per 52 miliardi, dei quali oltre il 90 per cento ha finanziato maggiori spese (48 miliardi). La riduzione dell’indebitamento netto nel periodo è quindi determinata per intero dalla minore spesa per interessi, che “spiega” il 99 per cento della riduzione dell’indebitamento netto. Nell’insieme del periodo, tutto il miglioramento dei conti pubblici è dovuto al dividendo dell’euro.

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Il risanamento finanziario

E le politiche di risanamento finanziario? Gli interventi sulla spesa e sulle entrate?
Per valutarli dobbiamo andare oltre lo sguardo di insieme e considerare il dettaglio dei singoli anni. Il saldo primario (la differenza tra entrate e spese diverse dagli interessi) nel 1997 è molto migliore (per 23,3 miliardi) di quello previsto dallo scenario teorico, grazie al forte aumento delle entrate (è l’anno dell’euro-tassa) realizzato per garantire l’ammissione all’euro. Negli anni successivi la dimensione del miglioramento del saldo primario si riduce rapidamente, per trasformarsi nel 2001 in un peggioramento, confermato in misura ampliata nel 2002 e 2003.

Se prendiamo come spartiacque il 2001, l’anno in cui per il saldo primario la differenza rispetto allo scenario teorico da positiva diventa negativa otteniamo qualche indicazione in più.
Nel periodo 1997-2000, il divario tra spese effettive e scenario teorico è pressoché nullo: sia i minori interessi sia le maggiori entrate contribuiscono a un minore indebitamento.
Nel triennio 2001-2003, i minori interessi non si traducono interamente in riduzione dell’indebitamento, ma in parte (per il 14 per cento) vanno a finanziare maggiori spese. Abbiamo iniziato a spendere il dividendo dell’euro, invece di metterlo da parte.
Naturalmente l’esercizio è intrinsecamente ingeneroso rispetto agli sforzi dei vari Governi succedutisi in questi anni. Ad esempio, assume che in assenza di interventi politici, la quota della spesa sul Pil sarebbe rimasta costante nel tempo, mentre si può pensare che la sua tendenza spontanea sarebbe stata quella di aumentare.
In ogni caso, un’indicazione chiara emerge: dal 1997 in avanti gli sforzi di risanamento finanziario si sono via via affievoliti, fino a cambiare di segno.

Un’altra questione è quella dell’influenza della congiuntura economica sui conti pubblici.
Una crescita reale pressoché nulla, come quella degli ultimi anni, ha un effetto negativo sui conti pubblici. Come sarebbero andate le cose se l’economia avesse funzionato a pieno regime?
Per rispondere a questa domanda, gli economisti utilizzano una particolare misura, il disavanzo strutturale, che tiene conto degli effetti del ciclo su spese ed entrate pubbliche.
Nel caso italiano, in prima approssimazione, si ritiene che le spese siano relativamente insensibili a deviazioni del Pil dal suo sentiero potenziale, mentre le entrate seguano l’andamento effettivo del Pil nominale. Nel nostro esercizio, ciò si può tradurre nel mantenere costanti al livello del 1996 la quota delle entrate rispetto al Pil effettivo e quella delle spese rispetto al Pil potenziale.

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La tabella 2 mostra i risultati sintetici ottenuti utilizzando la stima del Pil potenziale elaborata dall’Ocse. La principale novità rispetto ai risultati precedenti è che la differenza della spesa primaria effettiva rispetto al nuovo scenario teorico è più ampia. Ciò fa sì che considerando l’intero periodo il saldo primario è peggiore di quello teorico, in quanto risulta meno pronunciato il miglioramento nel primo sotto-periodo e leggermente più intenso il peggioramento nel secondo sotto-periodo. Nell’insieme, quindi, una parte, per quanto piccola (tra il 3 e il 5 per cento), della riduzione della spesa per interessi sarebbe andata a finanziare la maggiore spesa primaria, senza modificare la sostanza del risultato precedente.
In definitiva, senza l’euro oggi saremmo tutti più poveri: saremmo costretti a pagare più tasse o a rinunciare a servizi pubblici per finanziare gli interessi sul debito. Nel complesso, il dividendo dell’euro è finora stato speso bene, per ridurre il disavanzo. Il pericolo di cominciare a spenderlo per altro è che ricompaia un premio per il rischio nel costo del nostro debito, la spesa per interessi torni a crescere e il dividendo dell’euro svanisca. Meglio far svanire ogni dubbio sulla politica di bilancio, prendendo sul serio l’ammonimento che arriva da Bruxelles, invece di ingaggiare polemiche.





Per saperne di più

N. Emiliani, F. Gastaldi, G. Pisauro, G. Salvemini, “Riduzione della spesa per interessi. Chi ne ha beneficiato?”, in corso di pubblicazione in Economia pubblica.


 

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