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Il Pil e le tasse

Una riduzione delle imposte che non porta crescita può essere penalizzante in Europa, senza nemmeno conquistare il consenso degli elettori. Prima di garantire che il “taglio alle tasse” porterà sviluppo, bisogna formulare una valutazione plausibile degli effetti attesi. L’analisi statistica mostra che per ogni punto percentuale di riduzione delle imposte sul Pil, il tasso di crescita del Pil potenziale aumenta di circa un quarto di punto percentuale l’anno. Ma se la riduzione delle imposte è finanziata interamente in deficit, l’aumento si dimezza.

Il Pil e le tasse

Negli ultimi anni, l’idea di ridurre il carico fiscale (o, più prosaicamente, di “tagliare le tasse”) per aumentare la crescita, è diventato un obiettivo chiave per molti Governi europei.
Tuttavia, come stanno imparando Jean-Pierre Raffarin e Gherard Schröder, una riduzione delle imposte che non porta alcun dividendo in termini di crescita può essere penalizzante in Europa (se il taglio delle tasse peggiora il deficit), senza nemmeno conquistare il consenso degli elettori.
Prima di garantire che la riduzione delle imposte faccia aumentare la crescita, bisogna formulare una valutazione plausibile degli effetti attesi di tale riduzione.

L’analisi per episodi

Per farsi un’idea al riguardo, è utile considerare l’esperienza passata.
Come riportato nella tabella, tra il 1975 e il 2000, si sono verificati ventinove episodi di riduzione significativa delle imposte in quindici paesi Ocse. Una diminuzione delle entrate può essere considerata “significativa” se la riduzione – depurata dall’effetto del ciclo economico – ammonta in media annua a oltre mezzo punto percentuale del Pil e prosegue per almeno due anni consecutivi. (1)
In media, un episodio di riduzione delle imposte nei paesi Ocse è durato circa due anni e mezzo, con una riduzione complessiva del carico fiscale di circa 2,7 punti percentuali del Pil (dunque, circa un punto percentuale l’anno).

Tale riduzione si è risolta per un terzo in una diminuzione della spesa e per due terzi in un aumento del disavanzo pubblico. In parallelo, la crescita del Pil potenziale (meglio quello potenziale di quello effettivo per valutare gli effetti permanenti della riduzione delle imposte) dopo i vari episodi è aumentata in media di circa 0,3 punti percentuali l’anno rispetto a prima della riduzione. In prima approssimazione, quindi, le politiche di riduzione delle imposte attuate negli ultimi venticinque anni non sembrano avere prodotto un guadagno sostanziale in termini di crescita del Pil potenziale. Le cose, in realtà, non stanno proprio così.

Riduzione delle imposte, deficit pubblico e crescita

Ci sono varie ragioni per cui la crescita può accelerare (oppure no) in seguito a una riduzione delle imposte.
Una riduzione delle imposte aumenta solitamente la profittabilità dell’investimento privato e quindi incoraggia la crescita di lungo periodo.
Se, però, la riduzione delle tasse si traduce in un aumento del deficit pubblico, ciò causa una riduzione del risparmio nazionale e delle risorse disponibili per l’investimento.
Dunque, ci si può aspettare che, quando il taglio delle tasse fa aumentare in modo sostanziale il deficit, il suo effetto sulla crescita sia inferiore al caso in cui tale riduzione avviene con i conti pubblici in pareggio. È proprio così nel campione considerato.
Un’analisi statistica approfondita (2), che depura anche dagli effetti di variazioni nella competitività e nei tassi di interesse sulla crescita, produce due risultati principali:

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1. Per ogni punto percentuale di riduzione delle imposte sul Pil, il tasso di crescita del Pil potenziale aumenta di circa un quarto di punto percentuale l’anno;

2. Se la riduzione delle imposte è finanziata interamente in deficit (e non con riduzioni delle spese), l’aumento del tasso di crescita viene circa dimezzato: +0,11, anziché +0,24, punti percentuali.

Pertanto, se, in assenza di sostanziali variazioni di competitività, un Governo riducesse le imposte sul Pil di un punto l’anno per tre anni, l’aumento nella crescita del Pil potenziale sarebbe di circa 0,72 punti percentuali [=0,24 x 3] con un deficit inalterato, oppure di soli 0,33 punti percentuali [= 0,11 x 3] se l’intera riduzione delle imposte andasse ad aumentare il deficit pubblico.
L’analisi dell’esperienza passata fornisce una chiara indicazione: se si decide di ridurre le imposte, è meglio che tale riduzione sia attuata mantenendo il pareggio di bilancio.
Altrimenti, i guadagni di crescita si dimezzano.

(1) La depurazione dall’influenza ciclica risponde all’esigenza di catturare soltanto gli episodi in cui il mutamento delle variabili fiscali è attribuibile direttamente all’azione discrezionale dei policy-maker, e non agli effetti del ciclo economico.

(2) Un’esposizione più dettagliata dei risultati è nell’articolo “Riduzione delle imposte e crescita economica nei paesi Ocse”, predisposto dagli autori a margine del lavoro di preparazione del Dpef 2003-2006. L’articolo può essere scaricato dal sito web: www.igier.uni-bocconi.it/daveri alla voce “Working Papers”.

Tabella: Riduzione delle imposte e crescita economica nei paesi Ocse

La riduzione delle imposte nei paesi Ocse

La Tabella 1 mostra alcuni dati riassuntivi in merito all’andamento del carico fiscale in venti paesi Ocse a partire dalla metà degli anni Settanta.
Il carico fiscale è misurato come il rapporto tra il livello delle entrate correnti depurate dall’andamento del ciclo economico e il livello potenziale del prodotto interno lordo (Pil), stimati dall’Ocse nella pubblicazione “Fiscal Positions and Business Cycles”.
La colonna [1] della tabella riporta il valore assunto da tale rapporto nel 2001. I paesi sono classificati in ordine discendente sulla base del loro carico fiscale nel 2001. Nelle colonne [2]-[5], sono riportate le variazioni nei valori medi di tale rapporto nei quinquenni indicati (1981-85 rispetto al 1975-80, 1986-90 rispetto al 1981-85, e così via per il 1991-95 e il 1996-2001). Nelle ultime due righe della tabella, è riportato il numero di volte in cui le imposte sul Pil diminuiscono da un periodo all’altro e la loro riduzione media in ogni periodo.

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Quando e come calano le imposte

Nei venti paesi inclusi nella tabella, le imposte sono diminuite in ventisei casi (su un totale di settantatre variazioni quinquennali considerate), pari a più di un terzo delle osservazioni totali. In quindici paesi su venti le imposte sono diminuite in almeno un quinquennio.
In generale, le imposte sono calate in pochi paesi e di poco fino alla fine degli anni Ottanta.

Negli anni Novanta, invece, è cresciuto sia il numero che la dimensione delle riduzioni delle imposte. Nel primo quinquennio degli anni Novanta, il numero di paesi in cui le imposte diminuiscono sale da cinque a undici (più di metà del campione).
Nel periodo 1996-2001, le riduzioni delle imposte sono solo sei, ma la dimensione media delle variazioni è superiore a quella registrata nel 1991-95.
In Irlanda, Finlandia e Olanda il fardello fiscale diminuisce di circa due punti percentuali.

Nell’insieme, l’evidenza nella Tabella 1 suggerisce che l’esperienza pratica delle riduzioni del carico fiscale nei paesi Ocse non è costituita da pochi successi. Le imposte sono invece diminuite in tanti paesi, con maggiore frequenza a partire dai primi anni Novanta.
Non casualmente, le entrate sul Pil nel 2001 sono inferiori ai livelli prevalenti nel 1991 in nove dei paesi considerati.
Questa tendenza è più marcata per Finlandia, Irlanda e Olanda (-4 punti in percentuale del Pil). Ma anche le più modeste riduzioni osservate in Canada, Nuova Zelanda, Giappone, Austria, Regno Unito e Svezia rappresentano pur sempre potenziali inversioni di una tendenza al rialzo delle imposte consolidata fin dagli anni Settanta.

Tabella 1

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11 commenti

  1. Alex Zoppi

    Ho trovato quest’articolo su Internet (http://www.cbpp.org/3-19-04tax.htm).
    Che ne pensate?
    Cordialmente, Alex Zoppi

    • La redazione

      Non credo plausibile che le riduzioni di imposta si auto-finanzino, come suggeriva invece Arthur Laffer. L’evidenza empirica in nostro possesso dai due grandi tagli di imposta negli Stati Uniti (Reagan e G.W. Bush) sembra indicare il contrario, proprio come asserito nell’articolo citato. C’era un
      articolo sui Brookings papers di qualche anno fa che esaminava sistematicamente l’evidenza empirica disponibile sulla curva di Laffer per vari paesi, arrivando a conclusioni simili.

      Nel nostro articolo, peraltro, non arriviamo a conclusioni del genere. Ci limitiamo a osservare che una riduzione delle imposte in pareggio è associata ad un aumento della crecsita ecoonomica più che doppio rispetto a una riduzione finanziata in disavanzo.

      Grazie dell’attenzione,

      Francesco Daveri

  2. Riccardo Mariani

    Una ricerca come quella qui presentata è una boccata di ossigeno in un momento in cui da più parti si inneggia a sforare i limiti di deficit UE. E’ meritorio anche restituire al risparmio e all’ investimento privato il ruolo che ricoprono nella crescita economica proprio quando, ascoltando alcuni politici, sembrerebbe che un rilancio dei consumi sia l’ unico obiettivo degno di essere perseguito. Se la teoria confermata dalla ricerca attribuisce un ruolo centrale all’ investimento privato, tanto da esigere che non venga “disturbato” da deficit fuori controllo, mi chiedo se un corollario non consista nell’ indicare da dove sarebbe auspicabile che inizi il taglio delle tasse (argomento oggi molto dibattuto) ovvero da quei ceti tradizionalmente più propensi al risparmio e/o all’ investimento diretto.
    Cordiali saluti.

    • La redazione

      In una piccola economia aperta come l’Italia sono gli incentivi
      all’investimento (e alla profittabilità dell’investimento privato) le cose che contano, non gli incentivi al risparmio. Con perfetta mobilità del capitale, l’investimento, se profittevole, troverà il suo finanziamento all’interno del paese o fuori dal paese. Non è quindi necessario per rilanciare gli investimenti detassare i redditi di quelli che risparmiano tanto.

      Inoltre, i nostri risultati valgono per il PIL potenziale. In questo momento, c’è anche un po’ l’esigenza di rilanciare i consumi perchè il PIL effettivo si mantenga vicino a quello potenziale.

      Quindi, io sarei cauto a interpretare i nostri risultati come se
      implicassero necessariamente che è meglio cominciare a tagliare le tasse sui redditi alti.

      Grazie dell’attenzione,

      Francesco Daveri

  3. Michele Iovine

    A seguito di una riduzione fiscale qualora le aspettative future fossero negative aumenterebbe il livello di risparmio corrente a parità di livello di consumo corrente; ovvero risultati in linea con quanto previsto dalla teoria del reddito permamente e dalla teoria del ciclo vitale.

    Vorrei chiedervi perchè una variazione del risparmio corrente sembra essere un fenomeno negativo, quando invece a parità di risparmio pubblico, un aumento del risparmio complessivo finanziarebbe un livello maggiore di investimenti e/o un miglioramento del saldo commerciale ?

    Dunque una riduzione delle imposte che aumenti il risparmio non è altrettanto positiva rispetto invece al caso in cui produrrebbe un aumento del consumo corrente ?

    Inoltre perchè fate riferimento esclusivamente alla crescita potenziale? Non sarebbe stato meglio mostrare gli effetti di breve periodo della riduzione delle imposte considerato che la discussione è sul rilancio dell’economia in tempi brevi ?
    Grazie in anticipo

    Michele Iovine

    • La redazione

      Il lavoro su cui il nostro breve articolo è basato è stato scritto alla fine del 2002, come background paper per la preparazione del DPEF di allora. Allora l’economia non era ancora in semi-recessione come adesso e quindi il tema non
      era come rilanciare l’economia, ma come aumentarne la sua crescita potenziale. Per questo abbiamo analizzato gli effetti sul prodotto potenziale. Gli effetti di breve perioo li hanno studiati in tanti, per esempio blanchard e perotti in
      un articolo sul quarterly journal of economics.

      Oggi che siamo in recessione, il tema è come rilanciare l’economia cioè i consumi. Questo perchè si ritiene che ci sia capacità produttiva inutilizzata. Ma se guardi il rapporto ISTAT uscito ieri, vedrai che la crescita quasi zero del 2003 non è dovuta ai consumi ma soprattutto ad altre due voci: le
      esportazioni e gli investimenti.
      L’andamento negativo degli investimenti – peggiore che negli altri paesi europei – è in parte originato dalla fine della legge tremonti bis dell’anno scorso, che aveva portato le imprese ad anticipare i loro piani di investimento nella speranza che arrivasse la ripresa. La ripresa non è arrivata e quindi le
      imprese oggi certo non vogliono investire di più.

      Il calo delle esportazioni poi ci ricorda che il principale problema dell’economia italiana oggi è la crescente perdita di competitività causata dalla riduzione della produttività, non una scarsità di domanda di consumo. Ma aumentare la produttività non è facile e ci vuole tempo. Per ora dobbiamo
      rassegnarci a far crescere il PIL e i consumi attraverso gli aumenti dell’occupazione (e magari attaverso la ripresa della crescita mondiale).

      Quindi: è improbabile che la riduzione delle tasse dia la scossa desiderata dal ministro Tremonti. Anche se attuata, può farci guadagnare qualche decimale di crescita all’anno, ma non modificherà di molto il trend di crescita attuale.

      Francesco Daveri

  4. Filippo Rebessi

    Volevo porre agli autori una domanda che esula un po’ dall’analisi: in un contesto come quello europeo con stringenti vincoli di bilancio pubblico, un taglio delle tasse che crei deficit non potrebbe, a vostro parere, essere un buon incentivo per la riduzione della spesa pubblica (per contenere il deficit creato senza ri-alzare la tassazione), aldilà degli effetti più o meno incerti sulla crescita?

    • La redazione

      qualcuno effettivamente pensa che "starving the beast" (tagliare le tasse senza copertura) sia l’unico sistema per tagliare davvero la spesa. ma l’evidenza empirica la riguardo non è molto solida e varia tra paesi e periodi
      storici. di sicuro reagan tagliò le tasse e clinton le aumentò per chiudere il gap. bush ha tagliato le tasse ma anche aumentato la spesa, non l’ha certo tagliata.

  5. FRANCESCO COSTANZO

    1.Mi sembra che l’articolo indichi che ha senso detassare gli incrementi di produttività solo se siamo certi che esista capacità produttiva inutilizzata, ma secondo la Vs. opinione questa capacità esiste?
    2. Con bilancio in pareggio, l’effetto di una riduzione delle entrate (imposte) sul PIL potenziale è indipendente dal modo in cui le riduzioni delle imposte sono distribuite? Mi pare di capire che nella situazione attuale non si ottengono grandi risultati sia stimolando i consumi che gli investimenti, esatto?
    3. L’effetto di una ipotetica riduzione del tasso di interesse (BCE), cambierebbe in modo significativo gli effetti da Voi esaminati sul PIL?
    Grazie

    • La redazione

      Le riduzioni di imposta di cui parla il governo in questi giorni sono rivolte a sostenere la domanda di consumi in un periodo in cui si teme un rallentamento dell’economia. l’effetto positivo sulla domanda sarebbe amplificato da una riduzione dei tassi di interesse da parte della BCE. il nostro articolo riguardava gli effetti di più lungo periodo delle imposte, quello sul PIL potenziale, e indicava che le riduzioni di imposte più efficaci nel far crescere il PIL potenziale sono quelle in cui si riduce anche la spesa in parallelo. se la riduzione delle imposte fa aumentare il deficit, il beneficio in termini di crescita del PIL si dimezza.

  6. SìGlobal

    Secondo me, c’è un aspetto di cui non si tiene conto in questo articolo ed è la non sostenibilità di tasse così alte da parte dei cittadini. Se una famiglia non riesce a pagare tasse e muti rischia di andare in bancarotta. Una diminuzione delle tasse potrebbe dare a molte famiglie italiane un po’ di tregua. Altro che punti e mezzi punti di PIL. Quest’anno il PIL è cresciuto, ma gli italiani stanno peggio dell’anno scorso… come lo giustificate?

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