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Sbadigli pericolosi

Il Parlamento esamina una riforma costituzionale molto profonda, che modifica la forma dello Stato e quella del Governo. Tutto questo avviene nel sostanziale disinteresse dell’opinione pubblica. Forse delusa da altri interventi, che sul momento sono sembrati risolutivi degli antichi problemi della politica italiana, ma che alla prova dei fatti hanno dato risultati ben scarsi. È però un atteggiamento sbagliato. Si tratta infatti di dare al sistema una nuova coerenza interna, che questi stessi interventi hanno reso necessaria.

Nel sostanziale disinteresse dei media e dell’intera opinione pubblica nazionale, venerdì 26 marzo il Senato ha approvato, in prima lettura, e dopo due mesi di serrati dibattiti in commissione e in aula, una proposta di legge di revisione della nostra carta costituzionale di dimensioni ciclopiche.
Se fosse attuata, la riforma avrebbe enormi effetti sul funzionamento delle nostre istituzioni. Verrebbe modificata la forma dello Stato e quella di Governo, mutati i rapporti di forza tra le diverse istituzioni e i diversi poteri dello Stato, radicalmente cambiato il rapporto tra la maggioranza politica e il suo leader: più che di una riforma, si tratterebbe della proposizione di un modello politico del tutto diverso da quello finora conosciuto.

Una sfiducia diffusa

Il gigantesco sbadiglio collettivo che ha accompagnato la notizia — che in altri tempi avrebbe suscitato discussioni accese e forse moti di piazza– non è privo di giustificazioni.

Intanto, si tratta solo della prima delle quattro votazioni necessarie (due alla Camera e due al Senato) per la approvazione definitiva, e ci sarà comunque senz’altro un referendum confermativo. Inutile dunque preoccuparsi adesso, oltretutto i numerosi e dichiarati mal di pancia nella stessa maggioranza fanno presagire modifiche importanti nei successivi lavori parlamentari. E non è neppure chiaro se si tratti davvero di una proposta seria o non piuttosto di un gigantesco cartellone pubblicitario, da ripiegare una volta finita la febbre elettorale. In effetti, la riforma è una sorta di patchwork di bandierine elettorali, una per ciascuna componente politica della maggioranza (il premieriato per Forza Italia, la devolution per la Lega, “Roma capitale” e l’interesse nazionale per An).
Ma al di là di queste considerazioni contingenti, la noia nasconde probabilmente anche una sfiducia ormai diffusa nell’opinione pubblica e nei commentatori sulla capacità delle riforme istituzionali di cambiare effettivamente il nostro sistema politico e istituzionale.
Si tratta di una sfiducia nutrita di fatti concreti.

Nel 1993, gli italiani votarono in massa per una modifica del sistema elettorale, da proporzionale a maggioritario, nella convinzione che questa riforma avrebbe aumentato la capacità decisionale degli esecutivi, prima bloccati dalle estenuanti contrattazioni tra i partiti nei governi di coalizione generati dal proporzionale. Nei fatti, abbiamo avuto sì una maggiore stabilità delle legislature, ma non dei Governi (tre solo nella legislatura precedente). Il maggioritario non ha eliminato né i piccoli partiti né la loro capacità di veto. Al contrario, in questa come nella passata legislatura, partiti con una forza elettorale dell’ordine di poche centinaia di migliaia di voti hanno finito con il determinare l’evoluzione dell’intera politica nazionale.
Nel 2001, lo scenario si è ripetuto. Un po’ meno in massa, ma pur sempre volenterosamente, gli italiani sono andati a votare a favore di una riforma costituzionale che avrebbe dovuto accrescere i poteri degli enti locali e rendere la politica più vicina agli interessi dei cittadini.
Dopo un triennio, di questo famoso federalismo non si è però visto traccia. A parte un po’ di lavoro in più per i giudici costituzionali, chiamati a mediare i conflitti tra Regioni e Stato determinati da diverse interpretazioni della nuova carta costituzionale, le cose vanno avanti esattamente come prima. O addirittura peggio di prima, perché la politica nazionale, nei fatti, ha ridotto lo spazio di autonomia degli enti locali.

Per garantire coerenza al sistema

Dunque, a che pro nuove riforme? Non conviene lasciar perdere e occuparsi di cose più serie?
La risposta è negativa, per una ragione molto semplice.
Il sistema politico precedente, con tutti i suoi limiti, aveva una sua coerenza interna, costruita a tavolino dai padri costituenti del 1947. Il nuovo sistema, dopo queste riforme, non ce l’ha più.
La modifica del sistema elettorale, da proporzionale a maggioritario, richiede di ripensare tutto il sistema dei checks and balances tra poteri e istituzioni dello Stato. Altrimenti, il rischio è che una minoranza nel paese, in grado però di esprimere grazie al maggioritario una maggioranza in Parlamento, si mangi tutto e controlli tutto, perfino le riforme della stessa Costituzione, come rischia di avvenire con questa proposta di legge e come è avvenuto per la riforma del Titolo V nella passata legislatura.
E naturalmente questo è tanto più necessario quanto più si immaginasse di intervenire ulteriormente sulla forma di Governo o sul sistema elettorale, come probabilmente auspicabile, per rafforzare i poteri dell’esecutivo e eliminare il potere di veto dei piccoli partiti.
Allo stesso modo, il nuovo Titolo V ha introdotto una modifica nei rapporti politici e finanziari tra livelli di governo che il nostro attuale sistema istituzionale non è in grado di gestire efficientemente. Per garantire la coerenza del sistema e anche la sua sostenibilità finanziaria, è necessario immaginare nuove istituzioni che rappresentino le esigenze degli enti territoriali direttamente in Parlamento e che svolgano una importante funzione di coordinamento delle politiche e di mediazione dei conflitti tra governi.
La legge di riforma costituzionale approvato dal Senato rappresenta a suo modo una risposta a queste esigenze. Una risposta per molti aspetti sbagliata e contraddittoria. Ma le esigenze sono reali. Ricominciamo a discuterne.

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  1. Danilo FLORA

    Una parte di colpa va ricercata anche a sinistra (D’Alema e la Margherita ne hanno molta responsabilità), in quanto è stato affossato il sistema francese a doppio turno, certamente più funzionale del cancellierato tedesco e sopratutto di questo sgorbio che è stato votato.

    • La redazione

      Sono d’accordo. Anch’io ho preferenze per il sistema elettorale a doppio turno. Una ricerca che ho in corso sui comuni italiani suggerisce che laddove è applicato (comuni sopra i 15.000 abitanti), e nonostante la possibilità offerta di accorpamento delle liste al secondo turno, il sistema ha l’effetto di ridurre il ruolo dei partiti e degli elettori estremi nell’esecutivo, evitando i veti dei piccoli partiti all’azione di governo. Ne torneremo a parlare sulla voce.info.

      Massimo Bordignon

  2. Alessandro Condina

    I padri costituenti avevano valori condivisi e un’idea comune di Repubblica: su quella hanno modellato una Costituzione e una serie di istituzioni per molti versi avanzatissime e che hanno raggiunto gli obiettivi voluti (impedire la nascita di un nuovo fascismo, con troppi poteri in mano al governo). Questi di adesso (destra come sinistra, si badi) che non sono in grado di gestire la normale amministrazione, perché pretendono di emendare e migliorare un impianto così raffinato? L’errore, purtroppo, è stato introdurre e imporre un “federalismo” che non interessava a nessuno e che deve ancora dimostrare di ridurre e non aumentare burocrazia, lungaggini e sprechi della pubblica amministrazione. Il rischio, a mio avviso, è una deriva sul modello Chavéz in Venezuela.

    • La redazione

      Non condivido l’idea che la nostra costituzione fosse perfetta e non dovesse essere modificata. Alcuni aspetti, tipo il bicameralismo perfetto sono chiaramente datati (e in effetti dopo le riforme Scandinave degli anni ’70 non esistono più in nessuna parte del mondo). Condivido invece la necessità di rendere le modifiche costituzionali più difficili, nel senso di non consentire ad ogni maggioranza del momento di rifarsi la propria costituzione. Ma, come spiegato nell’articolo, dopo la modifica del sistema elettorale (non definito nella nostra costiruzione e per essere chiari in nessun altra costituzione) ciò richiede appunto….una nuova riforma costituzionale! Sul federalismo ho opinioni diverse dalle sue. Osservi che quasi tutti i paesi del mondo (moltissimi in Europa) hanno conosciuto negli anni 90 processi di decentramento finanziario e politico. Ciò suggerisce che ci siano, alla base di questi processi, fenomeni profondi e non soltanto “l’incompetenza” della nostra classe politica. Ne riparliamo in futuro.

      Massimo Bordignon

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