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Un taglio elettorale

 Aumentare per legge le ore lavorate può distruggere posti di lavoro.  Diminuire il prelievo fiscale e contributivo soprattutto sui salari più bassi può invece servire ad aumentare il numero delle ore lavorate portando più persone ad avere un impiego. Ma i tagli promessi del Governo non sembrano motivati solo da criteri di efficienza economica; guardano anche alle prossime elezioni europee. Se il Governo vuole convincerci del contrario deve accompagnare ogni taglio alle imposte con un pari risparmio nella spesa.  Gli effetti benefici sull’economia di una riduzione delle imposte sono maggiori quando non comportano un aumento del disavanzo.

L’idea di aumentare per legge le ore lavorate sembra rientrata. L’attenzione del Governo si è invece spostata sui tagli di imposta. Il cambiamento di enfasi e di strumento è quanto mai opportuno.
Una riduzione del prelievo contributivo sul lavoro, finanziata da un taglio di spese di pari importo, può avvicinarci agli obiettivi di Lisbona. Il taglio per legge delle ferie rischia, invece, di aumentare il divario in ore lavorate con i paesi che crescono di più, a partire dagli Stati Uniti.

Perché i tagli alle ferie aumentano il divario in ore lavorate

L’occupazione dipende dal costo del lavoro per ora lavorata.
Imporre per legge un numero di ore lavorate diverso da quello liberamente scelto dalla contrattazione privata può solo creare inefficienze e far salire il costo orario del lavoro.
Già il governo Jospin in Francia aveva provato a imporre per legge un orario ridotto, nell’illusione di aumentare il numero di occupati. Il risultato è stato aumentare il costo delle ore lavorate, a scapito di tutti.
L’operazione inversa, aumentare per legge il numero di ore lavorate da ogni individuo, avrebbe lo stesso effetto. Lo stipendio mensile aumenterebbe, probabilmente più che in proporzione per compensare le inefficienze create dall’intervento legislativo.
Chi ha già un impiego probabilmente lavorerebbe di più, ma ci sarebbero meno persone con un lavoro. E aumenterebbe il divario in ore lavorate con gli Stati Uniti – un divario nella percentuale di persone che hanno un lavoro molto più che nel numero di ore lavorate da chi un impiego ce l’ha (vedi lavoce.info 25/03/2004).
È meglio quindi lasciare alla contrattazione fra imprese e lavoratori la scelta su come compensare i lavoratori alla fine del mese (se con più salario o con più tempo libero).

Perché riduzioni del prelievo fiscale e contributivo sul lavoro possono servire

Se davvero vogliamo aumentare il numero di ore lavorate, la via maestra è quella degli incentivi, e in particolare delle riduzioni del prelievo fiscale e contributivo sul lavoro.
Oggi si lavora poco anche perché i redditi da lavoro sono tassati troppo.
Le conseguenze delle imposte sui redditi da lavoro dipendono da chi ne sopporta l’onere: se le imprese, che pagano un costo del lavoro più elevato, o i lavoratori, che ricevono un salario netto più basso.
Nel caso dei lavoratori che non sono tutelati dal sindacato, l’onere delle imposte è principalmente su di loro. Gli effetti dei tagli fiscali quindi si esplicano soprattutto attraverso un aumento del salario netto e tramite l’offerta di lavoro. Molti studi dimostrano che la crescita dei salari netti induce aumenti più rilevanti dell’offerta di lavoro tra chi è ai margini del mercato del lavoro, soprattutto tra le donne e i giovani. In Italia il 30 per cento delle madri non torna al lavoro dopo la maternità e quasi la metà di coloro che sono in cerca di prima occupazione hanno almeno un diploma di scuola secondaria. Si tratta in entrambi i casi di lavori potenzialmente ad alta produttività, dunque in grado di generare una forte riduzione del costo del lavoro per unità di prodotto e far crescere l’economia. Lo strumento per concentrare i tagli d’imposta su queste categorie di lavoratori sono le detrazioni fiscali.

Un seconda distorsione sull’offerta di lavoro riguarda i redditi alti. Qui il colpevole è un’elevata aliquota marginale. Lo strumento per porvi rimedio è ridurre la progressività delle imposte, che in Italia resta elevata. Ma la distorsione è meno rilevante della precedente, perché i lavoratori coinvolti sono un numero più esiguo.

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Quando i lavoratori sono tutelati dal sindacato, possono riuscire a scaricare sul datore di lavoro buona parte dell’onere fiscale. In questo caso, le imposte sul lavoro hanno anche un effetto sulla domanda di lavoro. Abbassare il prelievo farebbe scendere il costo del lavoro per le imprese e quindi potrebbe favorire la creazione di nuovi posti di lavoro. Anche qui vi sono studi che mostrano la rilevanza di questo effetto. Lo strumento per raggiungere questo obiettivo è una riduzione generalizzata del prelievo fiscale complessivo (Irpef e contributi sociali) sui redditi da lavoro medio-bassi nel settore privato. Questo intervento potrebbe anche facilitare un maggiore decentramento territoriale della contrattazione. Molti lavori a bassa produttività sono concentrati al Sud. Uno sgravio fiscale su questi redditi potrebbe forse indurre il sindacato ad accettare riduzioni del costo del lavoro che non abbassino i salari netti dei dipendenti e facilitare l’emersione del sommerso, oggi per l’80 per cento concentrato al Sud.

Queste riduzioni del prelievo fiscale per i salari bassi sarebbero un primo tassello importante di un nuovo sistema di welfare compatibile con forti incentivi al lavoro. Potrebbero essere finanziate tagliando le spese per “politiche attive del lavoro” di assai dubbia efficacia, che oggi ammontano a circa lo 0,6 per cento del Pil. È anche possibile (ma per prudenza, è meglio non contarci) che una parte della riduzione delle imposte possa essere finanziata dall’aumento della base contributiva legata all’emersione del sommerso.

Ma è questo l’obiettivo del Governo?

Ma sarebbe ingenuo pensare che l’azione del Governo sia motivata solo o soprattutto da questi criteri di efficienza economica. La principale motivazione politica per abbassare le imposte non è certo quella di aumentare le ore lavorate. La vera ragione sono le imminenti elezioni europee. L’evidenza empirica tratta da un ampio campione di democrazie mostra che, in un anno elettorale, in media il disavanzo fiscale sale di quasi mezzo punto di Pil, prevalentemente per via di tagli d’imposta. In Italia lo aveva fatto anche il governo Amato prima delle precedenti elezioni politiche. Ora lo farà il governo Berlusconi, prima di quelle europee. Anche l’entità del taglio promesso (6 miliardi di euro) è perfettamente in linea con l’esperienza dei cicli elettorali in questo e in altri paesi.
Non è detto che questa motivazione elettorale per i tagli d’imposta riduca i loro effetti benefici sull’economia. Per certi aspetti, i tagli possono anche ridurre gli effetti negativi del ciclo politico. Poco dopo le elezioni europee vi saranno le elezioni politiche, ovviamente ancora più importanti per il Governo. Si può immaginare che l’assalto alla diligenza del bilancio dello Stato sarà quasi irresistibile. È meglio quindi se la cassa è già stata svuotata, perché questo renderà più difficile spendere di più l’anno prossimo. Sempre che la cassa non sia già vuota, perché i primi dati disponibili sul fabbisogno nel 2004 sono tutt’altro che incoraggianti. Inoltre, casse vuote possono anche ostacolare tagli mirati della spesa, o riforme strutturali che richiedono misure di compensazione.

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Siamo troppo cinici a imputare una motivazione prevalentemente elettorale per i tagli d’imposta che il Governo si accinge a promettere? Il Governo ha un modo credibile per smentire questa interpretazione e mostrare le sue buone intenzioni: accompagnare ogni taglio di imposta con riduzioni di spesa di pari importo.
Renderebbe i tagli credibili e sostenibili, quindi più efficaci nei loro effetti di stimolo della crescita. Come suggerito da diversi studi, i tagli di imposta che non implicano un aumento del disavanzo riescono ad avere effetti maggiori sulla crescita.

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  1. alessio

    Gentili signori,
    concordo con quanto scritto da voi, con la solita estrema chiarezza ed elevata qualita’.
    Mi chiedevo pero’ se un’alta aliquota marginale sui redditi piu’ elevati di fatto non costituisca un disincentivo a guadagnare l’euro marginale – visto che quasi la meta’ va all’ erario – per le persone che creano la maggiore ricchezza e probabilmente posti di lavoro per gli altri.
    Penso che guadagnare bene non sia un male che va stigmatizzato se fatto correttamente e se crea valore per l’intera societa’, e che il lavoro di una classe dirigente impegnata nello sviluppo della economia nazionale vada incentivato.
    Per cui, capisco che il numero di persone coinvolte sia minimo, ma non per questo sottovaluterei l’impatto che una riduzione fiscale per i redditi elevati possa avere sull’intero stato dell’economia nazionale.

    Distinti saluti,
    Alessio

  2. Riccardo Mariani

    Concordo pienamente sul fatto che contrastare i disincentivi al lavoro sia la via maestra per aumentarlo anche nel nostro Paese. Vorrei proporre, però, una valutazione un po’ differente rispetto all’ articolo circa l’ effetto di un taglio delle imposte.
    In un mercato se l’ offerta è caratterizzata da forme di monopolio (es. sindacato) allora il monopolista avrà già spuntato il prezzo (salario) massimo. Ogni variazione uniforme dei costi (es. tasse) sarà goduta (o sopportata) dal monopolista che non ha interesse a mutare il prezzo fissato precedentemente. In un mercato concorrenziale, invece, una diminuzione delle tasse sul lavoro si traduce più facilmente in un aumento della domanda e nella creazione di nuovi posti di lavoro (non è detto che il salario netto in busta si alzi di molto).
    Aggiungo che in un mercato rigido è importante che gli incentivi al lavoro si concretizzino nella creazione di nuovi posti piuttosto che in un aumento degli orari lavorativi poichè ciò agevolerebbe il cambiamento della struttura produttiva del paese. Questo cambiamento mi sembra la via principale da seguire per attenuare gli effetti della competizione internazionale (es. Cina).
    Quindi affinchè una diminuzione delle tasse esplichi tutti i suoi effetti benefici potenziali in termini di occupazione sarebbe bene sia accompagnata da una deregolamentazione del mercato del lavoro.
    Concordo sul fatto che l’ interesse reale del Governo non sia quello di colpire i disincentivi a lavorare che caratterizzano il nostro mercato, quanto, piuttosto, quello di accendere qualche fuoco di paglia in vista delle elezioni. Non è un caso che quste misure vengano adottate giustificandole con la necessità di incentivare i consumi.
    Cordiali saluti.

    • La redazione

      Grazie per il suo commento. L’effetto nei lavori tutelati dal sindacato di cui parliamo nel nostro articolo è ricavato analiticamente in un lavoro di Daveri-Tabellini pubblicato
      su Economic Policy del 2000. Li si mostra che un sindicato monopolista riesce a spuntare un salario netto pari al reddito del lavoratore se disoccupato più un sovrapprezzo o “mark up”. La variabile cruciale dunque è il reddito se disoccupato. Se questo è esente da imposte (come è in grande misura in Italia), allora un sindacato monopolista può scaricare l’aumento di imposte sulle imprese. Ciò che resta invariato cioè è il mark up, non il salario lordo.

  3. Francesco Parini

    L’incremento di produttività è necessario per determinate attività,per altre dobbiamo ricorrere a cassa integrazione per ridurre gli stock.
    Io sostengo,e,come me, il mio professore di fisica all’università, che la svolta italiana per rilanciare lo sviluppo e sostenere la domanda è la riforma della progressività fiscale. Ma come? introducendo le detrazioni,inversamente proporzionali al reddito.
    Esempio, per una retribuzione di 100.000 € la detrazione per le spese può essere del 20%,per 15.000 € del 100%. Dovrebbero essere detraibili le spese di manutenzione per l’abitazione principale al 100% e le spese per le abitazioni date in affitto,le spese per l’affitto della casa durante la stagione estiva,in percentuale rispetto al reddito,le spese per l’aggiornamento dei figli, ma anche dei genitori,ecc.
    Solo aumentando la base imponibile si potrà diminuire la pressione fiscale partendo dai redditi più bassi.Il resto è demagogia elettorale.

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