La Banca centrale europea non cambia politica monetaria per rispondere all’apprezzamento dell’euro. Troppe incertezze per decidere un taglio dei tassi. Potrebbe però ricorrere a interventi sul mercato dei cambi acquistando le principali valute asiatiche. I vantaggi sarebbero un tasso di cambio della divisa europea coerente con l’andamento del ciclo economico in Europa e in Asia, senza effetti distorsivi nell’allocazione delle risorse nell’area euro. E l’espansione della liquidità potrebbe favorire la ripresa.

Dal luglio 2001 l’euro si è apprezzato nei confronti del dollaro statunitense di circa il 50 per cento, mente lo yen giapponese e la sterlina inglese si sono rivalutate di circa il 20 per cento. Aggiustamenti anche minori (nullo nel caso dello yuan cinese) si sono osservati per le valute di altri importanti partner commerciali degli Stati Uniti e dell’area dell’euro, quali il dollaro canadese, il won coreano e il dollaro di Taiwan.

Il conseguente apprezzamento del tasso di cambio effettivo dell’euro ha suscitato preoccupazioni crescenti in Europa. Alle dichiarazioni di disponibilità da parte dei componenti del G7, non è corrisposto un mutato atteggiamento di quelle autorità monetarie che sinora si sono opposte a un rafforzamento delle proprie valute.
La Bce può affrontare un ulteriore apprezzamento dell’euro contando unicamente sulle proprie risorse.

La via ortodossa

La reazione canonica all’apprezzamento indesiderato dell’euro è dato da un mutamento di politica monetaria, con una riduzione del tasso di sconto o una più rapida espansione della liquidità nell’area dell’euro.
Il quadro economico generale in Europa consente di dubitare che una strada del genere sarà intrapresa con la necessaria determinazione da parte della Bce. Le difficoltà nell’applicazione dei termini del Patto di stabilità e crescita, l’incertezza relativa all’ingresso di dieci nuovi paesi nell’Unione europea, l’avvicinarsi delle elezioni per il rinnovo del parlamento europeo e della scadenza del mandato della Commissione europea, sono tutti fattori che rendono molto improbabile al momento attuale un radicale mutamento della politica monetaria europea.
In alternativa alla ricetta ortodossa, ne esiste una eterodossa che presenta un certo numero di vantaggi. Consiste nel ricorso a interventi nel mercato dei cambi per l’acquisto o la vendita di valuta estera a fronte di euro da parte della Bce.

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Gli scettici e l’evidenza empirica

Il tema dell’efficacia degli interventi delle banche centrali nel mercato dei cambi è stato ampiamente dibattuto nel mondo scientifico. Da una parte, gli scettici sostengono che gli interventi sterilizzati delle banche centrali nei mercati dei cambi sono infruttuosi poiché il volume delle transazioni è nettamente superiore alle quantità trattate dalle banche centrali, che rappresentano comunque una frazione infinitesimale del valore dei portafogli di attività finanziarie degli investitori internazionali. D’altra parte, l’evidenza empirica suggerisce che gli interventi delle banche centrali alterano i corsi delle valute almeno nel breve periodo grazie sia a un effetto informativo che a uno di equilibrio di portafoglio.
In particolare, l’esperienza del Giappone nel periodo 1991-2001 dimostra come le operazioni delle autorità monetarie nel mercato dei cambi possano alterare in maniera significativa i corsi valutari. Infatti, i punti di svolta nei movimenti del tasso di cambio yen/dollaro nell’aprile 1995, nel giugno 1998 e nel maggio 1999 sono tutti associabili a massicce e continue operazioni di intervento della Banca del Giappone.

Una possibile strategia di intervento

L’impatto che eventuali operazioni della Bce nel mercato dei cambi possono avere sul valore dell’euro dovrebbe suggerire una possibile strategia di intervento. Per arrestare l’apprezzamento del tasso di cambio effettivo dell’euro, la Bce dovrebbe vendere la valuta europea.
Comunque, mentre in passato, nell’autunno del 2000, la Bce si è limitata a operare nel mercato dollaro/euro , nel contesto attuale è più appropriato non resistere la svalutazione del dollaro statunitense: le autorità monetarie europee dovrebbero intervenire, invece, per acquistare le principali valute asiatiche, quali lo yen giapponese, il won coreano e lo stesso yuan cinese.
Se questa strategia può apparire eterodossa e costituisce una violazione del fair play tra banche centrali, presenta però vantaggi innegabili.

· Una riduzione del tasso di cambio effettivo dell’euro è coerente con il più recente andamento del ciclo economico in Europa e in Asia. In tal senso, si noti che gli intereventi delle banche centrali sono più efficaci proprio quando sono impiegati nel tentativo di riportare i corsi valutari su valori coerenti con i propri fondamentali economici.

· Il riallineamento del tasso di cambio effettivo dell’euro non avrebbe effetti distorsivi sulla allocazione delle risorse nell’area dell’euro, a differenza di discutibili operazioni sulle tariffe commerciali e sulle quote doganali.

· La Bce andrebbe incontro a un guadagno in conto capitale derivante dall’apprezzamento del valore delle proprie riserve di valute estere.

· Infine sarebbe possibile, attraverso una sterilizzazione parziale delle operazioni di intervento, favorire una maggiore espansione della liquidità nell’area dell’euro facilitando la ripresa economica in Europa.

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