La più semplice è seguire il diritto societario e mettere in amministrazione controllata le squadre mal gestite. Anche il lodo Petrucci impedisce alle società con debiti verso il fisco o i giocatori di fare nuovi acquisti. Più dubbi solleva l’idea del salary cap o di una superlega europea, mentre sarebbe auspicabile una sorta di mutualità, che ristrutturi la divisione dei ricavi all’interno dell’industria del calcio in modo che anche i club più piccoli abbiano parti sostanziali degli introiti. Resta comunque il problema di un’autorità di controllo credibile.

Molti si chiedono cosa fare nell’immediato per salvare il calcio dalla crisi. La risposta logica di un economista è che le aziende gestite male in genere sono indirizzate al fallimento. Di conseguenza, la prima cosa che viene in mente è di mettere queste società in amministrazione controllata.

L’esempio inglese

Un esempio viene dall’Inghilterra. La procedura di amministrazione controllata per le squadre di calcio è la prassi normale (come del resto per le altre società).
Tra il 1999 e il 2004 è stata applicata a ventidue club che hanno visto subentrare una nuova amministrazione per alcuni mesi con il compito di risanare il bilancio.
Anche in Italia, le società di calcio, che sono società di capitali, dovrebbero essere soggette alle normali procedure del diritto societario. In questo senso, il lodo Petrucci sembra paradossalmente punitivo: i giocatori sono gli asset delle squadre e dovrebbero servire per pagare i creditori.
Meglio l’amministrazione controllata volta a evitare il fallimento. Si noti che alcune società sono, di fatto, già in clima di risanamento. Il Parma è l’esempio citato da tutti.

Per ottenere il rigore

Come riconosce il lodo Petrucci, misure per evitare che le società entrino in stato di sofferenza sarebbero ovviamente auspicabili. Cerchiamo di valutare alcune proposte sul tappeto.
Vincolo alla spesa. Sempre l’Inghilterra insegna che una regola semplice e quindi difficilmente aggirabile (applicata per esempio al Chelsea pre-Abramovich) sarebbe impedire che le società che presentano debiti verso l’erario e verso i giocatori possano acquistare nuovi calciatori. Il lodo Petrucci la fa propria e mi sembra una buona proposta: in pratica impone una specie di amministrazione controllata (sul lato della spesa) volta al risanamento forzato prima che la situazione possa degenerare.

Contratti contingenti. Una delle misure di cui si va vociferando sembra molto sensata e forse urgente, soprattutto per le piccole squadre: quella dei contratti contingenti.
Una volta ancora l’esempio inglese insegna. Delle ventidue squadre citate prima, quattordici avevano subito retrocessioni nelle cinque stagioni precedenti. Solo cinque hanno fatto esperienza di Premiership, le altre appartengono tutte alla prima o seconda divisione. La retrocessione è una punizione enorme, in termini di ricavi, per una squadra di calcio e poche riescono a sopravvivere se legate a contratti preesistenti. Infatti le leghe dei grandi sport americani sono “leghe chiuse”, dove non è contemplata la retrocessione. Questo semplice fatto diminuisce di molto la penalità di fallire (nel senso sportivo) e quindi gli incentivi allo sperpero.
Sono convinto che per la storia del calcio europeo una lega chiusa non sia né fattibile né auspicabile. Gli ingaggi vanno quindi legati ai ricavi (più ancora che alla performance), soprattutto per quanto riguarda le squadre più piccole, le più vulnerabili e a rischio retrocessione.

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Salary Cap. Si vedano gli interventi di Garibaldi e Lucifora su lavoce.info
Licenze UEFA. Per ottenere licenze UEFA, le società di calcio devono presentare conti che rispettino determinati parametri. Questa misura non soffre dei problemi del salary cap, si applica per definizione direttamente a tutta l’Europa ed è facilmente controllabile.
La superlega europea. È la più fantasiosa delle soluzioni, ma convincente e oggi forse non molto lontana. L’idea è che ormai l’avanzamento tecnologico delle pay-tv abbia tracciato un solco netto e non più risanabile fra grandi e piccole squadre. Le piccole, per mantenere il passo con le altre, sono quindi risucchiate in un gioco più grande di loro. Soluzione: i grandi club vadano per conto proprio.
Si intravedono per altro due problemi. A meno che la Tv non abbia cambiato le preferenze dei tifosi, credo che a molti spiacerebbe lo svilimento del campionato nazionale.
In secondo luogo, non è del tutto chiaro perché una superlega non dovrebbe presentare domani gli stessi problemi che presenta oggi il campionato italiano o spagnolo. Il vantaggio, come per le licenze UEFA, è che non avrebbe una competizione superiore, facilitando così l’adozione di misure volte al contenimento della spesa dei club.
Mutualità. Soluzione opposta alla superlega, suggerisce invece di ristrutturare la divisione dei ricavi all’interno dell’industria in modo che anche le squadre più piccole partecipino a sostanziali fette degli introiti (l’esempio è la Premier League inglese).
Questa soluzione appare convincente sotto molti aspetti. Innanzitutto, diminuisce l’incentivo dei club a rincorrere gli altri nelle spese, in quanto parte dei ricavi generati dal singolo club che spende e vince, sono divisi tra tutti. In termini economici, si può dire che si internalizza parte dell’esternalità negativa del gioco a somma zero e della corsa agli armamenti che i club effettuano fra loro.
In secondo luogo, sancisce un principio fondamentale, legato alla particolare natura della competizione sportiva: i grandi club hanno bisogno dei piccoli per giocare il campionato; per “realizzare” lo spettacolo sportivo è necessario che un club abbia rivali.
In terzo luogo, la “mutualità” potrebbe garantire un maggior equilibrio competitivo fra piccole e grandi squadre, rendendo il campionato più incerto e, quindi, più interessante. Infine, rispetto all’ipotesi superlega, salverebbe i campionati nazionali. Dato che il calcio è competizione a livello europeo, la mutualità dovrebbe essere garantita a tale livello sia per le competizioni europee, sia all’interno dei singoli campionati.

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Il problema dell’autogoverno

Una importante considerazioni conclusiva. C’è un po’ di confusione fra misure che nascono soprattutto per l’esigenza di garantire equilibrio alla competizione sportiva e che disincentivano lo spreco (esempio: salary cap e mutualità), e quelle che vogliono invece evitare una cattiva gestione e il fallimento.
Per queste ultime la soluzione è molto semplice: basterebbe un generico vincolo sulla situazione finanziaria complessiva, tipo licenze UEFA. Chi non risponde ai parametri va in amministrazione controllata finché non li soddisfa. Con due precisazioni, però: ci vuole un’autorità credibile e dei controlli seri. Non certo una Covisoc che indirizza a fantomatiche finanziarie o che accetta fideiussioni false.
Per una Maastricht del pallone è fondamentale che esista un organismo indipendente che abbia gli strumenti per far rispettare le regole. E l’UEFA non è sicuramente tale organismo.
Lo dimostra chiaramente l’intervista rilasciata a “Le Monde” dal presidente della lega calcio francese Thiriez, che denuncia il rinvio delle fasi 2 e 3 delle procedure decise per l’ottenimento delle licenze UEFA.
Se una schiera di seriosi banchieri centrali e ministri finanziari è ricattabile da Francia e Germania nel non applicare le sanzioni previste dal Trattato di Maastricht, figuriamoci la UEFA di fronte a Real Madrid e Milan.
Il problema vero è allora un altro: la capacità di autogoverno di organismi come la Lega calcio e l’UEFA. Ma nessuno sembra parlarne.

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