Lavoce.info

La politica economica dei luoghi comuni

Invocare una sterzata decisa alle politiche macroeconomiche per uscire dalla mini-recessione è utopistico. Possono forse stimolare l’economia nel breve periodo, ma pagandone i costi nel medio. Si dovrebbe invece preparare il terreno ottimale per l’aumento della produttività del settore privato. I governanti europei dovrebbero preoccuparsi di varare riforme strutturali, con un piano serio e concreto che ne limiti le ricadute sulle fasce sociali più deboli, anziché criticare la Banca centrale europea o fantasticare sugli investimenti pubblici.

Mentre i grandi si riuniscono a Bruxelles, uno spettro si aggira per l’Europa: l’attivismo macroeconomico.

Di fronte alla persistente stagnazione, molti economisti e policymakers sembrano avere ritrovato l’entusiasmo per politiche macroeconomiche espansive ed interventiste, variamente designate come “svolta”, “scossa al sistema”, “motore della crescita” eccetera. Questo entusiasmo è mal riposto e pericoloso; ma prima di vederne il perché, vediamo schematicamente come esso si articola.

Politica monetaria
. “La Banca centrale europea è ossessionata dall’inflazione, mentre è necessario decidere la politica monetaria anche in funzione anticiclica“.

Questa posizione non tiene alla prova dei fatti.
(i) Ciò che conta per l’ economia è il tasso di interesse reale: come ha messo in rilievo un recente rapporto del Cepr
, questo è ora ben di 3 punti percentuali inferiore alla media in Germania nel periodo 1960-98.
(ii) Un buon modo di descrivere la politica monetaria dei paesi industrializzati è attraverso la Taylor rule, secondo cui il tasso di interesse deciso da una Banca centrale dovrebbe aumentare quando il Pil è sopra il Pil potenziale, per raffreddare l’ economia, e viceversa quando il Pil è sotto il potenziale. Usando Taylor rules plausibili, la politica monetaria attuale è probabilmente troppo espansiva, non troppo rigida, perché il Pil è basso, ma il Pil potenziale è ancora più basso.
(iii) La “core inflation” in Europa negli ultimi quattro anni ha quasi sempre sorpassato il target di inflazione della Bce del 2 per cento.

Si può obiettare a tutto questo che il target di inflazione del 2 per cento che la Bce si è data è troppo basso; e sono in molti a ritenere che, piuttosto che continuare a sforare il target, sia meglio alzarlo. Ma è difficile pensare che questa mossa di per sé consentirà una ulteriore significativa riduzione del tasso di interesse reale e porterà l’Europa fuori dalla stagnazione.

Si può inoltre criticare l’attenzione esclusiva della Bce all’inflazione, a scapito di altre variabili come la disoccupazione. Ma il sempre il rapporto del Cepr mostra come, di fatto, la Bce abbia reagito non solo all’inflazione, ma anche a indicatori reali nel decidere la politica monetaria. Inoltre la dichiarazione del 1998 secondo cui l’unico scopo della Bce è il controllo dei prezzi aveva e ha una sua motivazione: aumentare la credibilità della Bce, per diminuire in futuro i costi – in termini di disoccupazione – di controllare l’inflazione. Cambiare le regole non appena l’Europa entra in una piccola recessione potrebbe forse portare qualche piccolo vantaggio nel brevissimo periodo in termini di una politica monetaria leggermente più espansiva; ma può comportare alti costi in futuro proprio in termini di disoccupazione.

Politiche di bilancio.Occorre un’espansione fiscale coordinata a livello europeo“.

Per motivi sia politici che economici, è irrealistico pensare che un singolo paese possa attuare una politica fiscale espansiva efficace. Politicamente, perché violerebbe il Patto di Stabilità e di crescita; economicamente, perché in un paese che agisca isolatamente parte della domanda generata dalla spesa pubblica aggiuntiva si riverserebbe all’estero. Una espansione fiscale coordinata riduce la perdita di efficacia fiscale attraverso il canale estero.

Leggi anche:  Arrivano i titoli NextGen: saranno il safe asset del futuro?

Anche questa posizione non tiene alla prova dei fatti.

(i) La posizione fiscale di molti paesi europei appare perfettamente adeguata alla congiuntura economica. Molti paesi, compresa l’Italia, sono vicini al fatidico valore del 3 per cento del rapporto deficit/Pil (e sarebbero probabilmente ben oltre senza vari accorgimenti contabili). Questo in una situazione sì di stagnazione, ma raramente – e in ogni caso solo brevemente – di crescita negativa. Se un deficit del 3 per cento non è sufficiente ora, cosa si invocherà se le economie europee fossero colpite da una recessione quale quella del 1974-75 – un deficit del 10 per cento del Pil?

(ii) Vi è qualche evidenza empirica recente (si veda Perotti (2004)) che i moltiplicatori fiscali ipotizzati dai modelli econometrici delle banche centrali e delle istituzioni internazionali – già solitamente più bassi di quelli usati in passato – sono probabilmente ottimistici. È difficile trovare nei dati evidenza di moltiplicatori della spesa pubblica superiori ad 1 – e un moltiplicatore inferiore a 1 significa che almeno uno tra consumi privati, investimenti o esportazioni nette diminuisce in conseguenza dell’aumento della spesa pubblica.

Non solo, ma la stessa evidenza empirica mostra che gli effetti delle politiche di bilancio sono drasticamente diminuiti nell’ultimo ventennio: mentre la spesa pubblica può aver avuto qualche effetto keynesiano negli anni Sessanta e Settanta, è ora molto difficile trovare supporto empirico per l’idea che aumenti di spesa contribuiscano ad aumentare il Pil totale nel medio periodo. Anzi, c’è evidenza che gli investimenti e anche i consumi privati sono spiazzati dalla spesa pubblica.

Tagli alle tasse.Tagliare le tasse per rilanciare i consumi e quindi l’economia“.

Ci si dimentica spesso che vi sono due approcci, quasi antitetici, a un taglio delle tasse. Il primo è l’approccio di Reagan (e probabilmente di Bush oggi): tagliare le tasse per costringere i governi futuri a tagliare o contenere la spesa. Questa misura può avere effetti espansivi (anche se difficilmente misurabili) nel breve, ma i suoi sostenitori la interpretano prevalentemente come una misura sull’offerta. Il secondo approccio è quello di gran lunga prevalente nel panorama italiano: tagliare le tasse per “rilanciare” la domanda, soprattutto rimettendo potere d’acquisto nelle mani delle famiglie. La differenza con il primo approccio non è solo semantica. Sarebbe bello poter tagliare le tasse e non pensarci più; ma prima o poi, dopo un taglio alle tasse è necessario o aumentarle di nuovo e oltre il livello di partenza per ripagare il deficit intervenuto – una misura che ovviamente vanificherebbe lo scopo stesso del taglio iniziale; oppure diminuire la spesa. Ed è interessante notare come quasi mai coloro che in Italia chiedono un maggiore trasferimento di risorse alle famiglie attraverso tagli alle tasse si pongano il problema di come finanziarli: se con un aumento di altre entrate o con un taglio alle spese. L’alternativa ovviamente – anch’ essa molto popolare di recente – è illudersi che i tagli alle tasse generino una tale espansione del Pil da ripagarsi da sé attraverso le maggiori entrate. Ma, sulla base di quanto abbiamo detto riguardo agli effetti delle politiche fiscali, questa curiosa combinazione di keynesismo estremo e Reaganomics è semplicemente irresponsabile. Si può non essere d’ accordo con lo scopo dei tagli alle tasse “alla Reagan”; ma i tagli alle tasse “all’europea” sono semplicemente non fattibili.

Leggi anche:  Capitale, debito e piani di ripresa e resilienza

Investimenti pubblici. “Un programma europeo di investimenti pubblici è indispensabile per aumentare la produttività del settore privato.”

Consci che la vecchia nozione degli investimenti pubblici come motore della domanda aggregata è oggi difficilmente presentabile, i sostenitori odierni ne propongono una versione a prima vista assai differente: gli investimenti pubblici sono indispensabili per aumentare la produttività del settore privato.
Vi sono almeno due problemi con questa visione. L ‘idea di un piano di investimenti pubblici è strettamente legata alla nozione che i Governi sappiano “scegliere i vincitori” (pick the winners), cioè scegliere in quali settori i ritorni sociali siano più alti. Anche qui, la storia del nostro paese dovrebbe insegnare che i governi hanno un pessimo record nel scegliere i vincitori: investimenti che sembravano palesemente meritori, come gli stabilimenti petrolchimici nel deserto, si sono poi rivelati nel lungo periodo fallimentari, e addirittura controproducenti. Non c’è motivo di ritenere che le cose stiano diversamente oggigiorno. 
Idee costosissime come le autostrade del mare, il ponte sullo stretto di Messina o la Lisbona–Kiev sono il frutto di visioni intellettualistiche che rivelano scarsa dimestichezza con la realtà economica, come elementari analisi costi–benefici dimostrano facilmente (vedi Boitani e Ponti)
; o peggio ancora, sono ispirate prevalentemente da motivazioni politiche, o semplicemente dal desiderio di accaparrarsi i fondi europei. (vedi Ponti)

Questo ci porta al secondo motivo per cui il rinascente entusiasmo per gli investimenti pubblici è pericoloso: è, molto banalmente, che essi costano risorse. È diventata molto popolare in anni recenti la nozione della Golden Rule, secondo cui gli investimenti pubblici possono essere finanziati con debito perché alla lunga si pagano da sé con i maggiori introiti fiscali che essi generano. Ma bastano pochi calcoli per mostrare che ciò richiede un enorme effetto volano degli investimenti pubblici, un valore totalmente implausibile.
Per deludente e minimalista che possa sembrare, la conclusione di tutto questo è che invocare una sterzata decisa alle politiche macroeconomiche per uscire dalla mini-recessione è utopistico. Le sole politiche macroeconomiche possono fare poco, eccetto forse stimolare l’economia nel breve periodo, ma pagandone i costi nel medio periodo. Ciò che i policymakers possono fare è preparare il terreno ottimale per l’aumento della produttività del settore privato. Questo però richiede non politiche macroeconomiche, bensì riforme strutturali, nei mercati dei beni, del lavoro, e del credito. Ma fare riforme strutturali è molto più costoso politicamente, non solo perché va a toccare interessi di settori privilegiati, ma perché, è inutile negarlo, in alcuni casi può creare disagi nel breve periodo. La vera sfida è rendere politicamente fattibili le riforme strutturali assicurandosi che non creino eccessivi disagi sociali nelle parti più povere della popolazione. Per raggiungere questo obiettivo sarà necessario chiedersi dove reperire le risorse per proteggere efficacemente i più deboli durante la transizione, e come proteggerli. Ma ovviamente è molto più facile criticare la Banca centrale europea o fantasticare sugli investimenti pubblici piuttosto che redigere un piano serio e concreto che renda politicamente praticabili le riforme strutturali.

 

Lavoce è di tutti: sostienila!

Lavoce.info non ospita pubblicità e, a differenza di molti altri siti di informazione, l’accesso ai nostri articoli è completamente gratuito. L’impegno dei redattori è volontario, ma le donazioni sono fondamentali per sostenere i costi del nostro sito. Il tuo contributo rafforzerebbe la nostra indipendenza e ci aiuterebbe a migliorare la nostra offerta di informazione libera, professionale e gratuita. Grazie del tuo aiuto!

Precedente

Che cosa sono e a che cosa servono i “feed rss”

Successivo

Il Governo del carrello

  1. Melisso Boschi

    Fa piacere sapere che qualcuno ha il coraggio e l’onestà intellettuale di sostenere argomenti così impopolari.

  2. Fiorella Bachechi

    Sono consapevole della mia ignoranza, ma tutte le volte che si parla genericamente di riforme strutturali mi piacerebbe che venissero specificate.
    A mia giustificazione ricordo che tutti i soggetti politici e economici da alcuni anni parlano ossessivamente di riforme strutturali, ma solo quando vengono precisate si capisce quali auspicare e quali sperare che non vengano mai attuate.
    Perchè per chiarezza non incominciate voi a precisarle tutte le volte che le invocate????

    • La redazione

      Lei ha ragione, ma in 6000 battute (il limite per gli interventi su La Voce, peraltro spesso oltrepassato, anche dal mio intervento in questione) e’ difficile essere specifici. Ma se posso essere un po’ immodesto, il mio piccolo contributo di proposte concrete per riforme specifiche l’ ho dato: in un libro con Boeri, in cui facciamo una proposta dettagliata di riforma
      del welfare state, e in una serie di lavori e di interventi (anche qui su La Voce) sulla riforma dell’ universita’ Italiana.
      Roberto Perotti

  3. Corrado Truffi

    Concordo in pieno con l’analisi sugli effetti e le diverse logiche delle riduzioni di tassazione.
    Non mi sembra affatto convicente invece che le politiche espansive o infrastrutturali siano, per motivi imperscrutabili, comunque negative. Ma a parte questo – che è un’opinione come un’altra – mi sembra che:
    1) il quadro delineato nell’articolo implica che NON SI PUO’ fare nulla per la crescita. In pratica, non solo sono impotenti le politiche nazionali, ma lo sarebbero perfino quelle eventualmente concertate a livello europeo. Se fosse vero, anche le politiche dei governi USA sarebbero ininfluenti sull’economia USA (vista la dimensione analoga dei due spazi economici): il che non mi sembra affatto empiricamente vero. Il fatto è che la politica economica europea, se ci fosse, non sarebbe la somma delle politiche nazionali nè il bilancio europeo una mera somma di bilanci nazionali…
    3) a mio parere, per di più, anche se fosse vero che gli effetti di moltiplicatore keynesiano sono finiti o dubbi, le politiche economiche “espansive”, se hanno una struttura qualitativa intelligente, sono di per sé un fatto positivo. Infatti, un mix di più stato sociale equo, più investimento in istruzione e ricerca, più spesa per reti di protezione dal rischio e quindi per consentire più flessibilità del lavoro senza angoscia e insicurezza, più progressività e in genere più redistribuzione del reddito, sono “buona cosa” non tanto per inseguire l’incremento del PIL, ma quello della qualità della vita e per ridurre il livello di diseguaglianza delle nostre società. Il che dovrebbe essere un obiettivo importante quanto l’aumento della produzione.

    Sarebbe proprio ora, in effetti, che tutti si ragionasse in termini di Indice di Sviluppo Umano e non solo di PIL…

    Beh, grazie dell’attenzione e scusate le divagazioni e la lunghezza.

    • La redazione

      Sono d’ accordo che molte delle politiche che lei cita potrebbero avere effetti positivi. Sono meno ottimista di lei sugli effetti di maggiori spese per ricerca e istruzione, che spesso si risolvono in regali alle varie lobby senza alcun effetto di incentivo; contrariamente a quanto si crede, il fatto che queste spese abbianoi l’ etichetta “istruzione e ricerca” non significa necvessariamente che alzino il capitale umano del paese: spesso alzano solo gli stipendi di professori universitari improduttivi, tanto per fare un esempio a me caro. Sono anche perplesso dall’ opinione diffusa secondo cui qualsiasi aumento della progressivita’ e’ una buona cosa: immagino ci debba essere un limite alla progressivita’,
      oltre il quale le distorsioni imposte all’ economie sono cosi’ alte che ne risentono tuttti.
      Sono invece d’ accordo con lei che una rete di protezione sociale piu’ efficiente, per esempio, sarebbe molto auspicabile. Ma anche questo, come argomento in un mio libro recente con Tito Boeri, puo’ essere fatto senza
      aumentare la spesa complessiva.

      In ogni caso, non sono queste le misure a cui mi riferivo nel mio intervento, che trattava solo di politiche anticicliche.
      Il senso del mio intervento non era, come lei sottolinea, che non si puo’ far nulla per la crescita: come sanno bene i paesi latino americani negli anni 80, e’ facilissimo drogare l’economia per due anni con una politica fiscale espansiva. Ma aumentare le spese (o diminuire le tasse) e non
      pensarci piu’ e’ una bella idea, che pero’ sfortunatamente appartiene al mondo delle favole. Prima o poi bisogna tornare alla realta’, che e’ tanto piu’ stringente quanto piu’ un paese parte da un debito pubblico alto. E la crescita drogata di qualche trimestre si paga nel medio e lungo periodo.

      Roberto Perotti

  4. Luciano Scarlatti

    Si parla sempre più spesso della crisi del capitalismo oltre a quella del comunismo
    (ormai morto) non intesa ovviamente come un deperimento del modello economico
    ma semmai di un suo inasprirsi e nella sua incapacità di ridistribuire la ricchezza.
    Siccome le misure anticicliche che lei dice rientrano in quest’ultimo modello,
    non crede che forse potrebbero essere trovati modelli alternativi di economia
    per risolvere il problema. In sintesi: invece che porre toppe, perchè non fare un
    nuovo vestito? Ovviamente tale soluzione (se esiste) può non essere applicabile
    ad un singolo paese ossia scollegato dal resto del mondo, ma nel caso, quale
    potrebbe essere? Cosa ne pensa del modello di “economia partecipativa”?

    • La redazione

      Il discorso sarebbe ovviamente lungo, ed io non sono la persona adatta a farlo. Non conosco bene la nozione di “economia partecipativa”, ma per quel che puo’ valere la mia opinione, sono scettico sui modelli alternativi al
      capitalismo. Se il problema e’ la redistribuzione del reddito, vi sono strumenti che possono essere usati senza snaturare il capitalismo, basta volerli usare.

      Cordiali saluti
      Roberto Perotti

Lascia un commento

Non vengono pubblicati i commenti che contengono volgarità, termini offensivi, espressioni diffamatorie, espressioni razziste, sessiste, omofobiche o violente. Non vengono pubblicati gli indirizzi web inseriti a scopo promozionale. Invitiamo inoltre i lettori a firmare i propri commenti con nome e cognome.

Powered by WordPress & Theme by Anders Norén