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In crisi di identità

D’Amato lascia una associazione in crisi di identità. Dall’apertura a nuovi comparti sono nate forti contraddizioni e l’impossibilità di conciliare interessi troppo diversi, come quelli delle imprese di Stato e di quelle esposte alla concorrenza. Né maggior fortuna ha avuto il tentativo di rilanciare Confindustria come soggetto politico. Per continuare a vivere, l’organizzazione dovrà valorizzare interessi generali degli imprenditori e la loro immagine nel paese, offrendo rappresentanza alle aspirazioni delle piccole imprese a diventare più grandi. Banchi di prova le politiche dell’immigrazione, il decentramento della contrattazione e i conflitti di interesse nel governo delle imprese.

Una delle prime apparizioni pubbliche di Antonio D’Amato alla guida di Confindustria fu a un convegno sul futuro del sindacato, nel giugno del 2000. In quella occasione, il neo-presidente dell’organizzazione degli imprenditori ironizzò sul fatto che le associazioni dei lavoratori possono anche cessare di esistere, mentre l’impresa, da lui rappresentata, avrebbe avuto vita eterna. Oggi, D’Amato lascia al suo successore un’organizzazione che attraversa una crisi di identità profonda, al punto che è legittimo interrogarsi sul suo futuro. Mentre il sindacato sembra avere ritrovato un’insperata unità di intenti.

Un’associazione in difficoltà

Confindustria non rende noti i dati sugli iscritti nel corso degli anni. Una misura del valore di questa organizzazione per gli imprenditori è fornita dai contributi versati dalle associazioni territoriali. Questi sono rimasti stabili in termini reali negli ultimi sei anni, nonostante Confindustria abbia alzato fino al 50 per cento le quote associative e abbia allargato il suo raggio d’azione a nuovi comparti (terziario avanzato, trasporti, Eni, imprese ex-Iri, imprese pubbliche e municipalizzate). Si odono spesso lamentele presso gli imprenditori sul costo eccessivo della burocrazia. Segno che l’organizzazione per gli iscritti costa di più di quanto valga.
Per ovviare alle crescenti difficoltà nel raccogliere contributi al suo interno, l’organizzazione ha dovuto nelle ultime gestioni ricorrere a importanti trasferimenti dalla casa editrice Sole24Ore.

La “strategia estensiva” di questi anni ha lasciato un’eredità pesante: molto difficile conciliare gli interessi di industrie protette con quelli di imprese che si trovano esposte alla concorrenza. Bisogna prendere la parte dell’Enel che chiede di aumentare le tariffe elettriche oppure tenere conto degli interessi delle imprese grandi fruitrici di energia elettrica?  Bisogna appoggiare le richieste di aiuti di stato dell’Alitalia oppure favorire una maggiore concorrenza, dunque prezzi più bassi per le imprese, nel trasporto aereo? L’ultima relazione dell’Antitrust (vedi Polo) documenta le contraddizioni stridenti che attraversano una rappresentanza di interessi così diversi: le imprese italiane che hanno perso quote di mercato a livello internazionale sono proprio quelle che sono costrette, per operare, ad acquistare beni e servizi dai settori protetti. Insomma, i nuovi iscritti sono spesso una palla al piede, più che un alleato.
Forse per questo la gestione D’Amato ha giocato sul rilancio di Confindustria come soggetto politico. Questo spiegherebbe anche l’orizzonte angusto (una legislatura al massimo) di talune battaglie, come quella sulla decontribuzione per i nuovi assunti, nel tentativo di trasferire ancor più sulle spalle del contribuente generico prelievi che dovrebbero gravare unicamente sui datori di lavoro. La politicizzazione di Confindustria ha finito inevitabilmente per spaccare l’organizzazione (come spaccato è stato il paese in questi anni) e renderla subalterna ad un Governo guidato da un imprenditore. E proprio questo collateralismo ( vedi Duca d’Acros) ha fortemente indebolito Confindustria nella contrattazione con il Governo, perché ha reso meno credibile la minaccia di opporsi alle scelte dell’esecutivo, e con gli stessi sindacati, offrendo una sponda alle componenti più ideologizzate delle organizzazioni dei lavoratori ( vedi Bordogna). In questo modo Confindustria ha perso al tempo stesso peso politico ed efficacia come gruppo di pressione, mentre aumentava la conflittualità nelle relazioni industriali.

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Piccoli, ma per diventare grandi

Al contrario del suo predecessore, Luca di Montezemolo dovrebbe forse accettare l’idea di un convegno sul futuro di Confindustria. Non è affatto scontato che una struttura centrale così costosa debba continuare ad esistere e che non sia meglio devolvere la rappresentanza degli imprenditori alle associazioni territoriali e di categoria, impegnate sul fronte della contrattazione.
Se Confindustria vuole continuare a esistere dovrà cercare di valorizzare interessi generali degli imprenditori che hanno, giocoforza, orizzonti lunghi, come quelli degli investimenti.

Dovrà, ad esempio, impegnarsi nel sostenere politiche realistiche dell’immigrazione: paradossale il silenzio di viale dell’Astronomia prima sul decreto flussi, poi sulla decisione del Governo italiano di chiudere le porte in faccia ai nuovi cittadini dell’Unione europea.
Dovrà anche cercare di superare il conflitto fra grandi e piccole imprese. Il promesso spostamento del baricentro dell’organizzazione verso quel 95 per cento degli iscritti raccolto nell’impresa minore non c’è stato nell’era D’Amato. Forse perché si sono volute esaltare le virtù del piccolo che rimane piccolo, “dell’imprenditore che ipoteca la propria casa anziché raccogliere capitale di rischio o emettere obbligazioni” nelle parole di Nicola Tognana. Mentre la rappresentanza dell’impresa minore non è esaltazione delle piccole dimensioni, bensì impegno nel garantire a queste imprese maggiori opportunità di crescere. Fra queste opportunità rientra anche un maggiore decentramento della contrattazione. Perché la centralizzazione difesa a spada tratta dalle associazioni di categoria è un freno oggettivo al decollo di una contrattazione più attenta alle esigenze di produttività e formazione delle piccole imprese. La contrattazione decentrata potrebbe anche ridare vigore a molte associazioni territoriali che, sopravvissute alle infinite riforme organizzative di questi anni (vedi Lanzalaco), rischiano comunque l’estinzione.

Un nuovo ruolo politico dell’organizzazione e al tempo stesso una migliore immagine di Confindustria presso i cittadini potrebbero essere trovati nella risoluzione dei conflitti di interessi e nella trasparenza nel governo delle imprese. Un bel segnale se Confindustria, in occasione del dibattito parlamentare sul disegno di legge governativo sul risparmio, prendesse nettamente posizione a favore di un rafforzamento dei poteri delle authority e chiedesse sanzioni più forti di fronte a infrazioni delle norme a tutela dei risparmiatori. Mostrerebbe molto più coraggio del nostro Presidente del Consiglio imprenditore (che ha chiesto di “evitare una caccia alle streghe contro gli imprenditori”) e una capacità di risolvere i conflitti di interesse che non è proprio di tutti.

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  1. Riccardo Mariani

    Stante la nostra legislazione del lavoro è possibile fare una previsione sulle conseguenze qualora Confindustria proclamasse il suo autoscioglimento? Potrebbe essere questa un’ arma per combattere efficacemente l’ istituto corporativo della concertazione o sarebbe necessario un intervento legislativo?
    Cordiali saluti.

    • La redazione

      Confindustria, in quanto organizzazione centrale, non è coinvolta direttamente nella contrattazione salariale. Sono le associazioni di categoria a gestire la contrattazione. Confindustria, invece, è parte integrante della cosiddetta concertazione, per la cui abolizione, ammesso e non concesso che sia auspicabile, non sembra necessario alcun intervento legislativo.
      cordiali saluti

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