Dopo la gestione D’Amato, con il suo magro bilancio, sarà facile per la nuova presidenza riportare Confindustria su posizioni di maggiore indipendenza dal Governo. Sarà più difficile ricostruire le ragioni che giustificano l’esistenza stessa dell’organizzazione. Abbandonata l’originaria vocazione industrialista, ha ampliato tropo i suoi confini, fino a rendere inefficace la sua azione. Gli interessi imprenditoriali finiranno perciò con il riorganizzarsi al di fuori del suo ambito. A meno che Montezemolo non riesca a ridarle lo smalto perduto

L’elezione di Luca Cordero di Montezemolo alla presidenza della Confindustria rimedierà all’eccessiva vicinanza dell’organizzazione al governo Berlusconi. Difficilmente, però, potrà porre un freno al suo progressivo disfacimento.

Le colpe della gestione D’Amato

Una delle principali colpe dei quattro anni di gestione di Antonio D’Amato è stata quella di aver modificato la tradizionale posizione di almeno dichiarata autonomia della Confindustria dai vari esecutivi, schierandola apertamente con il Governo di centro-destra.
Il ragionamento, rozzo, ma non privo di una sua efficacia presso la base imprenditoriale, dell’ormai sconfitto gruppo dirigente confindustriale era: se il sindacato funge da cinghia di trasmissione per i partiti del centro-sinistra, perché la Confindustria non può fare altrettanto con il centro-destra? Il collateralismo di D’Amato si è manifestato in un costante, e acritico, sostegno (di dati, di analisi, di comunicazione mediatica, persino di preparazione delle “slides”) alle tesi governative, anche quando altri “poteri forti” (il pensiero va ovviamente alla Chiesa e alla Banca d’Italia) hanno cominciato a marcare il loro distacco dal Cavaliere.

Naturalmente, l’appiattirsi sulle posizioni del Governo è sciocco da un punto di vista negoziale. Infatti, i risultati concreti della gestione di D’Amato sono stati insignificanti. E questo è stato alla fin fine il vero motivo della sua sconfitta.
La spaccatura del sindacato sulla questione dell’articolo 18, peraltro favorita dal massimalismo della Cgil, ha portato a ben poco, a parte alcuni ritocchi marginali (anche se abbondantemente strombazzati) alla legislazione del mercato del lavoro.

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Nulla è stato ottenuto sulle pensioni, sull’imposizione fiscale e contributiva, sui servizi di pubblica utilità, sui fondi per l’innovazione: tutte le cose che dovrebbero stare a cuore a chi si preoccupa della competitività del Paese.
Vi è da chiedersi perché la Confidustria abbia mostrato questa scarsa sagacia tattica, non prendendo per tempo le distanze dal Governo e così rafforzando la propria posizione negoziale. Probabilmente la risposta va cercata nelle agende e negli obiettivi personali della maggior parte del gruppo dirigente, non solo degli imprenditori, ma anche buona parte dei direttori di viale dell’Astronomia. Speravano forse di barattare i favori accordati al Governo con qualche sinecura nel ricco orto della politica: nei prossimi mesi scopriremo se hanno avuto ragione.
Data l’insoddisfazione della base imprenditoriale per la passata gestione, Montezemolo avrà gioco facile a riportare la Confindustria (e il suo giornale) su posizioni di maggior indipendenza dall’esecutivo, non necessariamente di opposizione.

Troppo grande per essere efficace

Ben più difficile sarà ricostruire le ragioni che giustificano l’esistenza stessa dell’organizzazione. Qui il problema viene da lontano.
Nel corso dell’ultimo decennio, la Confindustria ha adottato un modello “imperiale”, abbandonando l’originaria vocazione industrialista e inglobando pezzi crescenti delle ex-imprese di Stato. Sono così entrate nell’organizzazione l’Eni, la Rai, la Telecom e le altre aziende ex-Iri, le Autostrade, le Ferrovie di Stato. Da ultimo, la porta si è spalancata anche per l’Enel e le aziende municipalizzate. In pratica, escludendo artigiani e commercianti, mancano solo le banche.

L’ampliamento senza tregua dei confini della Confindustria porta solo apparentemente a un maggior potere lobbystico. In realtà, alla lunga, ne rende del tutto inefficace l’azione. Mantenere sotto lo stesso tetto la Fiat e le Ferrovie, i produttori e gli utilizzatori di energia, alimentari e grande distribuzione significa svuotare l’azione confindustriale di ogni capacità di pressione.
Gli unici due punti su cui tutti sono d’accordo rimangono l’opposizione a un sindacato sempre più debole e la richiesta di abbassare le tasse, che peraltro la dura realtà dei conti pubblici rende poco più di una pia illusione.
Al di là di questo minimo comune denominatore (a cui si potrebbe aggiungere la critica al sistema bancario, se questa non fosse resa poco opportuna dal fatto che le banche hanno in mano buona parte delle grandi imprese del paese), resta poco che giustifichi l’appartenenza a un club costoso e neanche più tanto prestigioso.

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Quale sarà la fine della Confindustria? Probabilmente quella di tutti gli imperi troppo ingordi: l’organizzazione rimarrà in vita come un simulacro, con una propria vuota liturgia, mentre gli interessi imprenditoriali si riorganizzeranno secondo gruppi piccoli e coesi, per linee territoriali o, più facilmente, di categoria. Più o meno come succede in tutti i paesi avanzati (a parte la Germania), dove non esiste una forte organizzazione imprenditoriale generale, ma la lobby è affidata alle associazioni settoriali o alle singole imprese.
A meno che Montezemolo non riesca a inventare un nuovo motore per una vecchia carrozzeria.

 

 

 

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