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La macroeconomia dei comunicati stampa

Le recenti esternazioni di Banca d’Italia e Tesoro sul debito pubblico non sono solo un’altra battaglia nella guerra tra queste due istituzioni, ma tentativi genuini (benché a volte un po’ maliziosi) di fare chiarezza su di un problema oscuro ma non secondario – dopotutto, si sta parlando di quasi 22 miliardi di euro per il 2003, circa l’1,7 per cento del Pil. Questa chiarezza è doppiamente benvenuta e necessaria in un momento in cui il debito pubblico italiano è sotto stretta osservazione delle agenzie di rating.

Il 1 marzo l’Istat comunica i dati sull’indebitamento netto e il debito delle amministrazioni pubbliche per il 2003, e alcune importanti revisioni per gli anni precedenti. I nuovi dati danno un rapporto debito/Pil pari al 106,2 per cento nel 2002 e 108 per cento nel 2003.

La guerra dei comunicati

Comunicato no. 1
In un comunicato stampa lo stesso giorno, il ministero dell’Economia e delle finanze (Mef) fa notare che gli stessi numeri sarebbero del 104,5 e 106,7 per cento, rispettivamente, se non fosse che Istat e Banca d’Italia (BdI) “hanno rilevato (ora, nel 2004) un maggiore debito pubblico per fatti che risalgono a 6 anni fa (1999)”.

Comunicato no. 2
Quest’ultima frase, di una durezza inusuale, è probabilmente il motivo sottostante il comunicato stampa della BdI dello stesso giorno, secondo cui “i dati [necessari per le revisioni] sono stati comunicati il 26 febbraio scorso alla BdI dal Mef“.

Comunicato no. 3
A sua volta, è probabilmente quest’ultima frase, che qualcuno potrebbe interpretare come “noi non sapevamo niente, solo il Mef aveva i dati e ce li ha dati pochi giorni fa”, a causare un nuovo comunicato del Mef del 2 marzo. In esso si afferma che “l’esistenza del problema era nota da tempo a tutte le istituzioni coinvolte nella comunicazione dei dati sul debito: la BdI, per esempio, aveva già trasmesso nel corso del 2003 alla Banca Centrale Europea dei dati che avrebbero potuto essere utilizzati per la revisione del debito.

I fatti

Dunque la revisione dei dati sul debito è responsabile per un incremento del debito dell’1,3 per cento nel 2002 e dell’1,7 per cento nel 2003. La prima ragione per la revisione verso l’alto del debito pubblico (per il 0,3 per cento del Pil nel 2002 e il 0,4 nel 2003) può apparire arcana ai non addetti ai lavori. I titoli pubblici detenuti da un fondo pensione che fa parte delle amministrazioni pubbliche sono una passività di una componente delle amministrazioni pubbliche – il settore statale – ma anche un’attività di un’altra componente delle amministrazioni pubbliche – il fondo pensione. Essi dunque si elidono e non fanno parte del debito pubblico. Gli stessi titoli, detenuti da un fondo pensione privato, sono invece parte del debito pubblico. Erroneamente, la BdI non ha registrato la privatizzazione nel 1999 di certi fondi pensione, e quindi si è dimenticata di aumentare il debito pubblico della quantità di titoli pubblici da essi detenuti. Se ne è ricordata ora, il che ha comportato una revisione al rialzo del debito dal 1999 ad oggi. Questo è un errore genuino della BdI.

La seconda ragione, responsabile per la revisione più consistente – l’1,0 per cento del Pil nel 2002 e l’1,3 per cento nel 2003 – sta anch’essa in una posta abbastanza oscura, i depositi di privati presso le Poste. I depositi raccolti dalle Poste vengono depositati presso la Tesoreria, parte delle amministrazioni pubbliche. Ma solo quelli dei privati vengono contabilizzati come debito delle amministrazioni pubbliche; quelli di altri enti delle amministrazioni pubbliche, come gli enti locali, sono al tempo stesso un attivo dell’ente depositante e un passivo delle Poste, e come nel caso precedente si elidono fra loro all’interno dell’aggregato amministrazioni pubbliche.

Per calcolare il debito pubblico correttamente, è quindi necessario il dato sui depositi postali dei privati. Senonché, fino a pochi giorni fa l’ultima stima ufficiale disponibile dei depositi privati si riferiva al 1998. A partire da quell’anno, le Poste conoscevano solo il valore totale dei depositi postali, non la componente privata. Poiché nel 1998 la consistenza dei depositi privati era praticamente zero (circa 40 milioni di euro), fino ad oggi, ed in assenza di altre informazioni, la BdI ha assunto un valore pari a 0 nel calcolare il debito pubblico.

Nel frattempo, le Poste hanno finalmente prodotto una stima della disaggregazione fra depositi pubblici e privati, che è stata finalizzata solo recentemente, comunicata al controllante delle Poste, il Mef, e da questi girata prontamente alla BdI il 26 febbraio.

I motivi del contendere

Alla luce di questa ricostruzione, è possibile comprendere meglio la guerra dei comunicati e, cosa più importante, la sostanza del problema e le sue possibili conseguenze. Chiaramente, da molto tempo la BdI, come del resto tutti gli altri, era perfettamente consapevole del problema dei depositi postali privati; tuttavia, non ne conosceva la soluzione perché non possedeva i dati necessari. La frase incriminata nel primo comunicato del Mef appare quindi gratuitamente offensiva: può facilmente apparire come un tentativo di deflettere sulla Banca d’Italia un problema causato da una controllata del Mef, le Poste.

D’altra parte, la BdI sapeva da tempo che erano in preparazione stime dei depositi postali privati; e sapeva anche che le stime finali erano state comunicate dalle Poste al Mef pochissimo prima del 26 febbraio. La frase incriminata nel comunicato della BdI, benché formalmente corretta, può prestarsi facilmente a una interpretazione errata.

Resta il comunicato No. 3, il secondo comunicato del Mef. La BdI fornisce periodicamente alla Bce i dati sulla base monetaria. Una componente di quest’ultima sono una parte dei depositi postali, più precisamente i depositi postali privati non bancari e quelli delle amministrazioni locali. Il Mef sostiene che, nel fornire i dati sulla base monetaria, la BdI deve aver implicitamente fatto una stima di una posta in qualche modo legata alla posta necessaria per calcolare il debito pubblico. L’accusa implicita è che la BdI avrebbe potuto e dovuto rivedere il debito prima di quando l’ha fatto, invece di aspettare un momento delicato che ha messo in imbarazzo il Governo. Questa posizione appare irragionevole, per tre motivi.

(i) Le componenti di depositi bancari che entrano nella base monetaria hanno una sovrapposizione limitata con quelle che entrano nel debito pubblico. Le prime comprendono depositi postali di privati non bancari e amministrazioni pubbliche, le seconde includono i depositi postali privati bancari e non bancari, ma escludono quelli delle amministrazioni pubbliche.

(ii) È difficile pensare che la BdI potesse utilizzare stime non finali e ufficiali per una variabile così delicata e carica di significati politici come il debito, mentre una stima approssimativa è accettabile per una componente (minima) di un aggregato, come la base monetaria, che ha una rilevanza politica quasi nulla.

(iii) Infine, le Poste sono controllate al 100 per cento dal Mef: suggerire che la BdI avesse più informazioni sul loro passivo di quante ne avesse la controllante appare peculiare.

L’altra opzione era di far finta di niente e aspettare a rivedere il debito. Tuttavia, il problema e la necessità di un intervento erano noti a tutti. Cosa sarebbe successo se le agenzie di rating avessero scoperto che BdI e Mef stavano “nascondendo” una fetta di debito pari all’1,7 per cento del Pil? Proprio dal punto di vista della credibilità e trasparenza, uscire allo scoperto non appena si sono resi disponibili i dati è stata probabilmente la scelta migliore.

Le conseguenze

La conseguenza potenzialmente più esplosiva è che questa revisione del debito deve essere “spalmata” sul fabbisogno degli ultimi anni, dato che il fabbisogno è, sostanzialmente, l’incremento annuale del debito. A sua volta, l’aumento del fabbisogno potrebbe tradursi in un aumento dell’indebitamento netto, la variabile rilevante perché sottoposta ai vincoli del Patto di stabilità e crescita. Se e in che misura ciò avverrà è una decisione che spetta all’Istat, che compila i dati sull’indebitamento. Ma il pericolo esiste.

La morale

Ogni trimestre si ripete il rito delle discussioni infuocate sull’andamento della finanza pubblica. Queste discussioni hanno per base un saldo (fabbisogno o indebitamento), che ha una componente ciclica estremamente elevata ma non ben conosciuta, e che in dati trimestrali è sottoposto a una enorme stagionalità. È difficilissimo, se non impossibile, fare inferenze significative a livello macroeconomico da un tale dato. Ma il costo di questa discussione è che si finisce per ignorare quasi completamente una variabile più significativa da un punto di vista macroeconomico, e più facilmente interpretabile: la spesa pubblica. E i dati, largamente ignorati, parlano chiaro: la spesa pubblica al netto degli interessi è salita dal 2001 di quasi 2 punti percentuali del Pil.

 

* Roberto Perotti è consulente della Banca d’Italia. Per scrivere questo contributo ha consultato un insieme bilanciato di fonti istituzionali.

 

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Senza compromessi

  1. Marco Esposito

    Chiarezza esemplare e competenza. Non c’è da aggiungere altro

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