Dopo la condanna unanime dei comportamenti illeciti che hanno portato ai recenti crac finanziari, già si levano gli allarmi di coloro che temono di sottoporre le aziende a un eccessivo rigore. Opinione pubblica e Parlamento devono resistere a queste pressioni. Altrimenti le nuove autorità per la tutela del risparmio rischiano di vedersi negare i necessari strumenti di controllo e sanzione. Così come è accaduto alla Consob, esautorata di funzioni e poteri fino a farla diventare un “cane che non morde e non abbaia”.

La gravità dei comportamenti, tenuti dai più diversi soggetti, che hanno determinato l’insorgere degli scandali finanziari di questi primi anni Duemila, fa tornare alla mente il giudizio espresso da Piero Sraffa a conclusione del suo saggio del 1922 sulla “vita, morte e resurrezione della Banca Italiana di sconto“, anche se non riguardano direttamente imprese bancarie, ma soltanto imprese industriali. Nel saggio, Sraffa accusò l’ambiente finanziario che portò alla crisi di quella banca di essere formato anche “da una banda di malfattori o da un gruppo di finanzieri ribaldi” (1) pronta a ricattare l’azione del Governo.

Le buone intenzioni

Unanime è stata la condanna dei fatti recenti su cui sta indagando anche la magistratura. E molti (politici e autorevoli commentatori) hanno manifestato una profonda insoddisfazione per l’operato della Consob, accusata di non avere fatto accurate indagini e ispezioni.
Unanime, pertanto, è anche l’intenzione di rimediarvi con nuovi e appositi provvedimenti legislativi, da tutti invocati e subitamente predisposti dal Governo e da numerosi gruppi parlamentari di maggioranza e opposizione. Provvedimenti tutti tesi alla tutela del risparmio e dei risparmiatori.
E adesso? L’esperienza insegna che dopo la fase dell’unanimità dei consensi e delle buone intenzioni, per i partiti politici si apre in Parlamento la strada più difficile da percorrere: quella dell’accordo e della scrittura in via definitiva delle norme a tutela del risparmio e dei risparmiatori che devono necessariamente confrontarsi, nei dettagli dei testi normativi, con forti interessi corporativi e contrapposti che non mancheranno di farsi sentire nel corso dell’esame parlamentare che ci si augura sia, come si suol dire, bi-partisan.

Leggi anche:  Aziende in fuga dalla Borsa*

Gli esempi del passato

Ma i comportamenti passati sono fonte di qualche preoccupazione.
Infatti, nel 1998, in occasione della discussione parlamentare sullo schema di legge predisposto dal Governo per l’emanazione del Testo unico della finanza, il Parlamento diede parere di ridurre drasticamente i poteri d’indagine e sanzionatori da assegnare alla Consob. E il Governo si dovette adeguare.

Nel testo del decreto legislativo trasmesso alle Camere, adottato dal Governo in attuazione della delega della legge comunitaria per il 1994 (articoli 8 e 21 delle legge n. 52/1996), erano previsti poteri di intervento della Consob (articoli 192-218) che il Parlamento volle espungere perché da considerare “penetratamene intrusivi”.
Mentre le nuove funzioni assegnate alla Consob furono giudicate capaci di generare un organismo “con ardita metamorfosi che sorprende per la capacità di stravolgere fondamentali principi costituzionali”, eccependo che “tali articoli delineano un ruolo sostanzialmente giudiziario della Consob che, già disegnato nella legge n.157 del 1991, viene ulteriormente rafforzato ed esasperato”. (2)

Così, l’articolo 205 (che disciplinava, per l’appunto, ispezioni, perquisizioni e sequestri) venne soppresso integralmente.
Il risultato della epurazione fu l’emanazione di un testo unico che, forse con un pizzico di esagerazione e con eccesso di interessato dileggio soprattutto da parte della stampa inglese, consentì di definire la Consob “un cane da guardia che non morde”.

Anche le misure delle sanzioni amministrative proposte dal Governo e comminabili dalla Consob (articoli 219-229), seppure già blande, furono drasticamente ridotte nel corso dell’esame parlamentare.
In particolare le sanzioni amministrative da un massimo di 500 milioni di lire furono ridotte a un massimo di 200 milioni di lire, non venne consentita la pubblicità della sanzione, si consentì l’applicazione del pagamento in forma ridotta. Con il che la Consob oltre che un cane che non morde, è stata considerata un “cane che non può neppure abbaiare”, anche da parte di forze politiche che consentirono l’attenuazione dei poteri della Consob.

Leggi anche:  Moratoria sì, moratoria no in tempi di pandemia

Pressioni e lusinghe

Già si scorgono all’orizzonte allarmi sulla vita delle imprese potenzialmente sottoposte a eccessivo rigore, sull’importanza che siano fatti salvi gli “animal spirits” del capitalismo italiano e che il falso in bilancio stia bene così come sta.
Ci si augura perciò che, dopo le buone intenzioni unanimemente espresse, l’opinione pubblica con i suoi più autorevoli commentatori, insieme al Parlamento, sappiano resistere, direbbe Sraffa, alle nuove pressioni e alle nuove lusinghe che potrebbero venire “da una banda di malfattori o da un gruppo di finanzieri ribaldi”.

 

(1) P. Sraffa, La crisi bancaria in Italia, apparso in edizione originale in “The Economic Journal” giugno 1922, ora in P. Sraffa, Saggi, il Mulino, 1986, pag. 238.

(2) Senato della Repubblica, Commissioni riunite seconda (Giustizia) e sesta (Finanze e Tesoro), parere al ministro del Tesoro sullo scema di decreto legislativo recante il Tuf, 11 febbraio 1998.

Lavoce è di tutti: sostienila!

Lavoce.info non ospita pubblicità e, a differenza di molti altri siti di informazione, l’accesso ai nostri articoli è completamente gratuito. L’impegno dei redattori è volontario, ma le donazioni sono fondamentali per sostenere i costi del nostro sito. Il tuo contributo rafforzerebbe la nostra indipendenza e ci aiuterebbe a migliorare la nostra offerta di informazione libera, professionale e gratuita. Grazie del tuo aiuto!