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Thyssen Krupp, il barbaro

Pochi e spesso accolti con ingiustificata diffidenza gli investimenti delle imprese straniere in Italia. Infrastrutture carenti, burocrazia eccessiva, rigidità del mercato del lavoro, ambiente scientifico non soddisfacente sono le ragioni principali che tengono lontano dal nostro paese le multinazionali. E certo non aiuta spostare le decisioni di investimento o disinvestimento dalla sfera economica a quella politica, come è avvenuto nel caso di Terni.

Hanno fatto bene Governo e parti sociali ad adoperarsi sul caso Thyssen Krupp per un’intesa che era evidentemente possibile.
Ma attenzione, c’è un rischio nell’eccessiva politicizzazione o peggio nell’eccessiva geopoliticizzazione (passatemi il termine) delle azioni delle multinazionali nel nostro paese. Poche cose possono scoraggiare di più nuovi investimenti quanto la percezione che il disinvestimento abbia costi elevati ed esiti incerti. L’upgrading delle decisioni di investimento o di disinvestimento da una sfera meramente economica a una dimensione geopolitica aumenta la percezione che andarsene dal nostro paese sia difficile. Inoltre, l’atteggiamento ambiguo dei nostri politici, e anche di molti commentatori, sulle multinazionazionali alimenta un clima di incertezza.
Insomma, la questione Thyssen Krupp va oltre il caso specifico e porta a riflettere sul ruolo delle multinazionali nel nostro paese.

Atteggiamenti ambigui

Partiamo dall’ambiguità degli atteggiamenti. Il pensiero condiviso da molti dopo i primi annunci di chiusura degli impianti di Terni, a fine gennaio, è stato in sostanza: “barbari invasori, arrivano, saccheggiano e se ne vanno. Se Terni fosse rimasta italiana, le cose sarebbero andate in modo ben diverso”.
Sentimenti simili serpeggiano nel dibattito sulle banche italiane: per favore, teniamole pure inefficienti, ma che non diventino terreno di conquista delle banche estere. Anzi, proprio perché sono inefficienti e fragili difendiamole dagli stranieri che ne farebbero un sol boccone.
D’altra parte, si continua a sostenere che gli investimenti esteri in Italia sono pochi: solo un addetto del manifatturiero su otto lavora per una multinazionale, contro uno su quattro in Francia. (1)

Ci si chiede come attrarne dei nuovi e si lanciano iniziative di promozione.
Il 25 settembre 2003, Istituto commercio estero, Confindustria, Sole 24Ore e Dow Jones hanno organizzato “Invest in Italy”, un road show a Wall Street a cui hanno partecipato i massimi sistemi della nostra politica e della nostra economia, con l’obiettivo di convincere gli americani a investire nel Bel Paese. “Meglio un italiano inefficiente che un americano efficiente” non era certo il messaggio che si voleva far passare quel giorno.
Da cosa nasce questa ambiguità, perché ci lamentiamo che in Italia non ci sono abbastanza multinazionali, le corteggiamo in tutto il mondo e poi, quando arrivano, pensiamo che ne avremmo fatto volentieri a meno? Perché non riusciamo a conciliare la loro (presunta) duplice natura.

Le desideriamo perché portano cose che le imprese nazionali non hanno. Quelle estere che operano in Italia nel manifatturiero generano un valore aggiunto per addetto quasi due volte maggiore alla media nazionale, per quanto ci possano essere problemi di integrazione, come il conflitto tra diverse culture manageriali emerso a Terni. (2)
Ne diffidiamo perché non ci appartengono: sono mobili, come vengono se ne vanno, hanno orizzonti oltre gli interessi nazionali e le regole che li tutelano.

Un problema strutturale

In verità, questa ambiguità è male informata. La presunta infedeltà delle multinazionali non è un vero problema. In Italia, il saldo annuo tra il numero di coloro che lavorano in una nuova multinazionale (in quanto una nuova impresa è stata creata o un’impresa italiana è stata acquistata) e coloro che ne escono in seguito a un disinvestimento è positivo dal 1987. Di conseguenza, oggi 929mila addetti lavorano per una multinazionale. Molte di queste imprese sono da noi da decenni, hanno creato occupazione stabile e un indotto considerevole. La stessa Thyssen Krupp ha rimesso in sesto a Terni impianti che altrimenti erano destinati a chiudere.
Dunque, ben vengano gli investimenti esteri di cui abbiamo gran bisogno. Fanno bene i politici e le agenzie pubbliche a preoccuparsi per averne di più. Ma per capire come ottenerli, bisogna prima chiedersi perché ne abbiamo così pochi. Il confronto con la Francia e con vari altri paesi porta a pensare che il caso italiano sia un’anomalia, che le imprese straniere non si siano accorte delle nostre virtù.
Ma siamo sicuri che sia veramente così? E se invece avessimo le multinazionali che ci meritiamo, date le caratteristiche strutturali del nostro paese? Tutto sommato le imprese sono libere di scegliere. Ad esempio un recente studio dell’Isae dimostra che il numero di investimenti esteri nel Sud Italia (che è molto più basso della media nazionale) non è minore del potenziale. (3) La situazione non è probabilmente diversa nel resto del paese.

Dunque, il problema è strutturale e neppure l’elogio alla bellezza della donna italiana fatto da Silvio Berlusconi a Wall Street è sufficiente ad attrarre nuovi investimenti, anche se il ruolo delle agenzie e delle varie iniziative di promozione rimane importantissimo.
I manager delle multinazionali già in Italia sono piuttosto eloquenti su quali siano le priorità: infrastruttura carente, burocrazia eccessiva, ambiente scientifico non soddisfacente e mercato dei servizi (soprattutto dei servizi utilizzati dalle imprese) e mercato del lavoro troppo regolamentati. (4)
Già, il mercato del lavoro. Problema annoso con cui torniamo a Terni, da dove siamo partiti. Vari studi dimostrano che i vincoli a licenziare scoraggiano i nuovi investimenti. (5)
Ecco l’importanza simbolica del caso Terni. Se l’abbraccio tra Thyssen Krupp e Terni diventerà eterno per le telefonate di Berlusconi a Shroeder, rischia di diventare anche fatale: chi vorrà più investire in un paese da cui non è possibile andarsene senza il beneplacito di ben due primi ministri?
Una nuova forma di regolamentazione “multinazionale” o forse “geopolitica” del mercato del lavoro, che ancora sfugge (e forse sempre sfuggirà) alle migliori statistiche.

 

(1) Oecd, “Measuring Globalisation: the Role of Multinationals in Oecd Economies”, 2001.
(2) Sergio Mariotti e Marco Mulinelli, (a cura di) “Italia multinazionale” 2003, Istituto nazionale per il commercio estero. Questo risultato rimane valido in tutti i paesi per cui ci sono informazioni, quando si usano misure di produttività più complesse e quando si tiene conto di altri fattori come la dimensione o il settore che possono a loro volta influenzare la produttività. Si veda anche Luigi Benfratello e Alessandro Sembenelli (2002), “Foreign Ownership and Productivity: is the Direction of Causality so Obvious?”, Centro Studi d´Agliano Working Papers No.166, http://www.uni-bocconi.it/index.php?frcnav=@11%2C247%2C1840
(3) Roberto Basile, “The locational determinants of foreign-owned manufacturing plants in italy: the role of the south”, Documenti di lavoro Isae, 14, 2001 http://www.isae.it/pubbli_lista_elenco_wp.htm
(4) Alessandro Platerotti, “I gruppi esteri spingono le riforme” Il Sole 24Ore, 23-9-03.
(5) Beata Samarzynska Javorcik e Mariana Spatareanu, “Is flexibility More Attractive? Impact of Labour Market Regulation on Direct Foreign Investment”, World Bank, Mimeo

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  1. Marco Bandini

    Siamo sicuri che le decisioni sulla gestione e gli asseti proprietari nelle Multinazionali, almeno quelle con il centro decisionale in Francia e Germania, rispondano solo a logiche di efficienza?
    Credo che l’Italia non sia l’unico paese europeo che faccia della “geo-economia” , ovvero decida la sorte di un sito produttivo sulla base di considerazioni politiche. Basta vedere cosa succede con Aventis e Sanofi-Synthelabo, dove il governo tedesco si sta opponendo ad una fusione che renderebbe troppo franco-francese la nuova società. Ben vengano le multinazionali con attività ad alto valore aggiunte e competenze in management, ma che non sia poi l’Interesse Nazionale (sopratutto se non italiano) a guidare le strategie di investimento e a quale filiale chiudere.

    • La redazione

      No non siamo sicuri, anzi è probabile che le decisioni delle multinazionali siano condizionate dai desiderata dei propri governi. Ma questa constatazione non modifica la conclusione del mio articolo, ossia che interferenze geopolitiche (chiunque sia ad esercitarle) non favoriscono un’efficiente allocazione delle risorse e scoraggiano buoni investimenti.
      Detto questo, é inutile essere utopisti, la geopolitica delle imprese continuerà ad essere all’ordine del giorno, come lo é dai tempi della Compagnia delle Indie. Ma questo deve essere un gioco bilaterale in cui i governi sono parte attiva e passiva. Limitare gli ingressi e le uscite nel proprio territorio, rischia di essere un gioco perdente, sia per l’Italia che per la Germania nel caso Aventis Sanofi-Synthelabo citato dal
      lettore. Ci preoccupiamo che le nostre banche cadano in mani straniere. Ma si chiedono i nostri politici quali siano le giuste mosse strategiche da fare affinché le banche italiane possano crescere all’estero? Questo discorso vale anche per le piccole imprese, non solo per i giganti. Per il mondo delle piccole e medie imprese italiane che operano nel settore
      tradizionale la delocalizzazione internazionale delle loro attività produttive è importantissima. Chi si chiede quali azioni di supporto sia necessario intraprendere per favorire questo processo? Se proprio si deve fare geopolitica che la si faccia guardando oltre le mura del proprio cortile, per favore!

      Giorgio Barba Navaretti

  2. Maurilio Menegaldo

    Caro dott. Barba Navaretti,
    il suo articolo ha il pregio della chiarezza. In realtà, come lei ben sottolinea, il problema è sempre quello: dobbiamo pensarci come sistema Europa (se non mondo!) e non più come Italia. Ora si strilla perché l’Acciai Speciali Terni è sotto tiro, per le (peraltro legittime) strategie della Thyssen Krupp: ma dov’erano tutti quelli che strillano adesso quando l’AST veniva ceduta? Se davvero quella produzione è patrimonio nazionale, da salvaguardare come i parchi naturali, perché non lo si è fatto prima magari con le tanto vituperate partecipazioni statali e si spinge ora su soluzioni improprie, che sanno tanto di propaganda elettorale?
    Come al solito, nel nostro Paese si procede sempre col pendolo: non si riesce mai a trovare quel “giusto mezzo”, che deriva alla fin fine da un’assunzione di responsabilità da parte di tutti gli attori coinvolti e che può permettere soluzioni vere e di ampio respiro.
    Un cordiale saluto.

    • La redazione

      Caro Dottor Menegaldo,

      la ringrazio del suo commento, con cui non posso che concordare. A noi manca sia l’estremo costruttivo delle scelte coraggiose sia l’equilibrio saggio del giusto mezzo. E il pendolo gira secondo il vento.

      Temo che la partecipazione statale non sarebbe comunque stata una buona soluzione a meno, appunto, di decidere che gestire le aziende come parchi nazionali da mantenersi a spese di tutti sia un bene per la collettività.

      A presto

      Giorgio Barba Navaretti

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