La delocalizzazione produttiva nell’Europa orientale è ormai una realtà nell’abbigliamento e nelle calzature. Perché il costo del lavoro in quei paesi è nettamente inferiore, le maestranze sono qualificate e la vicinanza geografica assicura il controllo sulla qualità dei capi. Il Veneto ha scelto da tempo questo modello, che per il momento consente di mantenere in Italia le attività più innovative e a più alta intensità di capitale. Perché possa farlo anche in futuro, sono necessari investimenti in capitale umano e tecnologia.

La delocalizzazione della produzione è ormai una caratteristica della industria italiana dell’abbigliamento e delle calzatura. Il Veneto, in particolare, è una Regione con una elevata specializzazione produttiva in questi settori e ha delocalizzato in modo massiccio in questi ultimi anni.

Chi si sposta. E perché

Nell’abbigliamento, le funzioni che sono state delocalizzate sono quelle legate alla confezione: il cucito, la piegatura, l’imballaggio e il taglio. Pochi invece gli esempi in produzioni come la tintura, la stampa dei tessuti, la tessitura, la filatura. Queste produzioni necessitano infatti di notevoli quantità di capitale fisso, quindi una eventuale delocalizzazione richiede investimenti diretti e di ammontare molto superiore rispetto alla confezione.
Per le lavanderie, abbiamo alcuni esempi di delocalizzazione perché la loro collocazione in prossimità dei produttori consente di terminare il ciclo produttivo all’estero e reinviare in patria il capo imbustato.
Viceversa, con la produzione partendo dal filato di maglie senza cuciture, in impianti altamente sofisticati, assistiamo alla ri-localizzazione in Italia di almeno una parte della maglieria, una attività tradizionalmente ad alta intensità di lavoro.

La delocalizzazione è il risultato di una aumentata competizione a livello internazionale seguita alla liberalizzazione dei flussi commerciali della UE con i paesi dell’Europa orientale. Il motivo principale che spinge le imprese a delocalizzare è la differenza del costo del lavoro tra il Veneto (più in generale, tra i paesi della vecchia Europa) e i paesi europei orientali e meridionali, il Far East e il Nord Africa.
In questi settori, il costo del lavoro medio pro capite in Romania è circa un settimo del costo del lavoro in Veneto.

In Ungheria, Polonia, Turchia è di circa un terzo. Le differenze salariali quindi sono molto significative e quelle nella produttività non sono certo tali da compensarle: resta un divario superiore al 50 per cento.
Tra i paesi dove l’Italia delocalizza, emerge per importanza la Romania.
È oggi la base produttiva più importante per i produttori veneti di abbigliamento e di calzature non solo per i suoi bassi salari, ma anche per la presenza di un elevato numero di lavoratori e tecnici qualificati, e per la vicinanza con il Veneto.
L’Italia è il maggior partner commerciale della Romania e il Veneto importa da questo paese un valore annuo superiore ai 1.100 milioni di dollari (nel 2002), cifra decuplicata a prezzi costanti nel giro di sei anni.
Le importazioni del Veneto dalla Romania sono per circa il 50 per cento di prodotti di abbigliamento e per l’altro 50 per cento di calzature. Si tratta di una cifra ingente, più della metà di tutte le importazioni italiane e sono prodotti fatti da imprese italiane o da esse commissionati.
Le esportazioni di prodotti tessili e di pellami italiani hanno seguito un trend molto simile. Le imprese, quando hanno delocalizzato, hanno continuato a servirsi dei loro vecchi fornitori di tessuti e di pellami. Sfruttando un regime doganale molto favorevole a questo tipo di procedure, esercitano così un efficace controllo sulla base qualitativa dei capi prodotti all’estero e si garantiscono una maggiore sicurezza in termini di consegna,.

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L’Est europeo agisce come laboratorio dove le imprese italiane delocalizzano fasi della produzione in misura massiccia. Pensiamo alla recente costruzione della piattaforma organizzativa Benetton in Ungheria, che movimenta ventisei milioni di capi all’anno. Benetton, che ha anche una piattaforma croata, movimenta in Europa orientale quasi il 50 per cento della sua produzione complessiva: in una decina d’anni, la società di Ponzano Veneto, che aveva il 90 per cento dei suoi fornitori nella Regione, ha portato all’estero i due terzi della produzione.
I paesi del Far East e la Turchia sono anch’essi sede di imprese che producono su commissione di imprese italiane, ma forniscono prodotti manufatti con materie prime comperate nel luogo.

Un nuovo tipo di impresa

La delocalizzazione spinge i nostri produttori verso un tipo nuovo di impresa dove fanno premio la capacità organizzativa o il design accanto al know-how nel processo produttivo.
Consente di mantenere in Italia, e in Veneto in particolare, le attività più moderne, quelle che usano più capitale. Difende l’occupazione in alcuni comparti, come la tessitura (che è implicitamente protetta dal regime doganale di temporanea esportazione sui tessuti), la progettazione delle serie, lo studio stilistico dei modelli, le attività legate al controllo delle materie prime e dei capi finiti, e quelle connesse alla distribuzione. Si deve sviluppare il processo creativo, la preparazione dei prototipi, le specialità, le serie corte (il pronto moda). Tutto questo ci fa pensare che in Veneto si possa mantenere una certa capacità operativa nella produzione. D’altra parte, sarebbe allarmante perdere il sapere che vi è connesso.

Lo sviluppo di mercati di esportazione aumenta la richiesta di expertise nella conoscenza e nella penetrazione dei mercati. Il maggiore peso degli elementi di stile e design e il rapido aumento di importanza delle collezioni, domandano una occupazione dotata di maggiore capitale umano.
Sono richiesti maggiori investimenti in tutte le aree, specialmente nella tecnologia informatica, ma anche nell’istruzione.

Nei prossimi anni la produzione sarà sempre più dispersa. I paesi dell’Europa orientale continueranno ad attirare sempre maggiori produzioni in conto lavorazione, mentre la Turchia, l’Africa del Nord e il Far East saranno le basi per la delocalizzazione di linee complete di prodotti.

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I paesi dell’Europa centrale e orientale tuttavia diventeranno anche importanti mercati di sbocco. Le spese per abbigliamento aumentano più rapidamente del reddito e studi di settore a livello europeo prevedono un significativo aumento delle vendite in questi mercati da parte delle imprese localizzate nella vecchia Europa. Slovenia, Polonia, Ungheria, i paesi più ricchi, ne sono già da ora l’esempio.

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