Gli immigrati lavorano spesso in condizioni rischiose, insalubri e subtutelate. Anche perché l’Italia ha implicitamente adottato il modello dell’integrazione subalterna. La questione cruciale è l’accesso alla cittadinanza italiana. E passa anche attraverso il riconoscimento di una cittadinanza sociale, accanto a quella economica, ormai accettata almeno sotto forma di partecipazione ai livelli più bassi del mercato del lavoro. Opportunità di promozione devono essere garantite per chi ha titoli di studio e competenze professionali riconoscibili.Qualche tempo fa a Genova, un grave incidente ha provocato la morte di un muratore albanese e il ferimento di altri (siciliani e albanesi, dicono le cronache). E per un giorno ha portato alla ribalta una questione rimossa: quella non solo del contributo dei lavoratori immigrati al funzionamento quotidiano e allo sviluppo del nostro paese, ma anche dell’esposizione a condizioni di lavoro rischiose, insalubri e subtutelate.

Le cinque “P” degli immigrati

Su centottantaquattro morti sul lavoro registrati da gennaio a ottobre 2003, comunque troppi, ben venticinque erano di nazionalità straniera.
Parafrasando la letteratura internazionale, potremmo dire che gli immigrati si sobbarcano, in maniera più che proporzionale alla loro incidenza nel mercato del lavoro, quelli che potremmo definire “i lavori delle cinque P”: precari, pesanti, pericolosi, poco pagati, penalizzati socialmente.
D’altronde, il dossier immigrazione 2003 preparato puntualmente, come ogni anno, da Caritas e Migrantes, ci fornisce una serie di dati impressionanti: su circa 5.800.000 assunzioni registrate dall’Inail nel 2002, 660mila, pari all’11,1 per cento, si riferivano a lavoratori immigrati.

È vero che molte riguardano attività prettamente stagionali e instabili, ma in diverse province del Nord e del Centro i valori superano o sfiorano il 20 per cento. La media del Nord-Est è del 17,7 per cento. Da questo punto di vista, si può dire che l’immigrazione rispecchia il dinamismo dei sistemi economici locali e le profonde differenze territoriali (nel Sud, l’incidenza delle assunzioni degli immigrati si attesta sul 4 per cento).
Vi è però un tipo di domanda di lavoro immigrato che interessa tutto il paese, pur toccando le punte più alte nelle due metropoli di Roma e Milano, e si allarga dai ceti superiori alle classi medie e alla popolazione anziana: quella di collaboratrici familiari e assistenti domiciliari.

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Per queste ultime, il riduttivo termine di “badanti” non fa giustizia dei compiti e delle responsabilità loro richieste: prendersi cura, infatti, è ben più che badare.
La sanatoria del 2002 ha rivelato l’estensione, in questo settore, del mercato sommerso: 341mila domande su 702mila complessive. (1) In diverse Regioni, i valori superano il 50 per cento.

È ormai sufficientemente chiaro il nesso tra questa domanda e l’adattamento spontaneo a una serie di trasformazioni sociali che stavano mettendo in crisi il nostro sistema di assistenza alle persone, basato sulla protezione familiare e sul lavoro non pagato di madri, mogli, figlie come “care givers”: dal crescente impegno delle donne italiane nel lavoro extradomestico, all’insufficiente dotazione di servizi pubblici, all’aumento dei carichi dovuto all’invecchiamento della popolazione, alla ripartizione ancora squilibrata del lavoro domestico all’interno delle famiglie.

Un mercato deregolato

Tutto questo sta avvenendo in modo sostanzialmente deregolato, attraverso l’incontro reciproco tra offerta e domanda di lavoro. E dove svolgono un ruolo di rilievo le reti di relazioni tra gli immigrati della stessa provenienza (quelle che più o meno propriamente si definiscono “reti etniche”) e agenzie sociali che spaziano dal volontariato alle organizzazioni sindacali, alle istituzioni religiose (molto attive, per esempio, anche in occasione della sanatoria 2002).
Due mi sembrano allora i passaggi oggi più necessari.
Il primo riguarda il raccordo tra cittadinanza economica e cittadinanza sociale: sempre più riconosciuta la prima, almeno sotto forma di partecipazione ai bassi livelli del mercato del lavoro, ancora problematica e diffusamente negata la seconda.
Se il diritto di voto può rappresentare in questo senso un passo avanti, la questione decisiva è quella dell’accesso alla cittadinanza italiana, oggi praticamente ancora impossibile, se non per matrimonio o nel caso di discendenti di antichi emigranti italiani.

Il secondo concerne invece il superamento di un modello di inclusione degli immigrati basato implicitamente sull’integrazione subalterna: per loro sembra esserci posto, sul lavoro come nel mercato abitativo e nelle politiche sociali, soltanto dopo che gli italiani hanno soddisfatto le loro esigenze.
Per limitarci al mercato del lavoro, si pone il problema delle opportunità di promozione, per gli immigrati dotati di titoli formativi e competenze professionali riconoscibili, a ruoli più qualificati di quelli oggi ricoperti: in nome di un’economia più efficiente, di un’equità sociale foriera di un futuro più sereno, di un’integrazione che non faccia troppo rima con sottomissione.

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(1) Fondazione Ismu, Ottavo Rapporto sulle migrazioni 2002.

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