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Scalate in alta quota

Con “quota 96” non è possibile raggiungere risparmi neanche lontanamente vicini allo 0,7 per cento del Pil. A risultati simili si può arrivare con un intervento sui requisiti anagrafici minimi e facendo partire subito la riforma. La riduzione della spesa pensionistica potrebbe così essere ottenuta in modo più graduale, più efficace e più equo. E si potrebbero finalmente finanziare anche i sempre più necessari ammortizzatori sociali. Come dimostrano le simulazioni su una ipotetica riforma che ponga quattro “traguardi” anagraficiLe cronache della riforma pensionistica sembrano tratte dal diario di una guida alpina: le sorti del provvedimento si giocano tutte sulla trasformazione di uno scalino o, meglio scalone, in una quota, che diventa sempre più alta.
La maggioranza fatica a trovare un accordo sull’emendamento all’emendamento (non è un gioco di parole!) della legge delega di riforma previdenziale. Si cerca di trasformare lo scalone dei 40 anni di contributi (previsto dalla riforma Tremonti) in una quota di 96 anni tra anzianità anagrafica e contributiva, rispettando al contempo le due condizioni poste dal Ministro Maroni: non toccare nulla fino al 2008 e ottenere risparmi fino allo 0.7% del PIL.

Sulla base del modello previsivo già descritto su lavoce.info, abbiamo cercato di valutare se i) questo compromesso è possibile e ii)  è possibile senza scaloni ottenere i risparmi su cui si sarebbe impegnato il nostro Ministro dell’Economia in ambito comunitario e al G7. 

La risposta offertaci dal modello è no per quanto riguarda il primo quesito mentre è un sì sul secondo. Non è possibile con quota 96 raggiungere risparmi che si avvicinino neanche lontanamente allo 0,7% del Pil. E’ invece possibile rispettare gli impegni presi partendo fin da subito e abbandonando il sistema delle quote in nome di un criterio molto più trasparente e coerente con il principio contributivo introdotto dalla riforma Dini del 1995, vale a dire imponendo requisiti anagrafici (non contributivi!) minimi per ricevere una pensione piena.

Tutti i risparmi di “quota 94” e “quota 96”

Il grafico qui sotto mostra i risparmi massimi conseguibili con le due quote di cui alle cronache di questi giorni: quota 94 e quota 96. I risparmi sono calcolati come riduzione della spesa pensionistica che si avrebbe rispetto allo status quo.
In assenza di interventi ipotizziamo che fino al 2015 il 60% dei lavoratori esca appena possibile e il 40% nell’anno successivo e che, dopo il 2015, le uscite si spalmino in maniera uniforme su tutte le età accessibili. Infatti, dopo il 2015 la parte della pensione calcolata con il metodo contributivo per tutti i soggetti a “sistema misto” aumenta in maniera significativa, facendo supporre una tendenza a posticipare l’età di uscita anche in assenza di ulteriori riforme. Quota 94 significa che potranno accedere alla pensione i lavoratori che abbiano almeno 57 anni di età e 35 anni di contributi, per i quali la somma di età anagrafica e contributiva sia pari almeno a 94. In pratica quota 94 corrisponde a ritardare il pensionamento al massimo di un anno rispetto allo status quo. Quota 96, invece, implica un rinvio massimo di due anni: ogni anno in più di lavoro infatti “vale il doppio”, comporta un aumento sia dell’anzianità contributiva che di quella anagrafica.

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Come si vede dal grafico, i risparmi aumentano inizialmente poi si riducono man mano che arrivano le generazioni per cui vale il sistema misto (che ritarderebbero il pensionamento comunque, secondo le nostre ipotesi).  Quota 94 genera addirittura risparmi negativi (un aumento di spesa) in alcuni anni in cui l’aumento delle prestazioni più che compensa la riduzione delle uscite. Siamo, in ogni caso, molto lontani dal raggiungere l’obiettivo dello 0,7% di risparmi. Posticipare l’introduzione di “quota 96” al 2008, come richiesto dal Ministro Maroni, peggiora le cose perchè genera risparmi complessivamente più limitati che partendo subito. Si noti, inoltre, che questi sono i risparmi “massimi raggiungibili”.   Infatti il meccanismo delle quote prevede la possibilità di anticipare l’accesso alla pensione, ma con prestazioni più basse: se i lavoratori accettassero tali riduzioni per uscire anticipatamente, i risparmi sarebbero certamente inferiori.

Senza scaloni

Quindi il compromesso non è raggiungibile né con quota 94 né con quota 96 (e presumibilmente neanche quota 98 sarebbe adeguata).  Il meccanismo delle quote è peraltro, complesso, poco trasparente e in contrasto col il principio contributivo (vedi Gronchi).  Mentre è iniqua la proposta, di cui pure si parla in questi giorni, di ridurre le finestre di uscita. Meglio, invece, intervenire gradualmente sui requisiti anagrafici, imponendo un progressivo innalzamento dell’età di accesso fino a 65 anni di età, lasciando libertà su quando andare in pensione ma prevedendo riduzioni delle prestazioni per chi decide comunque di andare in pensione prima. E’ un metodo più trasparente delle quote e che corrisponde a principi di equità.  Le riduzioni servono infatti a compensare il fatto che chi va in pensione prima percepirà questo trattamento più a lungo di chi va in pensione più tardi.

Il grafico qui sotto mostra gli effetti simulati sulla spesa pensionistica di una ipotetica riforma che ponga quattro “traguardi” anagrafici: innalzi i requisiti anagrafici a 62 anni tra il 2004 e 2015, ponga il traguardo a 63 anni tra il 2016 e il 2025, a 64 dal 2025 al 2035 e a 65 di lì in poi, in concomitanza con il pensionamento delle prime generazioni interamente passate al metodo contributivo. Questo ricalca la progressione nelle anzianità già prevista dalla riforma Amato.
Tale riforma permetterebbe comunque a tutti coloro con più di 57 anni età e 35 di contributi di andare in pensione prima di aver raggiunto queste età, ma a costo di una riduzione degli importi commisurata agli anni di anticipo secondo principi di equità attuariale. Ad esempio chi volesse andare in pensione nel 2004 a 57 anni di età (con 35 anni di contributi) subirebbe una decurtazione delle prestazioni del 2,5% annuo per 5 anni, cioè una decurtazione pari al 12,5% della pensione.

Nel grafico consideriamo due scenari estremi circa gli effetti di questa riforma sulle scelte di pensionamento.  I risparmi sono minimi (min) quando la riforma non cambia le scelte di pensionamento: tutti vanno in pensione come prima, anche se ricevono importi più bassi. I risparmi sono massimi (max) quando, invece, si continua a lavorare fino a raggiungere il traguardo, ottenendo prestazioni più elevate. E’ probabile che i risparmi conseguibili con questa riforma si collochino al di sotto, ma non lontano dal caso max, dato che le scelte di pensionamento rispondono a cambiamenti nel profilo temporale delle prestazioni.  Il grafico mostra, per un confronto, anche i risparmi ottenibili con la riforma Tremonti.

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Si noti che la riforma nella versione “max” genera risparmi consistenti prima del 2008 e si attesta poi sul profilo della Tremonti, coinvolgendo quindi tutte le generazioni attive dal 2004 in poi. Nello scenario “min”, in cui gli individui continuano ad andare in pensione molto presto, i risparmi sono chiaramente limitati ma più equamente distribuiti che nella Tremonti.  Il picco dei risparmi che quest’ultima comporta nel 2013-4 implica che i tagli sono concentrati su di un numero ristretto di classi di età, tra cui alcune di quelle che hanno già pagato con la riforma Dini, mentre vengono esentate quasi tutte le generazioni che sono state sin qui risparmiate dalle riforme degli anni ’90. 

In conclusione

Le simulazioni mostrano che solo partendo subito e intervenendo gradualmente sui requisiti anagrafici si possono ottenere risparmi di una certa entità ed equamente ripartiti fra diverse generazioni. Il fatto di ottenere risparmi fin da subito permetterebbe, peraltro, di finanziare immediatamente quegli ammortizzatori sociali che permetterebbero al nostro paese di meglio affrontare fasi di stagnazione come quella attuale. Non c’è davvero ragione di aspettare fino al 2008 per introdurre sistemi efficaci di contrasto alla povertà, oggi sempre più concentrata sui giovani.

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Sommario 10 febbraio 2004

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Cirio, Parmalat e i conflitti di interesse

  1. Carlo Clericetti

    Nel dibattito in corso sulle ennesime modifiche al sistema previdenziale c’è un grande assente: l’ormai vasta categoria di lavoratori a termine, precari, saltuari, che avrebbero – se versassero continuativamente i contributi – una pensione pari a circa il 37% dell’ultimo reddito.
    Alcuni stanno formulando delle proposte, come, su La Voce, Nicola Rossi (La strada dei prestiti contributivi), che – giustamente – entrano nel merito della riforma della previdenza, ma che, dato l’attuale contesto politico, proprio per questo hanno poche probabilità di essere accolte nel breve termine. In attesa di provvedimenti strutturali si potrebbe fare qualcosa che non graverebbe sulla finanza pubblica e darebbe però a questi lavoratori un’opportunità per un miglior futuro previdenziale. Si potrebbe cioè dar vita ad un meccanismo di previdenza complementare volontaria che, pur utilizzando strumenti di mercato, sia senza costi per i beneficiari, in modo da massimizzare l’accumulazione, e offra nel contempo le massime garanzie possibili.

    L’idea è quella di istituire “conti individuali previdenziali” (Cip), che potrebbero essere gestiti dalle banche e dalle Poste. Il lavoratore versa sul suo conto quello che vuole e quando vuole, ma i soldi versati non possono più essere ritirati. Ogni fine mese, se il saldo ha raggiunto almeno 250 euro, i soldi vengono automaticamente investiti in specifici titoli di Stato emessi appositamente. Questi titoli (se si vuole trovare un nome, potrebbe essere CTP: certificati del Tesoro previdenziali) dovrebbero prevedere il rimborso del capitale solo al momento del decesso dell’interessato e dovrebbero essere ad indicizzazione reale; più precisamente, l’indicizzazione dovrebbe essere al Pil, con lo stesso meccanismo della rivalutazione dei contributi della previdenza obbligatoria. La cedola, naturalmente, non viene pagata ma si capitalizza anno per anno, fino al raggiungimento dell’età della pensione di vecchiaia.
    Da quel momento la cedola comincia invece ad essere pagata al titolare del Cip e costituisce dunque l’integrazione della pensione pubblica. Il capitale maturato non può essere intaccato – visto che deve garantire la rendita – ma è naturalmente di proprietà del titolare e alla sua morte viene quindi riscosso dai suoi eredi.
    Se il titolare non ha eredi o non vuole lasciare eredità, può chiedere di eseguire un’operazione di coupon stripping: continuerà a riscuotere le cedole finché vive, ma può vendere in tutto o in parte il “mantello”, che si trasforma per l’acquirente in un titolo senza pagamento di cedola riscuotibile alla morte del proprietario, con un meccanismo simile a quello dell’acquisto della “nuda proprietà” degli immobili.
    Ci sono alcune condizioni collaterali indispensabili al buon funzionamento del meccanismo.
    Lo Stato non deve tassare in nessun modo durante la fase di accumulazione, come non sono tassate le somme che vengono investire in titoli di Stato e come non sono tassati i contributi della previdenza obbligatoria. E’ vero che in questo caso si tratta di complementare, ma se si è sbagliato sui Fondi pensione non c’è nessun obbligo di perseverare nell’errore. L’armonizzazione andrebbe fatta, ma nel senso di detassare anche l’accumulazione dei Fondi. Si può obiettare che, in mancanza di ciò, ci sarebbe un effetto di “spiazzamento” nei confronti di questi ultimi. Vero, ma solo per quelli aperti, essendo quelli contrattuali praticamente obbligatori. Piangerebbero solo i gestori finanziari dei Fondi aperti, cosa di cui il Paese potrebbe farsi facilmente una ragione. E si aprirebbe forse la strada a una revisione dell’imposizione sui Fondi. Il privilegio fiscale sarebbe giustificato dalla finalità e dall’indisponibilità di questo risparmio.
    La tassazione sarà applicata nel momento del godimento. Quando il titolare riscuoterà la rendita, questa sarà tassata al 12,5%, come le cedole dei titoli di Stato; pure al 12,5% dovrà essere tassata la differenza reale tra contributi versati e capitale maturato al momento del realizzo del capitale. E’ un trattamento simile, ma meno favorevole, a quello di un qualsiasi investitore in titoli di Stato, che però non ha vincoli di sorta.
    Sui Cip non dovrà gravare nessuna spesa, né per i versamenti, né per l’amministrazione del conto: la remunerazione per gli intermediari sarà costituita dalla gestione delle giacenze di liquidità finché non si raggiungono i 250 euro dell’investimento automatico.
    Anche l’investimento dovrà essere senza spese per il sottoscrittore, come del resto avviene oggi quando si acquistano titoli pubblici in asta e non sul mercato. Anche questo, dunque, non è un “privilegio” che costa alla finanza pubblica.
    Un meccanismo del genere assicura al titolare del conto un rendimento migliore di quello del Tfr e altrettanto sicuro. Anzi, più sicuro, perché come è noto se l’inflazione supera il 5% il rendimento reale del Tfr diventa negativo.
    Dal punto di vista della finanza pubblica c’è una perfetta neutralità, perché quella parte aggiuntiva di debito pubblico aumenta esattamente allo stesso tasso del Pil. Se poi la massa dei CTP dovesse diventare rilevante, avrebbe anzi positivi effetti di stabilizzazione del debito pubblico. Oggi viviamo un periodo di tassi finanziari storicamente bassi, ma titoli a lunghissimo termine remunerati al Pil costituirebbero certamente, nel lungo periodo, un risparmio per il Tesoro.
    Dal punto di vista del titolare del Cip i vantaggi sono evidenti. Non esiste sul mercato uno strumento analogo con pari garanzie di rendimento, anche per l’assenza di spese di amministrazione e gestione. Inoltre la “portabilità” è perfetta: è assolutamente irrilevante il tipo di lavoro che si fa, se si cambia lavoro o persino se si versa senza lavorare. L’unico limite è l’indisponibilità delle somme una volta che siano state versate, ma ciò è indispensabile perché è rarissimo che si riesca ad evitare di utilizzare, nel corso della vita, un capitale accumulato che si avesse la libertà di riscuotere.
    Un solo utilizzo extra-previdenziale potrebbe essere consentito per le somme accumulate nei Cip. Dato che per chi non ha un reddito fisso dimostrabile è quasi impossibile ottenere un mutuo da una banca, si potrebbe permettere che il Cip sia usato come garanzia a fronte della concessione di un mutuo per l’acquisto della prima casa. Si contribuirebbe in questo modo ad alleviare un altro non piccolo problema dei lavoratori precari.
    Ci si può chiedere perché l’impiego delle somme raccolte dai Cip debba essere limitato a quel tipo di titoli pubblici. La risposta è che si vuole offrire una garanzia di capitale e di rendimento senza doverne pagare il costo di mercato. Allo stesso tempo, però, questa garanzia non è un costo per la finanza pubblica, per la quale anzi, come si è detto, lo strumento dovrebbe essere vantaggioso. Resta naturalmente il rischio di default dello Stato, ma si tratta di un rischio statisticamente meno frequente e meno probabile delle crisi dei mercati finanziari a cui sono esposti i sottoscrittori dei Fondi pensione.
    Questo tipo di strumento dovrebbe essere aperto a tutti coloro che volessero avvalersene. Per inciso, costutirebbe un’alternativa molto migliore del versamento nei Fondi pensione per il Tfr. Di fatto, è difficile pensare che vi ricorra chi già versa pesanti contributi obbligatori più altri contributi per i Fondi contrattuali, cioè i lavoratori dipendenti. E’ presumibile dunque che verrebbe sfruttato da tutta l’area del lavoro autonomo. Anche dalla parte “non bisognosa”, certo: ma bisogna considerare innanzitutto che quella si avvia ormai a diventare una minoranza, e in secondo luogo che il meccanismo non concede nessun beneficio maggiore di quelli di cui già fuisce chi investe in titoli di Stato.

  2. Beniamino Lapadula

    L’idea di istituire “conti individuali previdenziali” (Cip) avanzata da Carlo Clericetti ha il merito di affrontare un tema, quello della copertura pensionistica dei lavoratori precari, con una proposta semplice e immediatamente attuabile che potrebbe, in un secondo momento, raccordarsi con interventi strutturali di completamento della riforma Dini. E’ però opportuno distinguere, nella vasta categoria dei lavoratori precari, quelli regolati dalla contrattazione collettiva (a termine, interinali) che dovrebbero essere incentivati ad aderire ai fondi pensione contrattuali (avendo diritto al t.f.r e ai contributi a carico dei datori di lavoro) e gli altri (essenzialmente i collaboratori coordinati e continuativi) che, fino a questo momento, solo marginalmente sono stati regolati dalla contrattazione o da forme di adesione collettiva ai fondi pensione aperti. Per tali tipologie di lavoratori i Cip potrebbero costituire una utile opportunità di risparmio previdenziale. Andrebbe però prevista la possibilità di trasferire le somme accumulate in un fondo pensione collettivo tenuto conto che, in molti casi, i rapporti di collaborazione finiscono col trasformarsi in rapporti di lavoro veri e propri. A ben vedere, anzi, sarebbe proprio questa la vera finalità che i Cip dovrebbero perseguire: dare una copertura integrativa nelle fasi di lavoro più precarie per ricongiungerla, nel momento della stabilizzazione, ai piani pensionistici complementari previsti dai contratti. Una mera integrazione della copertura pubblica sarebbe, altrimenti, conseguibile con versamenti volontari all’Inps. Per i Cip, infatti, Clericetti propone un rendimento identico a quello previsto per i contributi versati alla previdenza pubblica. Sarebbe infine opportuno che i Certificati del Tesoro Previdenziali (CTP) fossero resi disponibili non solo per i Cip ma anche per i fondi pensione i quali così potrebbero offrire ai propri iscritti comparti a rendimento garantito a costo zero.

    Beniamino Lapadula
    Responsabile economico CGIL

  3. Nazzareno

    Leggendo stamane la nuova proposta governativa mi chiedo: per la generazione “Tremonti”, vale a dire assunti dopo il ’73 a 22 anni, lo scalone resta per intero. Io andrò comunque in pensione con 40 anni di contributi. Alla faccia dell’equità, comunque non mi aspetto di meglio da chi legittima l’evasione fiscale come conseguenza di alte tariffe.
    Secondo Voi si poteva tutelare meglio la mia generazione? Sono infatti d’accordo a rivedere il meccanismo pensionistico ma con un principio di equità generazionale. Ultimo inciso; sbaglio o di fatto le pensioni di anzianità sono comunque scomparse visto che da anni i nuovi assunti non hanno meno di 25/30 anni?
    Un saluto cordiale

    • La redazione

      Se lei ha iniziato a lavorare a 22 anni, nel 1973, nel 2008 avrà 57 anni e 35 di contributi, quindi resterà bloccato per 3 anni, secondo la nuova proposta di riforma del Governo. Concordo con lei che questo inasprimento improvviso delle condizioni di accesso alle pensioni non sia equo. Perchè coloro nati anche solo un anno prima di lei devono essere addirittura “premiati” (con gli incentivi) e lei dovrà aspettare tre anni in più prima di andare in pensione? Peggio ancora per coloro che — avendo nel 1996 meno di 18 anni di contributi — hanno già pagato con il passaggio al metodo contributivo e si vedranno privati del vantaggio che quel metodo consentiva in termini di flessibilità nelle scelte di pensionamento. Sì, c’è un modo più equo e più efficace di riformare le pensioni. Lo abbiamo proposto sul sito: si tratta di intervenire fin da subito con aggiustamenti attuariali degli ammontari delle pensioni. Solo allora non vi saranno più pensioni di anzianità, nel senso che chi va in pensione prima non verrà messo in condizione di vantaggio rispetto a chi decide di continuare a lavorare.

      Cordiali saluti

      Tito Boeri

  4. rosa

    Nel 2008 compio 36 anni di contribuzione ma non potrò andare in pensione perche a tale data avrò 56 anni.
    Non è giusto che si vada a colpire e punire chi è già arrivato alla meta. Si potevano salvaguardare i diritti acquisiti.
    sostenitrice del centrodestra sicuramente cambierò per le prossime elezioni.

    • La redazione

      Ogni riforma delle pensioni finisce inevitabilmente per toccare diritti acquisiti. Ma si poteva evitare un inasprimento così improvviso e così forte dei trattamenti e lasciare maggiore liberà di scelta su quando andare in pensione, ottenendo anche migliori risultati nel contenimento della spesa, come discusso sul sito. E’ una riforma davvero mal congegnata.
      Cordiali saluti

      Tito Boeri e Agar Brugiavini

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