In Europa non c’è stata nessuna accelerazione dei prezzi dopo l’introduzione della moneta unica. C’è invece un’anomalia tutta italiana: l’inflazione sale, soprattutto nei settori dove scarseggia la concorrenza, mentre l’economia ristagna e il paese perde competitività. E le retribuzioni reali sono scese dal 2000 a oggi. Il problema del malessere sociale ha le sue radici nel calo della produttività, sintomo delle difficoltà economiche strutturali. Per risolverlo non serve l’ottimismo di facciata.

Cerchiamo di vedere più chiaro nei dati sui prezzi, navigando fra i diversi indici che di volta in volta vengono riproposti in maniera spesso strumentale, con il solo risultato di confondere il lettore.

L’INTRODUZIONE DELL’EURO HA PORTATO A PIU’ INFLAZIONE IN EUROPA?

Per rispondere a questa domanda si deve guardare all’indice armonizzato dei prezzi che consente di paragonare la dinamica dell’inflazione nei diversi paesi europei.
Si verifica agevolmente che la nuova moneta non ha colpe per l’aumento dei prezzi. Il primo gennaio 1999 viene compiuto il primo e più importante passo verso l’euro affidando tutte le decisioni di politica monetaria a un’unica autorità e fissando in maniera irrevocabile i cambi fra le monete europee.
Nel 1999 l’inflazione in media d’anno nella zona euro cala ai suoi minimi storici, l’1,2 per cento.
L’aumento dell’inflazione nei due anni successivi (la dinamica dei prezzi si attesta al 2,4 per cento nel 2001) riflette soprattutto la spinta dei prezzi del petrolio e la forza del dollaro.
Il primo gennaio 2002, l’euro entra in circolazione. In quello stesso anno l’inflazione cala al 2,2 per cento.
Anche su base tendenziale (dicembre su dicembre dell’anno precedente) l’inflazione diminuisce, al 2,3 per cento, per poi scendere ulteriormente al 2 per cento nel 2003.
L’accelerazione della dinamica dei prezzi precede quindi l’introduzione dell’euro.

L’INFLAZIONE IN ITALIA E’ PIU’ ELEVATA RISPETTO ALLA MEDIA EUROPEA?

La risposta è positiva. Il differenziale fra l’inflazione italiana e quella europea, entrambe misurate con l’indice armonizzato, cala progressivamente dallo 0,9 per cento nel 1998 allo 0,1 per cento nel 2001, per poi impennarsi fino a raggiungere lo 0,7 per cento nel 2003.
È un’anomalia soprattutto italiana.

Nei paesi in cui i prezzi crescono più rapidamente della media europea, l’economia va bene. Non così in Italia, dove la crescita è anemica (più o meno la metà di quella europea), ma i prezzi crescono più velocemente.
Per la nostra economia non funziona, quindi, il meccanismo equilibratore dei prezzi (che dovrebbero crescere meno nei paesi in cui l’economia è più debole restituendole competitività. Nel nostro caso, invece, perdiamo competitività, il 3,5 per cento rispetto alla Germania in soli due anni).
L’eccessiva crescita dei prezzi in Italia è anche fonte di un’esternalità tutta negativa per gli altri paesi. Se i nostri prezzi fossero cresciuti in linea con quelli tedeschi, l’inflazione nella zona euro sarebbe calata di circa tre decimi di punto, favorendo un orientamento più accomodante della politica monetaria. Prima o poi, i nostri partner europei ci chiederanno conto di questo fatto.

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QUALI SONO LE AUSE DI QUESTA ANOMALIA DELL’ITALIA?

Per rispondere è necessario entrare nel dettaglio dell’indice.
Prendiamo come riferimento il dato sui cui si concentra l’attenzione dell’opinione pubblica in Italia, quello dell’indice dei prezzi per l’intera collettività (Nic), che differisce da quello armonizzato per l’esclusione di sconti e promozioni, l’inclusione di alcune voci come i concorsi a premio e il diverso trattamento dei servizi sanitari.
I dati dell’indice Nic sono disponibili a un livello piuttosto elevato di disaggregazione (più di duecento voci). Sarebbe bastato consultare il sito Istat per placare molte polemiche.
Tra il 2001 e il 2003, assieme a servizi bancari e bancoposta, la Rc auto detiene il triste primato degli aumenti: il 17,2 per cento (e il 125 per cento se prendiamo come riferimento il 1995). Anche alberghi, ristoranti e pubblici esercizi danno il loro contributo (9 per cento in soli due anni). Aumentano anche, e non di poco, i costi dei servizi pubblici locali (6,8 per cento).
Quasi tutti questi settori hanno un tratto in comune: la mancanza di concorrenza.
Discorso diverso dovrebbe applicarsi ai prezzi dei beni alimentari che nel biennio, come lamentano i consumatori, sono effettivamente aumentati più della media: il 6,9 per cento contro il 5,3 per cento. Non si hanno dati sulle famigerate zucchine, ma il prezzo degli ortaggi è cresciuto assai più rapidamente, del 20 per cento, rispetto alla media.
Ma in tutto questo settore, in particolare nella grande distribuzione, non mancano gli impedimenti alla concorrenza.
Meno giustificate invece sono le polemiche sui costi dei servizi pubblici. Se è vero, come abbiamo visto, che crescono i prezzi dei servizi pubblici locali, quelli regolamentati a livello nazionale aumentano solo del 3 per cento, ben al di sotto dell’inflazione (il ministro dell’Economia ha più volte bloccato gli aumenti delle tariffe nel settore dei trasporti). I costi di questi blocchi si scaricano, però, sui bilanci delle aziende o sulla qualità del servizio, e di riflesso sulla collettività.

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A RISENTIRE DELL’AUMENTO DEI PREZZI SONO STATI SOPRATTUTTO I CETI PIU’ DEBOLI?

L’Istat calcola anche un indice dei prezzi per le famiglie di operai e impiegati (Foi). La dinamica dei prezzi è virtualmente identica a quella del Nic e forse anche un poco più contenuta.

PERCHE’ ALLORA E’ COSI’ DIFFUSO IL SENSO DI DISAGIO?

La risposta è semplice: l’economia va male, come abbiamo già visto, e i redditi ristagnano.
Le remunerazioni reali, depurate dall’effetto dei prezzi, sono diminuite dal 2000 a oggi, dopo essere cresciute del 2,6 per cento tra il 1996 e il 2000.
A contribuire a questo andamento è valso anche lo scarto tra inflazione effettiva e quella programmata: tale scarto, che era pari a zero tra il 1996 e il 2000, si attesta all’1 per cento in media tra il 2001 e il 2003. Il dato aggregato sulle remunerazioni poi presumibilmente maschera andamenti piuttosto differenziati, anche se mancano rilevazioni affidabili sui mutamenti nella distribuzione del reddito.
Rimane il fatto che non è l’euro il colpevole e neppure il sindacato, come maldestramente affermato da alcuni economisti. Il problema del disagio sociale affonda le sue radici nel calo della produttività, a sua volta sintomo delle difficoltà strutturali dell’economia italiana. Ma si tratta di un discorso che chi governa oggi l’economia non sembra volere affrontare in nome di un ottimismo di facciata che è già stato fonte di troppe delusioni negli ultimi anni.

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